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    Libia, dalle minacce militari alla ripresa dei rapporti: cosa c’è dietro al riavvicinamento dell’Egitto a Tripoli

    Credit: Emanuele Fucecchi

    Dopo anni di sostegno al generale Haftar, un'importante delegazione egiziana "è tornata” per la prima volta nella capitale libica, ventilando addirittura l’ipotesi di riprendere rapporti diplomatici stabili

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 30 Dic. 2020 alle 06:31 Aggiornato il 30 Dic. 2020 alle 10:18

    In soli sei mesi, l’Egitto è passato dal minacciare un intervento militare in Libia alla possibilità di riaprire l’ambasciata a Tripoli, seguendo un cammino di riavvicinamento al Governo di Accordo Nazionale, l’unico riconosciuto legittimo dalle Nazioni Unite, che passa dalle crescenti divergenze con gli Emirati Arabi Uniti e dall’esigenza del Cairo di approcciarsi agli Stati Uniti di Joe Biden.

    L’arrivo a Tripoli di una delegazione egiziana di alto livello ha riportato i rappresentanti del regime di al-Sisi nella capitale libica dopo ben 6 anni di assenza, in cui il Cairo ha sostenuto in ogni modo la posizione del maresciallo Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico che, nonostante il disastro dell’offensiva lanciata contro il governo legittimo appoggiato dalla Turchia controlla ancora gran parte della Cirenaica.

    Nel fine settimana, la delegazione del Comitato Nazionale egiziano per la Libia, guidata dal vice capo dei servizi d’intelligence, il maggior generale Ayman Badie, ha incontrato il ministro degli Esteri del Governo di Accordo Nazionale libico, Mohamed Siala, il vice premier, Ahmed Maitiq, il ministro dell’Interno, Fathi Bashagha, e il capo di Stato maggiore, Mohammed al Hadad, un’occasione definita da fonti vicine a Tripoli “un primo passo per riportare alla normalità le relazioni tra Libia ed Egitto”.

    La riunione tenuta presso il Corinthia Hotel di Tripoli, la prima importante visita di alti funzionari egiziani nella capitale dal 2014, segue di poche settimane il viaggio al Cairo del ministro dell’Interno libico, Fathi Bashagha, e ha preceduto il colloquio telefonico tenuto lunedì tra Siala e il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, che ha ribadito la volontà dell’Egitto di “sostenere la stabilità della Libia”, a poco più di sei mesi dalla minaccia di un intervento militare nel Paese vicino. Cosa è cambiato da allora?

    Le tappe dell’avvicinamento del Cairo verso Tripoli

    Il ruolo (interessato) dell’Egitto nel dialogo tra le parti in conflitto non è certo una novità. Negli ultimi tre anni anni, il Paese nordafricano ha ospitato diverse riunioni per unificare alcune delle milizie in campo in una forza armata unica, oltre a una conferenza tra i rappresentanti delle maggiori tribù della Libia, ufficialmente diretta a preservarne l’unità, mantenendo però sempre il proprio appoggio al generale Haftar, uno dei principali fattori destabilizzanti del complicato quadro libico. 

    Tuttavia, negli ultimi sei mesi il Cairo ha promosso una crescente serie di contatti anche con le autorità di Tripoli, in collaborazione con le Nazioni Unite. A settembre, i rappresentanti dell’Esercito Nazionale Libico hanno incontrato a Hurghada i leader militari del Governo di Accordo Nazionale, mentre tra l’11 e il 13 ottobre la capitale egiziana ha ospitato una tre giorni di colloqui tra le diverse fazioni in guerra, a cui erano presenti vari membri sia della Camera dei rappresentanti di Tobruk che dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli.

    Se finora tutte queste mosse erano rimaste nell’alveo di una tentata riconciliazione tra le differenti fazioni, senza mutare palesemente gli appoggi internazionali ai diversi attori impegnati in Libia, l’arrivo di una delegazione egiziana di alto livello nella capitale e la ventilata riapertura dell’ambasciata a Tripoli svelano un’interessante evoluzione della situazione sul campo, alimentata principalmente da fattori internazionali.

    Il riavvicinamento del Cairo al Governo di Accordo Nazionale segue infatti le crescenti tensioni militari sul fronte tra Sirte e al-Jufra che, dal fallimento dell’offensiva dell’Esercito Nazionale Libico contro Tripoli conclusasi a giugno dopo 14 mesi di scontri, segna il confine su cui poggia la tregua in atto. Nelle ultime settimane, nonostante la firma a fine ottobre di un accordo di cessate il fuoco permanente, le parti in conflitto hanno rafforzato il proprio spiegamento militare nell’area.

    Inoltre, malgrado la progressiva emarginazione internazionale dopo la sconfitta degli ultimi mesi, la scorsa settimana l’esercito di Haftar, sostenuto negli anni da Emirati Arabi Uniti, Russia, Egitto, Giordania e Francia e da varie milizie mercenarie provenienti da Sudan e Ciad, ha sfidato apertamente la Turchia, che appoggia il governo di Tripoli, accusandola di “rifiutare la logica della pace” e invitando i libici a “espellerne” le forze dal Paese.

    Per bocca del proprio ministro della Difesa, Hulusi Akar, recatosi a sorpresa a Natale in visita a Tripoli, Ankara ha risposto che considererà “obiettivi legittimi” tutti coloro che dovessero tentare di attaccare le forze turche nella regione. Alle parole dell’ex capo di Stato maggiore turco ha poi fatto eco il ministro della Difesa di Tripoli, Salah el Din Al-Namroush, che ha confermato l’intenzione di resistere a “qualsiasi aggressione” da parte dell’Esercito Nazionale Libico. Insomma, un contesto tutt’altro che disteso, sia dentro che fuori i confini della Libia.

    Il rischio di un rinfocolarsi della guerra in Libia

    Il confronto, come l’intera guerra in corso da quasi un decennio, è vieppiù alimentato da fattori e attori esterni al Paese. Il cessate il fuoco, firmato sia dai rappresentanti del governo di Tripoli che dall’Esercito Nazionale Libico, prevedeva l’immediato ritiro delle truppe dal fronte, il congelamento degli accordi di addestramento militare da parte di potenze estere e l’espulsione entro fine gennaio di tutti i combattenti stranieri al soldo delle parti in conflitto. 

    Secondo l’ultimo rapporto dell’International Crisis Group (ICG), non solo i termini dell’accordo di due mesi fa in Libia non sono stati affatto rispettati ma “nessuna delle parti sembra intenzionata a mettere in atto gli impegni presi ed entrambe paiono invece determinate a trincerarsi ulteriormente sulle proprie posizioni”.

    Negli ultimi due mesi, la Turchia, che di recente ha esteso il dispiegamento delle proprie truppe in Libia per un altro anno e mezzo ufficialmente per motivi di addestramento, non ha infatti in alcun modo interrotto i rifornimenti militari diretti via aria e via mare alle forze del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, sottolineando ancora una volta l’inadeguatezza della missione EUNAVFOR MED Irini a guida italiana, istituita a marzo dal Consiglio dell’Unione europea con l’obiettivo di contribuire all’embargo sulle armi e dimostratasi incapace di controllare in maniera efficace le rotte verso il Paese e di contrastare il traffico di materiale militare.

    Al contempo, anche le basi controllate da Haftar nelle zone centrali e meridionali del Paese hanno ricevuto rinforzi, compresi mercenari provenienti da sud e combattenti assoldati dal gruppo russo Wagner, che hanno aumentato la propria presenza a Ghardabiya e al-Jufra. Fonti diplomatiche hanno inoltre confermato all’International Crisis Group il continuo rifornimento delle forze dell’Esercito Nazionale Libico da parte degli Emirati Arabi Uniti, recentemente accusati dal Pentagono di finanziare gli appaltatori privati russi in Libia, un addebito prontamente respinto al mittente sia da Abu Dhabi che da Mosca. 

    In questo quadro, in cui il conflitto rischia di riaccendersi, la visita della delegazione egiziana nella capitale libica assume un significato, almeno apparentemente, distensivo. La mossa del Cairo sembra infatti diretta a evitare nuove tensioni o quantomeno a sottolineare la distanza dell’Egitto dalle recenti dichiarazioni del generale libico, che non ha mai davvero scommesso su una soluzione politica al conflitto. 

    “Non è nell’interesse di Haftar partecipare o promuovere il processo politico in Libia, perché trae la propria legittimità dalla guerra”, spiega a TPI il ricercatore dell’Al-Ahram Center for Political & Strategic Studies, Kamel Abdullah. “Il generale è ben consapevole che qualsiasi processo politico, qualunque sia la sua natura, non sarà a suo favore”. Un atteggiamento non certo condiviso dal regime egiziano, che non intende restare fuori dalla gestione della crisi e del dopoguerra libico e appare sempre più irritato con gli Emirati Arabi Uniti, che in Cirenaica controllano la base aerea di Al Khadim, a poco più di 100 chilometri a est di Bengasi e a qualche centinaio dal confine.

    Fonti egiziane sostengono che l’avvicinamento del Cairo a Tripoli miri proprio a “prevenire l’incitamento degli Emirati a una nuova avventura militare”. Attraverso la prossima riapertura del proprio consolato a Bengasi, possibile entro la fine di gennaio, e l’eventuale ritorno di una missione diplomatica permanente nella capitale libica, l’Egitto cerca infatti di assumere una posizione di primo piano nella conclusione del conflitto, anche a costo di dissentire dai suoi alleati.

    Le divergenze tra Egitto ed Emirati Arabi Uniti non si limitano alla Libia

    A dispetto delle aperture della Russia a giocare un ruolo condiviso con Abu Dhabi nella soluzione della crisi libica, il Cairo vede sempre più divergere i propri interessi in politica estera da quelli degli Emirati Arabi, nonostante la solida cooperazione bilaterale intrapresa nel corso dei quattro anni della presidenza Trump: dal blocco imposto nel Golfo al Qatar, al sostegno ai cosiddetti accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi arabi, all’appoggio ad Haftar in Libia, alla collaborazione nelle dispute sul gas nel Mediterraneo orientale, culminata nella recente adesione emiratina all’Eastern Mediterranean Gas Forum, all’alleanza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa, fino alla ripresa dei contatti con il dittatore siriano, Bashar al-Assad.

    La luna di miele tra Egitto ed Emirati Arabi Uniti è messa in crisi anche alla luce della limitata convergenza politica egiziana con la prossima amministrazione degli Stati Uniti, in cui invece Abu Dhabi sembra aver già buone entrature. 

    Inoltre, secondo fonti egiziane, la collaborazione tra il regime e la leadership emiratina avrebbe dovuto fondarsi sull’inclusione dell’Egitto nel processo decisionale su tutte le questioni di interesse comune. Negli ultimi anni invece Abu Dhabi sembra aver assunto la guida dell’agenda regionale in maniera unilaterale, grazie ai propri appoggi a Washington e ai buoni rapporti con Mosca.

    Dalla questione palestinese, alla Libia, al Qatar, all’Etiopia, al Canale di Suez e al Mar Rosso, l’attivismo emiratino ha irritato e preoccupato sempre più il Cairo, da anni impegnato a ritrovare un ruolo centrale nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, limitato ormai principalmente all’immaginario arabo.

    Sin dalla normalizzazione dei rapporti con Israele, gli Emirati Arabi Uniti hanno promosso l’instaurazione di legami diplomatici con lo Stato ebraico da parte di altre nazioni della regione e in Africa. Significativa in questo senso è stata l’assenza del ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, in occasione della firma alla Casa bianca degli accordi tra Tel Aviv, Abu Dhabi e il Bahrein.

    Il ruolo assunto dalla leadership emiratina come principale promotore dei rapporti regionali con lo Stato ebraico rischia infatti di ridurre drasticamente la storica posizione dell’Egitto come primo mediatore nel conflitto israelo-palestinese e riflette le ambizioni di Abu Dhabi in Medio Oriente e oltre.

    Le preoccupazioni del Cairo non riguardano infatti solo l’immagine e il ruolo diplomatico egiziano ma anche la possibile concreta cooperazione tra Emirati Arabi Uniti, Israele, Sudan ed Etiopia nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa. I progetti allo studio di israeliani ed emiratini riguardo un oleodotto e un canale navigabile tra Eilat, sul golfo di Aqaba, e i porti di Ashkelon e Haifa, nel Mediterraneo, potrebbero infatti assestare un duro colpo al Canale di Suez, soprattutto in considerazione degli ingenti investimenti dell’Egitto per il raddoppio dell’opera. 

    Inoltre, la possibilità di un contributo tecnologico israeliano con fondi emiratini in progetti idrici in Sudan, come già avvenuto in Etiopia con altri finanziatori, metterebbe ulteriormente a rischio il controllo egiziano di una risorsa vitale: il Nilo. Bisogna ricordare quanto ancora bruci al Cairo il mancato intervento di Abu Dhabi nell’irrisolta disputa tra l’Egitto e Addis Abeba riguardo la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la mega-diga costruita sul fiume dall’italiana Salini.

    Non solo, nonostante gli ingenti investimenti, gli Emirati Arabi si sono rifiutati di fare pressioni su Addis Abeba ma avrebbero addirittura fornito sostegno militare all’Etiopia nel corso del recente conflitto in Tigray. Secondo la piattaforma investigativa Bellingcat, alcuni droni di fabbricazione cinese di stanza nella base militare emiratina di Assab, in Eritrea, avrebbero lanciato attacchi nella regione etiope per sostenere l’intervento armato voluto dal premier e premio Nobel per la Pace, Abiy Ahmed. Dal punto di vista del Cairo, il quadro nel Mar Rosso è ulteriormente complicato dalla recente mediazione di Abu Dhabi tra Sudan e Russia per permettere a Mosca di stabilire una base navale a Port Sudan. 

    Le contromisure egiziane, come sempre, coinvolgono l’Arabia Saudita, principale sostenitore del regime sin dal golpe di al-Sisi del 2013. A fine novembre, il presidente egiziano ha infatti ratificato la Carta del Consiglio del Mar Rosso, firmata a gennaio dai ministri degli Esteri del Cairo e di Riad insieme agli omologhi di Gibuti, Eritrea, Giordania, Somalia, Sudan e Yemen e considerata uno strumento per allontanare le ingerenze di altri attori nella regione, compresi Israele, Emirati ed Etiopia, che per ora non vi hanno aderito.

    Proprio la relazione speciale con Riad ha portato l’Egitto ad appoggiare, seppur senza particolari entusiasmi, i tentativi sauditi di concludere la disputa con il Qatar che da oltre tre anni divide il Consiglio di Cooperazione del Golfo. La distanza tra Abu Dhabi e il Cairo è stata ulteriormente acuita dall’opposizione emiratina alla soluzione del blocco imposto a Doha nel 2017, una questione discussa anche direttamente a metà dicembre tra il principe ereditario Mohamed bin Zayed e al-Sisi durante una visita nella capitale egiziana e che potrebbe profilarsi come il primo successo diplomatico dell’era Biden, in cui ora il regime del Cairo cerca una sponda.

    L’approccio egiziano alla nuova amministrazione statunitense

    Sin dallo scorso mese, il governo egiziano ha cominciato a prepararsi al dopo Trump, mettendo insieme una potente squadra di lobbisti bipartisan, composta da ex deputati e senatori del Congresso, consiglieri politici, funzionari e avvocati. Secondo Julian Pecquet, attento osservatore delle lobby straniere a Washington, tra questi figurano l’ex senatore democratico e sindaco di Anchorage, Mark Begich; Nadeam A. Elshami, ex capo dello staff della speaker della Camera, Nancy Pelosi; e l’ex presidente della Commissione Esteri della Camera, il repubblicano Ed Royce.

    L’esigenza del Cairo di avvicinarsi alle posizioni del nuovo inquilino della Casa bianca, tentando di recuperare un ruolo importante in Medio Oriente, senza lasciarsi mettere in ombra da attori più giovani e spregiudicati, mira anche a tutelare il regime da eventuali rivolte e sconvolgimenti sociali che potrebbero metterne a rischio la tenuta.

    La combinazione di autoritarismo, volto a sedare ogni forma di dissenso; crisi economica, acuita dalla pandemia di Covid-19 in un Paese dove oltre un terzo degli abitanti vive già sotto la soglia di povertà; e insufficiente appoggio internazionale, anche finanziario, in un contesto di crescenti sfide al ruolo geopolitico dell’Egitto nel Mediterraneo e in Africa, rischia infatti di risultare esplosiva.

    La situazione odierna non è forse ancora paragonabile al gennaio 2011, quando la crescita egiziana scese dal 7 a quasi l’1,8 per cento e la rivoluzione scoppiò prima al Cairo e poi in tutto il Paese anche a causa della crisi economica che si trascinava dal 2007, ma resta altrettanto pesante in termini sociali, peggiorata dalla crisi sanitaria. 

    Insieme al blocco delle attività economiche per arginare la diffusione del virus, l’ulteriore crollo del turismo, tra le principali fonti di valuta estera del Paese, il calo degli scambi globali, che ha ridotto gli introiti del Canale di Suez, e la discesa dei prezzi energetici, che ha determinato un’ondata di licenziamenti nei Paesi del Golfo dove è impiegata la maggior parte dei lavoratori egiziani espatriati, riducendone le rimesse, hanno contribuito a mettere in crisi l’economia dell’Egitto, salvata per ora dagli stanziamenti del governo. 

    Senza l’intervento pubblico, secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari (Ifpri), la crescita egiziana nell’anno della pandemia si sarebbe fermata all’1,9 per cento, pericolosamente vicina al dato pre-rivoluzione. Grazie al pacchetto di stimolo deciso dal Cairo, l’economia egiziana dovrebbe invece crescere del 3,8 per cento. Tuttavia, vista la già pesante esposizione creditizia internazionale del Paese, questi aiuti non potranno durare per molto.

    Secondo uno studio dei ricercatori russi Andrey V. Korotayev e Julia V. Zinkina, le cause economiche della rivolta del 2011 vanno ricercate in particolare nella disoccupazione giovanile, che allora era pari al 40 per cento mentre quest’anno, secondo la Banca mondiale, il dato sfiorerà il 30 per cento; e nell’aumento dei prezzi dei generi alimentari sui mercati mondiali che, stando all’indice della FAO, raddoppiarono tra il 2006 e il 2011, a causa soprattutto di eventi climatici estremi, a cui ormai sembra ci stiamo abituando.

    Ai fattori economici si aggiunge la sempre maggiore spinta alla repressione del regime che, secondo il Carnegie Endowment for International Peace, è arrivata a livelli addirittura superiori ai tempi di Hosni Mubarak, contro cui quasi 10 anni fa si sollevò la protesta della cosiddetta Primavera araba.

    Proprio il giro di vite sulle libertà politiche divide in maniera netta il Cairo dalla prossima amministrazione americana. “Niente più assegni in bianco per il ‘dittatore preferito’ di Trump”, aveva infatti tuonato a luglio su Twitter il futuro presidente americano Joe Biden, richiamando una battuta sfuggita lo scorso anno all’attuale inquilino della Casa bianca durante il G7 di Biarritz e rivelata allora dal Wall Street Journal. L’ex vicepresidente di Obama si riferiva agli 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari versati ogni anno all’Egitto dagli Stati Uniti, che ne fanno il secondo maggior destinatario di tali contributi dopo Israele.

    La frase, contenuta in un tweet in cui Biden esultava per il rilascio dello studente Mohamed Amashah dopo 486 giorni di detenzione senza processo e deplorava “l’arresto, la tortura e l’esilio” della defunta attivista Sarah Hegazi e del giornalista Mohamed Soltan, definendo “inaccettabile” la minaccia alle loro famiglie, ha aumentato i timori del Cairo per le possibili ripercussioni economiche delle continue violazioni dei diritti umani in corso nel Paese nordafricano.

    Preoccupazioni recentemente confermate in sede ufficiale. Per la prima volta infatti, il Congresso degli Stati Uniti ha subordinato al rilascio dei prigionieri politici l’erogazione di una parte degli aiuti militari riservati all’Egitto, senza lasciare al dipartimento di Stato la possibilità di rinunciare a questa condizione nell’interesse della sicurezza nazionale.

    Sebbene la clausola contenuta nella legge di bilancio 2021, firmata nel fine settimana dal presidente Trump, riguardi una porzione esigua degli stanziamenti statunitensi destinati alle forze armate egiziane, appena 75 milioni su un totale di 1,3 miliardi di dollari più altri 225 milioni a disposizione per promuovere riforme democratiche, il rischio di vedersi ridurre gli aiuti dall’America, a fronte di una situazione economica non certo favorevole, ha portato il Cairo a cercare nuove sponde nella futura amministrazione che, vista l’importanza e il ruolo dell’Egitto nello scacchiere mediorientale e mediterraneo, difficilmente andrà oltre le minacce finalizzate a rimettere in riga l’alleato, già apparso disponibile a venire incontro ai desiderata di Biden in cambio dell’appoggio di Washington.

    Nei prossimi mesi, tutti i temi citati e gli interessi che vi ruotano attorno saranno al centro dei rapporti tra la nuova presidenza degli Stati Uniti e i singoli Paesi coinvolti.

    La necessità dell’Egitto di ritrovare un vicino stabile e di soddisfare le aspettative della prossima amministrazione americana favorirà ancora l’avvicinamento del Cairo a Tripoli senza assicurare un allontanamento definitivo da Haftar, che potrebbe sempre tornare utile agli interessi egiziani.

    Allo stesso modo, le divergenze tra l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, quantomeno in Libia e nel Golfo, potrebbero risolversi con la rinuncia di Abu Dhabi a proseguire l’ostilità verso Tripoli e Doha in cambio della conferma dei solidi legami con la Casa bianca, lasciando comunque aperte tutte le problematiche nei rapporti con il Cairo e Riad.

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