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Israele approva la pena di morte per i palestinesi condannati per terrorismo

Immagine di copertina
Il premier di Israele, Benjamin Netanyahu. Credit: Ronen Zvulun/POOL/SIPA / AGF

La Knesset ha votato il disegno di legge con 62 voti favorevoli e 48 contrari. Le organizzazioni per i diritti umani e i governi di Germania, Francia, Italia e Regno Unito condannano l'approvazione di una norma "discriminatoria"

Il Parlamento di Israele ha approvato ieri in via definitiva un controverso disegno di legge che estende la pena di morte ai soli palestinesi condannati per reati di terrorismo e di omicidio con matrice nazionalista, scatenando le proteste dell’opposizione, della società civile locale e internazionale e dei governi di Paesi alleati come Germania, Francia, Italia e Regno Unito.

Cosa prevede la legge
La norma, criticata come “discriminatoria” dai governi di Germania, Francia, Italia e Regno Unito, stabilisce che i residenti in Cisgiordania che uccidano un cittadino israeliano “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele” potranno essere condannati a morte. Il tribunale potrà comminare l’ergastolo al posto della pena capitale in presenza di “ragioni o circostanze speciali”. Il testo prevede che il Servizio penitenziario israeliano proceda all’esecuzione mediante impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza, senza possibilità di ricorso in appello.
Una legge che ha già scatenato le proteste dell’opposizione al governo del premier Benjamin Netanyahu e la condanna di ong internazionali come Amnesty International. La pena capitale, infatti, è riservata esclusivamente ai palestinesi condannati per crimini di stampo nazionalista, escludendo esplicitamente gli omicidi compiuti a scopo simile da cittadini israeliani ai danni dei palestinesi.
Tale distinzione si fonda sull’attuale sistema giuridico in vigore nei Territori occupati da Israele. I residenti palestinesi in Cisgiordania, a differenza dei coloni israeliani, sono infatti soggetti alla legge marziale. La nuova norma modifica il codice di procedura delle corti militari dei Territori occupati, consentendo ai giudici di imporre la pena di morte senza la necessità di una decisione unanime. La legge però non si applicherà ai miliziani di Hamas e della Jihad islamica accusati di aver partecipato agli attentati del 7 ottobre 2023, visto che il governo israeliano sta promuovendo la creazione di un apposito tribunale.

Polemiche interne
Il testo è stato approvato ieri in seconda e terza lettura dalla Knesset con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un’astensione. Primo sostenitore della norma è stato il ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che aveva in precedenza minacciato di ritirare il suo partito dalla coalizione di governo qualora il provvedimento non fosse stato messo ai voti. Per festeggiare l’approvazione, l’esponente dell’estrema destra si è presentato in Parlamento con una bottiglia di champagne. “Israele cambia oggi le regole del gioco: chi uccide ebrei non potrà continuare a respirare e a godere delle condizioni carcerarie”, ha dichiarato il ministro. Il premier Benjamin Netanyahu aveva inizialmente espresso la propria contrarietà al provvedimento, temendo possibili ritorsioni contro gli ostaggi israeliani a Gaza, cambiando però posizione dopo l’entrata in vigore della tregua nella Striscia.
Intanto una coalizione di organizzazioni israeliane per i diritti umani e della società civile ha condannato la legge come “un sigillo ufficiale di approvazione su una politica di vendetta e violenza razzista contro i palestinesi”, sottolineando come questa “prenda di mira i palestinesi esentando gli israeliani”. La Palestinian Prisoner’s Society ha invece definito il provvedimento “un’escalation storica (…) una nuova fase di esecuzioni politicamente motivate di prigionieri palestinesi, ora apertamente sanzionate”.
Anche il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid ha attaccato duramente la misura in aula, definendola “una resa a Hamas”. “Non siamo come Hamas, siamo esattamente l’opposto di Hamas”, ha detto l’ex premier. “Non abbiamo fondato uno Stato ebraico per adottare gli standard morali dell’Islam radicale. Questa legge dice: se vengono ad assassinarci, l’unica soluzione è diventare come gli assassini. Agire come loro, pensare come loro, diventare loro”. Subito dopo il voto, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha presentato ricorso all’Alta Corte di Giustizia chiedendone l’annullamento.

Critiche internazionali
Sul fronte internazionale invece, già alla vigilia del voto, i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito avevano esortato i parlamentari israeliani ad abbandonare il provvedimento, esprimendo “profonda preoccupazione” per il “carattere discriminatorio” della norma, che “rischierebbe di minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici”.
In precedenza le Nazioni Unite avevano condannato i tribunali militari israeliani in Cisgiordania, accusandoli di aver violato per decenni “i diritti al giusto processo dei palestinesi” e denunciando “la mancanza di processi equi nei territori occupati della Cisgiordania”.
Prima di queste norma, Israele consentiva la pena di morte solo in casi eccezionali, tra cui reati di tradimento e crimini di guerra commessi sotto il regime nazista. Dalla fondazione dello Stato ebraico, solo due persone sono state giustiziate in Israele: Meir Tobianski, un ufficiale dell’esercito israeliano condannato per tradimento nel 1948; e Adolf Eichmann, uno dei principali artefici dell’Olocausto, impiccato nel 1962 dopo la cattura da parte dei servizi segreti israeliani in Argentina e il successivo processo.

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