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Nuova Zelanda, la storia dell’uomo che ha fermato a mani nude il killer delle moschee

Negli attentati alle due moschee, messi in atto dal suprematista bianco Brenton Tarrant, hanno perso la vita 50 persone

Di Anna Ditta
Pubblicato il 17 Mar. 2019 alle 15:45 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 16:18
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Immagine di copertina
Abdul Aziz fuori da un centro per rifugiati a Christchurch, in Nuova Zelanda. Credit: EPA/MICK TSIKAS AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT

Abdul Aziz ha 48 anni ed è originario di Kabul, in Afghanistan. Ha vissuto in Australia per 25 anni come rifugiato prima di arrivare in Nuova Zelanda due anni fa.

Quando ha visto l’attentatore avanzare nella moschea di Linwood a Christchurch, in Nuova Zelanda, uccidendo i fedeli come lui, non si è tirato indietro, e lo ha affrontato a mani nude. Anzi, ha afferrato il primo oggetto che gli è capitato davanti: un dispositivo per la lettura di carte di credito, ed è uscito fuori gridando: “Vieni qui”.

Abdul Aziz è uno degli eroi degli attentati avvenuti in due moschee in Nuova Zelanda. Il bilancio della tragedia è arrivato a 50 vittime (di età compresa fra i tre e i 77 anni). Si tratta della sparatoria con più morti nella storia moderna del paese.

A ricostruire l’incredibile storia di Abdul Aziz è l’agenzia Associated Press, che lo ha intervistato.

Tutto è iniziato quando il suprematista bianco Brenton Tarrant, 28 anni, ha aperto il fuoco nella moschea di Al Noor, uccidendo almeno 41 persone prima di dirigersi in auto verso quella di Linwood, a circa 5 chilometri di distanza, dove ha ucciso altre 7 persone.

Ma il bilancio avrebbe potuto essere ben più alto senza l’intervento di Abdul Aziz, come racconta Latef Alabi, imam di Linwood.

Aziz si è fatto avanti urlando, dunque, sperando di distrarre l’attentatore. A un certo punto Tarrant è tornato di corsa alla sua auto per prendere un’altra pistola, e Aziz gli ha lanciato il pos della carta di credito.

Nel frattempo, i quattro figli di Aziz erano bloccati all’interno della moschea. I due più piccoli, 11 e 5 anni, gli urlavano di rientrare. Lui riusciva a sentirli, ma non si è fermato.

Quando l’attentatore è ritornato sparando, il 48enne ha corso verso di lui, tra le macchine parcheggiate nel vialetto d’accesso alla moschea. A un certo punto, Aziz è riuscito a individuare la pistola abbandonata in precedenza da Tarrant, l’ha raccolta e ha provato a fare fuoco, ma l’arma era scarica.

Aziz ha approfittato allora di un secondo ritorno del killer in auto e lo ha inseguito, scagliando verso di lui l’arma scarica.

“Ho lanciato verso di lui la pistola e il finestrino dell’auto si è rotto, per questo si è spaventato”, ha detto Aziz ad AP.

L’attentatore ha iniziato a urlare, ha detto che li avrebbe uccisi tutti. Ma si è allontanato in macchina e la polizia, poco dopo, è riuscita a fermarla e ad arrestare il colpevole. Forse non sarebbe stato possibile senza l’intervento di Aziz, che ora dice che ha fatto solo “quello che chiunque altro avrebbe fatto”.

Anche altre persone hanno compiuto gesti eroici durante gli attentati alle moschee, ma non sono state fortunate come Aziz.

L’insegnante pakistano Naeem Rashid ha provato a fermare Tarrant a mani nude, ma è rimasto gravemente ferito ed è morto in ospedale. Con lui è morto il figlio 21enne, Talha, mentre un altro figlio è sopravvissuto.

Anche l’ingegnere 71enne Daoud Nadi, nato in Afghanistan, si è gettato davanti al killer per proteggere gli altri fedeli. Il suo corpo è stato il primo, tra quelli delle vittime, ad essere identificato.

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