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L’isola di Kiribati scomparirà

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La sfida del popolo di Kiribati per non far scomparire l'isola dalle cartine geografiche

La sua casa sarà sommersa dal mare. Non sa ancora quando, ma sa che succederà. Per questo, Ioane Teitiota, residente nell’isola di Kiribati, già dal 2007 ha deciso di cercare rifugio in Nuova Zelanda.

Ioane ed Erika entrarono in Nuova Zelanda con un visto lavorativo. Quando nel 2010 il permesso scadde, il governo neozelandese gli intimò di lasciare il Paese, ma loro decisero di presentare domanda di asilo per motivi umanitari: l’innalzamento del livello degli oceani rendeva impraticabile l’opzione del ritorno a casa.

“Tra 20 o 30 anni l’isola scomaparira”, racconta Erika, la moglie di Ioane.

Ioane Teitiota e la sua famiglia non sono le sole vittime del clima globale. Sono infatti 25 milioni le persone nel mondo costrette a emigrare dai propri Paesi a causa della desertificazione, della siccità, delle alluvioni o dell’innalzamento delle acque. L’8 per cento in più rispetto ai rifugiati politici.

Nel 2008 l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni delle Nazioni Unite stimò che il riscaldamento globale avrebbe costretto 200 milioni di persone a lasciare i propri Paesi entro il 2050. Il numero raggiungerà i 700 milioni secondo l’ong ChristianAid.

La richiesta d’asilo di Ioane è stata rigettata dalla Corte d’Appello neozelandese, che ha definito il caso un tentativo di “stravolgere l’interpretazione della convenzione ONU sui rifugiati”. Se fosse stata accolta, la famiglia Teitiota sarebbe divenuta il primo caso di rifugiati ambientali.

La Convenzione sullo Status dei rifugiati del 1951 definisce con questa parola le persone che hanno un timore fondato di persecuzione nel loro Paese a causa della loro razza, religione, nazionalità o appartenenza a un particolare gruppo. Il cambiamento climatico e quindi la popolazione di Kiribati non rientrerebbe in questa definizione.

Lo stato-nazione di Kiribati è un arcipelago di 32 isole, la maggior parte non più di tre metri sul livello del mare. Già dal 1989 uno studio dell’Onu ha riconosciuto che “Kiribati è un Paese a rischio”, pericolo riconfermato nel 2007 dall’Intergovermental Panel on Climate Change.

Il presidente della Repubblica parlamentare del Kiribati Anote Tong, si è messo ai ripari concludendo l’acquisto di 2 mila km di terra dell’isola di Vanua Levu, nelle isole Fiji, per un trasferimento della sua popolazione (circa 110 mila persone) nel caso in cui il livello del mare dovesse salire ulteriormente.

Il Kiribati ha concluso la trattativa a 8.77 miliardi di dollari con la Church of England delle isole Fiji e inizierà ad usare questo appezzamento di terra, prevalentemente coperto da folta boscaglia, per la coltivazione.

Non è la prima volta che uno Stato insulare si trova in questa situazione: nel 2009 la Repubblica delle Maldive fu la prima a valutare l’ipotesi di comprare terre in altri Paesi per risolvere il problema dell’innalzamento del livello del mare. Le opzioni all’epoca erano India e Sri Lanka.

“Se la nostra gente vuole sopravvivere, allora deve emigrare” ha dichiarato il Presidente Tong, “possiamo aspettare fino a quando dovremo evacuare le persone in massa, oppure possiamo prepararci in anticipo e iniziare da adesso”.

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