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Home » Esteri

Il premio Pulitzer Nathan Thrall a TPI: “Senza giustizia non ci sarà mai Pace tra Israele e Palestina”

Immagine di copertina
Per gentile concessione di Nathan Thrall. Credit: Amanda Protidou

“Tel Aviv ha sfollato circa 1,9 milioni di persone a Gaza. Più del doppio del 1948. Eppure la cooperazione con Usa e Ue continua. Il Board di Trump? Ma se non c’è nemmeno una vera tregua”. Il giornalista statunitense a TPI: “Smettiamo di coprire l’apartheid”

C’è stato un momento in cui Nathan Thrall ha capito che i dati, da soli, non avrebbero cambiato il mondo. Per dieci anni, il giornalista statunitense ha diretto l’Arab-Israeli Project per l’International Crisis Group, elaborando dettagliati rapporti destinati a cronisti, accademici, analisti, attivisti e diplomatici. Ma non la politica di dominio esercitata da Israele sui palestinesi restava immutata. Così ha scelto di optare per la narrativa.
Il risultato è stato “Un giorno nella vita di Abed Salama” (Neri Pozza), che gli è valso il Premio Pulitzer 2024. Qui Thrall ha scelto di raccontare una tragedia di tutti i giorni: un padre che cerca disperatamente il figlio dopo un gravissimo incidente stradale avvenuto nella Cisgiordania occupata, alle porte di Gerusalemme. La storia di un normale soccorso però diventa presto un viaggio allucinante in un labirinto di checkpoint, permessi burocratici e muri invisibili che dividono chi può essere salvato subito da chi viene lasciato indietro. «Uno dei modi più efficaci per criticare un sistema è mostrare come funziona ogni giorno», ci spiega il giornalista. Al grande pubblico non bastano infatti le statistiche, bisogna far sentire loro lingiustizia «fin dentro le ossa».
Abbiamo incontrato Nathan a Roma in occasione della presentazione del suo libro, organizzata con Maria Luisa Fantappiè (IAI) e Davide Lerner, per scoprire la genesi dell’opera e come la tragedia di Abed Salama rappresenti, in realtà, l’anatomia di un’intera architettura del controllo da parte di Israele sulla vita dei palestinesi. In un momento in cui gli occhi del mondo sono sempre meno puntati su Gaza e sulla Cisgiordania, le parole di Thrall colpiscono duro. Il ritorno allo “status quo”, ci spiega il premio Pulitzer, non è affatto una pace ma giustifica forme di violenza quotidiana, fatta di spossessamento e frammentazione dei territori e delle comunità occupate.
Perché ha scelto di cominciare proprio con un incidente stradale?
«Prima ancora di incontrare il padre, Abed Salama, e altri genitori, la storia mi ha profondamente commosso. E dopo aver incontrato Abed, mille volte di più. Nella sua storia, ho visto la storia di tutta la Palestina e la capacità di descrivere l’apartheid dal punto di vista dei suoi soggetti».
In certi contesti ci si sarebbe potuti aspettare uno scontro a fuoco, un arresto o un intervento militare.
«Parte del mio obiettivo con questo libro era criticare un sistema – il sistema di dominio degli ebrei israeliani sui palestinesi – e uno dei modi più efficaci per criticare un sistema è mostrare come funziona ogni giorno. Non come funziona al suo peggio o nel suo stato di crudeltà più eccezionale, ma come funziona normalmente, con un evento banale, come un incidente stradale».
La parola “apartheid” compare solo una volta in tutto il testo. Perché?
«Il mio obiettivo era che il lettore comprendesse il sistema dell’apartheid attraverso le esperienze vissute dai personaggi, prima ancora di sentir nominare quella parola. In modo che, una volta che la parola fosse comparsa, non risultasse minimamente controversa. È una descrizione semplice della realtà. Un libro che iniziasse con la parola apartheid in prima pagina indurrebbe in alcuni lettori una sorta di meccanismo di difesa. Sarebbe più difficile per loro leggere il resto della storia, assorbire le esperienze dei personaggi e comprendere davvero l’apartheid».
Quando i coloni israeliani parlano di cacciare i palestinesi dalle loro terre, spesso ricorrono a una frase: “I vecchi moriranno e i più giovani dimenticheranno”. Non è una lotta solo per la terra ma anche per l’identità.
«È straordinario che i palestinesi siano riusciti proprio in questo. Hanno mantenuto una cultura, una memoria storica, nonostante un’enorme frammentazione».
Qual è invece il futuro di Israele? Lo storico anti-sionista Ilan Pappé ci ha predetto il collasso del sionismo, citando anche l’aumento delle emigrazioni all’estero.
«Purtroppo, credo che parlare della fine del sionismo sia decisamente esagerato. Da parte della sinistra, è un po’ un pio desiderio. Da parte della destra, è il solito catastrofismo che Israele ha sempre usato per dipingere un Golia regionale come un Davide. È vero il contrario».
Perché?
«Israele sta avendo successo. Sta conquistando, distruggendo, colonizzando, confiscando terre. Lo spazio ebraico israeliano si sta espandendo. Lo spazio palestinese si sta restringendo. E non ci sono conseguenze per Israele, nessuna responsabilità».
Ci faccia un esempio.
«Israele ha appena sfollato con la forza circa 1,9 milioni di persone a Gaza. Si tratta di più del doppio di quanti ne abbia sfollati nel 1948. Invece di sanzioni, abbiamo piena cooperazione con gli Stati Uniti e l’Unione europea. Nel 2024, nel mezzo di un genocidio e di enormi proteste in Europa, Israele ha vissuto un anno record di vendite di armi, più della metà delle quali all’Europa. Quindi, come si può dire che questa sia la fine del sionismo? Perché poche decine di migliaia di persone sono emigrate su una popolazione di oltre 7 milioni? Non credo».
Cosa pensa del nuovo “Board of Peace” di Donald Trump?
«Il “Consiglio per la Pace” è un termine improprio. Non c’è pace. Non c’è nemmeno un vero cessate il fuoco. Più di 400 palestinesi sono stati uccisi da Israele dall’inizio del cessate il fuoco nell’ottobre 2025. Pensa che qualcuno in Europa lo chiamerebbe cessate il fuoco se a essere uccisi non fossero stati i palestinesi, ma più di 400 ebrei israeliani?».
Qual è la soluzione?
«Anche se lasciassimo da parte le uccisioni, qualsiasi “soluzione” basata sul dominio continuo, indipendentemente da come la si chiami – sovranità limitata, maggiore autonomia in assenza di Stato, pace economica – non può essere sostenibile. Senza giustizia non ci sarà pace finché i palestinesi continueranno a esistere».
La strada dei “due Stati” è ancora percorribile?
«Ci sono circa sette milioni e mezzo di ebrei e sette milioni e mezzo di palestinesi che vivono sotto il dominio di Israele, l’unico sovrano tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. La maggior parte di questi palestinesi non gode dei diritti civili fondamentali. La soluzione a due Stati propone che metà della popolazione ottenga uno Stato senza vera sovranità sul 22% del territorio. Questo, per definizione, non è equo. E non sto nemmeno parlando delle innumerevoli altre ingiustizie contenute in questa proposta».
Quali?
«Ad esempio, il fatto che ciò significhi che gli ebrei hanno il diritto di “tornare” in una patria rivendicata dopo 2000 anni, mentre ai palestinesi viene negato il diritto di tornare alle loro case dopo due, venti o ottant’anni. Non credo che proposte così palesemente ingiuste possano costituire il fondamento di una pace sostenibile».
Quale potrebbe essere allora il primo passo per la pace?
«Prima di iniziare a parlare di soluzioni, dobbiamo riconoscere che non ci sarà alcuna soluzione – né due Stati, né una confederazione, né uno Stato unico con pari diritti per tutti – finché Israele non avrà alcun incentivo a cambiare».
Ci spieghi meglio.
«Tutti i discorsi sulle soluzioni possibili si basano sul presupposto che Israele finirà per optare per una qualsiasi di esse. Ma non lo farà. Perché preferisce l’attuale situazione di apartheid a uno Stato palestinese o a un unico Stato con pari diritti per tutti. Parlare di soluzioni in tali circostanze è una distrazione. Potremo parlare di soluzioni quando Israele avrà un incentivo a cambiare lo “status quo”, ossia quando riterrà che la situazione attuale sia peggiore di una di queste soluzioni proposte. Ma oggi questo scenario è molto lontano dalla realtà».
Cosa possono fare gli Stati Uniti?
«È molto semplice. Devono smettere di facilitare, favorire, proteggere, finanziare e cooperare con l’apartheid. Gli Stati Uniti devono smettere di offrire protezione diplomatica sotto forma di veti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e minacce a chiunque collabori con le indagini della Corte Penale Internazionale sui funzionari israeliani».
E l’Europa?
«L’Europa deve smettere di offrire a Israele speciali vantaggi commerciali attraverso l’Accordo di Associazione Ue-Israele, che Israele viola da anni. Ricordo che l’articolo 2 impone a Israele di rispettare i diritti umani. L’Europa è il principale partner commerciale di Israele. La maggior parte degli israeliani si considera culturalmente parte dell’Europa. L’Europa ha un’enorme influenza su Israele. Ma non la sta usando. Al contrario. Sta favorendo l’apartheid».

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