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Esclusivo TPI, Nagorno-Karabakh: decapitano soldato armeno, chiamano la famiglia e pubblicano immagini su Instagram

TPI intervista in esclusiva Arman Tatoyan, difensore dei diritti umani in Armenia, che denuncia un altro orribile crimine di guerra compiuto in Nagorno-Karabakh

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 19 Ott. 2020 alle 19:25 Aggiornato il 19 Ott. 2020 alle 22:14
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucechi

Esclusivo TPI – Radio Nagorno, notizie dal fronte: crimini di guerra ai tempi dei social. Oltre ai già noti video diventati virali su Internet, le atrocità commesse sul fronte del Nagorno-Karabakh si tingono di un ulteriore aberrante risvolto: dopo aver decapitato un soldato armeno, gli assassini hanno chiamato il fratello per tormentare la famiglia, pubblicando le raccapriccianti immagini sul profilo Instagram della vittima. “E’ presumibile che il militare sia stato decapitato mentre era in vita o subito dopo la morte avvenuta mentre si trovava in prigionia”, denuncia a TPI Arman Tatoyan, difensore dei diritti umani in Armenia. “Si tratta di un crimine di guerra documentato che dovrebbe essere punito secondo le leggi internazionali e non è certo l’unico”.

I fatti risalgono a qualche giorno fa ma sono stati denunciati soltanto nelle ultime ore. “Abbiamo ricevuto una chiamata sulla nostra linea verde dedicata da parte del fratello del soldato decapitato”, racconta il difensore dei diritti umani in Armenia. “A seguito di questa telefonata, siamo riusciti a rintracciare la famiglia della vittima e abbiamo parlato con il fratello, che mi ha mostrato personalmente le prove”.

“Tre giorni fa, in data 16 ottobre, intorno all’una del pomeriggio, ha ricevuto una chiamata dal numero del fratello, in servizio al fronte in Nagorno-Karabakh”, prosegue Tatoyan. “L’uomo si è presto reso conto che non si trattava del fratello, sentendo invece alcune persone parlare in azero e che riuscivano a pronunciare soltanto poche frasi in armeno”.

In ansia, questa persona ha cercato di capire cosa stesse accadendo fino a comprendere l’irreparabile. “Dopo una serie di insulti, dalle poche espressioni usate da quegli uomini in armeno, ha compreso che stavano decapitando o che avevano appena decapitato il fratello”, spiega l’ombudsman dell’Armenia. “Gli assassini lo avevano chiamato per avvertirlo di tenere d’occhio i profili social del soldato, perché avrebbero pubblicato le macabre immagini su Internet”.

Sotto shock, dopo un po’ l’uomo ha ricomposto il numero del fratello. “Hanno risposto di nuovo le stesse persone, rivendicando l’omicidio”, rivela Tatoyan. “In meno di tre o quattro ore, sul profilo Instagram del soldato sono state pubblicate alcune foto della decapitazione”.

La macabra vicenda, che ricorda un episodio simile avvenuto nel 2016, dovrebbe essersi consumata nel sud del territorio conteso, non lontano dalla località di Horadiz, nel distretto di Fuzuli, lungo il fronte dove era in servizio la vittima. “Forse non sapremo mai il luogo esatto dell’omicidio ma, stando ai dati delle comunicazioni telefoniche, la chiamata non deve essere avvenuta troppo lontano dal confine visto che i responsabili hanno potuto effettuare una telefonata da un’utenza registrata in Armenia”, osserva il legale, che ha confermato a TPI l’autenticità dei fatti denunciati, che assumono i contorni di un vero e proprio crimine di guerra.

“Evidentemente, gli assassini non solo sono entrati in possesso del telefono della vittima ma si sono anche fatti consegnare le password del suo profilo Instagram, a cui hanno avuto accesso attraverso un altro dispositivo”, spiega Tatoyan. “Secondo la legge infatti, i soldati armeni non sono autorizzati a usare gli smartphone al fronte ma possono avvalersi soltanto di telefoni senza connessione a Internet: per questo sospettiamo che i responsabili abbiano dovuto accedere al profilo da un altro dispositivo, visto che quelli in uso tra i militari armeni sono – per scelta – troppo obsoleti”.

Tutti questi indizi conducono a un’unica conclusione: la vittima è stata presumibilmente catturata viva. “Non sappiamo se il soldato sia stato decapitato dopo il decesso ma il fatto che gli assassini abbiano potuto accedere al suo profilo Instagram da un altro telefono, inserendo un nickname in armeno e avvalendosi della password, e che conoscessero il nome e il numero del fratello, che hanno deciso di chiamare al posto di altri parenti, ci dice che la vittima era certamente viva al momento della cattura”, sottolinea il funzionario.

Tatoyan si dice a conoscenza anche di altre violazioni dei diritti umani avvenute nel territorio conteso, riguardanti ad esempio mutilazioni inferte dopo la morte o subito prima, anche contro i civili, come a Hadrut, dove negli scorsi giorni un ragazzo disabile e sua madre sono stati uccisi nella propria abitazione. “Gli esperti hanno rinvenuto ferite da arma da fuoco inferte sulle mani del giovane prima del decesso: gli hanno sparato mentre teneva le braccia alzate in segno di resa”, accusa il legale. “Abbiamo anche foto e video di militari prigionieri, corpi di caduti e civili armeni sottoposti a trattamenti degradanti, picchiati e insultati”.

E non è l’unico genere di atrocità in corso in Nagorno-Karabakh. “Un altro comportamento davvero disumano riguarda il mancato scambio di prigionieri e di caduti tra le parti, dopo ben 22 giorni di scontri: non è una questione soltanto di Stato ma riguarda da vicino le famiglie dei militari”, nota Tatoyan. “Alcune di queste cercano i propri cari sin dall’1 o dal 2 ottobre senza riuscire più a trovarli e così i corpi restano insepolti: abbiamo anche le prove video di cavalli selvatici che rovistavano tra i cadaveri alla ricerca di cibo”.

Non si tratta solo di una questione di civiltà e compassione ma anche di contenere i rischi sanitari in un momento difficile a livello globale. “L’assenza di riti funebri può dare adito a infezioni e scatenare anche altre epidemie, oltre a quella terribile con cui tutto il mondo deve fare i conti”, continua il difensore dei diritti umani in Armenia, secondo cui uno degli aspetti più spietati di questa guerra riguarda proprio l’impossibilità di impedire la diffusione del coronavirus tra la popolazione.

“L’unica misura efficace per il momento è il distanziamento sociale ma non è possibile in zona di guerra: non si è mai visto un soldato combattere con la mascherina al fronte”, osserva Tatoyan. “In Nagorno-Karabakh è impossibile far rispettare queste regole, in particolare ai civili, spesso costretti a fuggire dagli scontri o a lottare per la vita”.

Come ricordato negli scorsi giorni a TPI da Artak Beglaryan, responsabile dei diritti umani dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, le conseguenze del conflitto si abbattono prima di tutto sui residenti. Oltre la metà dell’intera popolazione infatti, più di 75 mila persone – in maggioranza donne, bambini e anziani – ha dovuto abbandonare le proprie case, riparando in altre località o in Armenia.

“Molti civili, compresi tanti bambini e sfollati, sono spontaneamente arrivati in Armenia per sfuggire ai bombardamenti e ai combattimenti: non abbiamo ancora numeri precisi dal governo ma le cifre sono elevate e stanno aumentando”, racconta Arman Tatoyan. “Stiamo accogliendo tanti minori non accompagnati, senza né genitori né parenti”.

Proprio i bambini soffrono di più per questo conflitto. Secondo le autorità del Nagorno-Karabakh, almeno 24 mila minori non hanno potuto esercitare quest’anno il proprio diritto all’istruzione mentre i residenti rimasti vivono per lo più in rifugi di fortuna, senza carburante e con l’inverno alle porte, nel corso dell’ennesima “catastrofe umanitaria” in atto alle porte d’Europa. Intanto, anche la seconda tregua proclamata nel fine settimana è durata pochi minuti e gli scontri non accennano a placarsi.

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