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Musica con il kalashnikov

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Melodie invece di pallottole: César López combatte la violenza con l’"Escopetarra"

In mano ai guerriglieri vietnamiti e ai militanti di Hezbollah, ai narcotrafficanti messicani e ai Talebani in Afghanistan: il Kalashnikov è il simbolo dei conflitti armati di mezzo mondo. Ma tra le mani del musicista colombiano César López, l’arma è diventata un rivoluzionario strumento di pace.

«Un giorno mi misi ad osservare il modo in cui un soldato teneva in spalla il suo Kalashnikov», racconta López. «E mi accorsi di quanto fosse simile al modo in cui portavo la mia chitarra. Fu così che nacque l’Escopetarra: un fucile (escopeta) trasformato in chitarra (guitarra)».

López ha finora riadattato 22 Kalashnikov, consegnati da ribelli o soldati che hanno abbandonato la lotta armata. Le Escopetarras sono state poi donate a musei, artisti e istituzioni culturali in tutto il mondo, affinché il loro messaggio di pace resti vivo. López sognava anche di regalare una delle sue Escopetarras a Mikhail Kalashnikov, inventore dell’arma omonima. Ma con la morte dell’armatore russo, il 24 dicembre scorso, questo sogno rimarrà incompiuto.

«L’oggetto dell’Escopetarra di per sé è interessante», spiega il musicista. «Ma ciò che conta davvero è quello che si fa attraverso lo strumento. Ho suonato di fronte a prigionieri, criminali, soldati e guerriglieri. Non si tratta solo di eseguire un bel pezzo, la mia è una vera e propria missione educativa».

López ha rincontrato spesso i soldati che si erano disfatti delle proprie armi. Nonostante la loro vita sia certamente cambiata per il meglio, l’abbandono della lotta armata non è mai facile.

«Gli ex-guerriglieri mi raccontano quanto sia difficile riconquistare una vita che possa definirsi normale», dice López. «Molti non sanno nemmeno come prendere decisioni, poiché erano abituati a seguire gli ordini dei superiori. Sono capaci soltanto di sparare, ed è difficile trovare un lavoro in una società che non li accetta. Quando tornano a casa, senza armi e senza uniforme, nessuno li rispetta».

In questo lungo e sfiancante processo di riabilitazione, la musica può rivestire un ruolo cruciale. Molti combattenti sanno suonare musica popolare, e alcuni di loro hanno anche costruito studi di registrazione nel mezzo della selva. López racconta di aver suonato spesso con loro. Quando si lasciano la guerra alle spalle, la musica diventa il modo migliore per esprimere i sentimenti repressi, riflettere sul passato e sfogarsi dei problemi presenti.

Sin dagli inizi della sua carriera, López ha coniugato la sua passione per la musica con l’impegno sociale. Il suo primo progetto, nel 1994, fu “Gli invisibili invincibili”, un’iniziativa per aiutare gli artisti di strada e portare alla luce il significativo impatto sociale del loro lavoro. Insieme ad altri musicisti, poi, nel 2003 López organizzò il “Battaglione di Reazione Artistica Immediata”. Ogniqualvolta si verificava un atto di violenza, i musicisti si recavano nel luogo dell’aggressione per confortare le famiglie delle vittime e diffondere messaggi di pace.

«L’efficacia dell’arte come strumento di trasformazione sociale e prevenzione della violenza è un’ipotesi ancora da verificare», dice López. «Ma credo fortemente nel suo potere, e per questo ho voluto lanciare un progetto ancora più ambizioso: 24/0».

L’iniziativa “24/0”, il cui nome deriva dallo slogan “ventiquattro ore con zero morti violente,” coinvolge una cinquantina di organizzazioni e migliaia di artisti in sei paesi latino-americani: Colombia, Venezuela, Messico, Honduras, Guatemala e Porto Rico. Inaugurato il 2 ottobre scorso, in occasione della Giornata Internazionale della Nonviolenza, il progetto prevede concerti, attività di sensibilizzazione e la creazione di osservatori nazionali per monitorare il fenomeno della violenza urbana.

Nelle principali città colombiane, i sequestri, le rapine e gli assalti armati costituiscono una tragedia quotidiana. Nonostante i media internazionali diano spazio soprattutto agli scontri tra il governo e i guerriglieri delle FARC, la maggior parte delle morti violente in Colombia si verificano nelle aree urbane, e non sono direttamente collegate al conflitto armato.

«Il nostro obiettivo è far riflettere le persone sul significato e sulla sacralità della vita», dice López. «Per 24 ore dobbiamo aver cura della nostra vita e di quella degli altri. Il senso di sicurezza di una nazione non dovrebbe dipendere dalla presenza dell’esercito o dalla polizia, e non dovrebbe derivare da limitazioni della libertà e dal controllo militare».

Come riconoscimento per il successo della sua lotta nonviolenta, nel 2006 López fu nominato Messaggero di Pace dell’ONU. Per dare un senso concreto alla sua missione, il musicista organizzò il “Tour della Trasformazione”, una serie di incontri e concerti negli Stati Uniti e in Europa. Durante il tour, López e altri musicisti tennero anche dei seminari sulla nonviolenza, indirizzati a giovani a rischio ed ex-soldati.

«Questi premi tendono a essere molto astratti», commenta López. «Ma quando ho ricevuto questo titolo mi sono immaginato come un giovane messaggero, che viaggia su una motocicletta con il casco e la giacchetta gialla. Trasporto pacchi che contengono storie, viaggio con loro, le condivido, raccolgo nuove idee lungo il mio cammino e le porto da un’altra parte. È questa la mia missione».

Nel blog dove presenta il suo ultimo album “Toda Bala es Perdida” (Tutte le pallottole sono perse), López sottolinea l’importanza di denunciare non solo la violenza visibile, ma anche e soprattutto quella invisibile, come la marginalizzazione e le discriminazioni.

«Il messaggio dell’album è che ogni pallottola sparata è sprecata. Una pallottola simboleggia ogni tipo di violenza. Può essere un’aggressione, un assalto, un pugno, qualsiasi cosa che faccia del male. Ma una pallottola può anche essere un urlo, una parola, o la stessa indifferenza», scrive López.

Due minuti di silenzio o un’intimidazione militare non fermano nessuna di queste pallottole. Nemmeno il suono di una chitarra forse può fermarle. Senza dubbio, però, aiuta a infrangere il silenzio che quelle pallottole hanno creato.

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