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Come l’Iran ha sperimentato il reddito di cittadinanza

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Mahmoud Ahmadinejad accolto dai suoi sostenitori a Karaj, marzo 2012 Credit: Presidenza iraniana/AFP

L'Iran è uno dei pochi paesi ad aver introdotto per pochi mesi un vero reddito di cittadinanza

Il clamoroso risultato elettorale del Movimento 5 Stelle ha portato alla ribalta nazionale il reddito di cittadinanza, al centro di accese discussioni tra chi difende la proposta come un sostegno a chi è stato più colpito dalla crisi e chi la critica come l’ultima arrivata in tema di misure assistenzialiste.

In realtà, come molti hanno fatto notare, quello avanzato dal partito guidato da Luigi Di Maio non è un vero e proprio reddito di cittadinanza, ma somiglia piuttosto a un sussidio di disoccupazione. Il reddito di cittadinanza, cosi come il reddito minimo garantito e altre misure volte a riformare radicalmente i sistemi di welfare, sono stati accolti negli ultimi anni in alcune nicchie di media e accademia come soluzioni alla precarietà dei lavoratori minacciati dallo sviluppo tecnologico. Tuttavia sono ancora scarse le applicazioni pratiche di un programma che preveda la distribuzione di una somma di denaro a ogni cittadino a prescindere da qualsiasi condizione, incluso il reddito.

Il paese che sorprendentemente, e anche inconsapevolmente, ha per primo sperimentato questa riforma su larga scala è stato l’Iran, che nel 2010 approvò la distribuzione di trasferimenti di denaro a circa il 90% della popolazione per compensare drastici tagli ai sussidi per gli acquisti di pane e benzina. Inizialmente il “programma di riforma dei sussidi” era destinato al 50% degli abitanti ma fu poi rivisto a causa della scarsa disponibilità di dati affidabili sui redditi dei cittadini.

Il trasferimento era molto generoso, pari a circa 1,20 euro al giorno a famiglia, equivalente al 29% del reddito familiare mediano, che in Italia sarebbe pari al pagamento di oltre 620 euro al mese a famiglia (in base a dati Istat del 2015). La generosità del beneficio era però controbilanciata dai drastici tagli ai sussidi, in seguito ai quali i prezzi di energia e prodotti agricoli aumentarono fino a 20 volte.

La misura negli ultimi anni è stata vista come uno dei primi esempi nell’implementazione di un reddito di base su larga scala. Un altro caso è quello dell’Alaska, che dal 1982 distribuisce ai propri cittadini i proventi dall’estrazione di petrolio sul proprio territorio. La popolazione dello stato nordamericano però è pari a circa 740.000 persone, quasi 110 volte meno di quella dell’Iran che conta 80,3 milioni di abitanti. La Finlandia invece negli ultimi mesi ha sperimentato una forma limitata di reddito di base, oggetto di diverse critiche come abbiamo raccontato qui.

In Iran la riforma fu molto criticata da subito per i costi ingenti e perché garantiva un reddito indipendentemente dal lavoro, incentivando i beneficiari a non cercare occupazione. Uno studio pubblicato nel 2017 in realtà ha trovato che i sussidi non avevano avuto effetti sul mercato del lavoro, né per i lavoratori in generale né per chi si trovava nel 40% più povero della popolazione.

Lo studio di Djavad Salehi-Isfahani e Mohammad H. Mostafavi-Dehzooei ha trovato una piccola riduzione nelle ore lavorate dai ventenni, spiegabile in parte con un aumento nel tempo impiegato nell’educazione, mentre alcune categorie nel settori dei servizi hanno addirittura aumentato le proprie ore di lavoro dopo aver ricevuto i nuovi fondi. Gli autori hanno ipotizzato che potessero aver investito i trasferimenti per allargare le proprie attività.

Il reddito di base in Iran ha comunque avuto vita breve e già a un anno dall’introduzione il governo iniziò a chiedere agli iraniani più benestanti di rinunciare volontariamente ai trasferimenti, trovandosi in difficoltà nel finanziare il programma. Negli anni successivi il governo ha avanzato proposte per prima limitare e poi accantonare definitivamente il programma. Nel 2016 il parlamento ha approvato tagli che hanno escluso più di 24 milioni di cittadini dai sussidi, ma negli ultimi mesi si è mostrato contrario ad approvare tagli aggiuntivi, in seguito anche alle proteste scoppiate a dicembre 2017.


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