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Propaganda digitale: l’ombra di Israele dietro le proteste in Iran

Immagine di copertina
Il premier di Israele Benjamin Netanyahu. Credit: AGF

Intelligenza artificiale, falsi profili sui social e spie sul campo. Così Israele ha fomentato le manifestazioni nel Paese. Non solo per rovesciare il regime degli ayatollah ma per rimettere sul trono la dinastia Pahlavi

Tra l’8 e il 9 gennaio l’Iran ha vissuto quello che molte fonti descrivono come il più grande massacro di giovani degli ultimi decenni. Oltre 12mila morti, secondo stime circolate tra attivisti e organizzazioni indipendenti, in una repressione che ha colpito manifestazioni diffuse in tutto il Paese: dalle grandi città alle province periferiche, dai quartieri popolari ai campus universitari.
Per giorni le informazioni sono arrivate frammentarie, deformate, spesso contraddittorie. La Repubblica islamica ha imposto oltre 240 ore di blackout quasi totale di Internet, il più lungo mai registrato, isolando il Paese dal resto del mondo. In questo vuoto informativo, si è aperto uno spazio ambiguo: quello dove convivono testimonianze autentiche, propaganda di Stato e operazioni di influenza esterna.
È in questo contesto che hanno iniziato a circolare accuse di ingerenze straniere, in particolare di Stati Uniti e Israele, dopo che il gruppo hacker Handala ha pubblicato su X i dati personali di oltre 600 contatti estratti dal telefono di Mehrdad Rahim, arrestato il 10 gennaio con l’accusa di collaborare con il Mossad. Nomi, numeri di telefono, presunti collegamenti con reti attive nell’organizzazione delle proteste. Per Teheran, la prova di un complotto. Per molti iraniani, l’ennesimo tentativo del regime di delegittimare una rivolta che nasce dentro il Paese.

Messaggi incendiari
A rendere ancora più incandescente il clima sono arrivati anche segnali pubblici, difficili da liquidare come semplici provocazioni. Nei primi giorni delle proteste, l’account ufficiale in lingua farsi del Mossad ha pubblicato un messaggio inequivocabile: «Scendiamo in piazza. È giunto il momento, siamo con voi». Il 2 gennaio anche l’ex direttore della CIA Mike Pompeo ha scritto su X: «Buon anno a tutti gli iraniani. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco…».
Parole che, in un Paese dove il sospetto di infiltrazione straniera è da decenni uno strumento centrale della propaganda di Stato, hanno avuto l’effetto di un accelerante. Per il regime, confermano la narrazione del nemico esterno. Per molti manifestanti, rischiano di macchiare una protesta che rivendica di essere prima di tutto sociale, economica, generazionale.
È in questo scenario già esplosivo che si inserisce un altro elemento: il ritorno mediatico di Reza Pahlavi. Figlio dell’ultimo scià, in esilio dal 1979, negli ultimi anni Pahlavi è diventato sempre più visibile sulla scena internazionale, presentandosi come figura di riferimento di un possibile “dopo-regime”.
Nel 2023 ha compiuto una visita ufficiale in Israele, accolto dall’allora ministra dell’Intelligence Gila Gamliel. Pubblicamente si definisce sostenitore di una transizione democratica e non violenta, ma insiste sulla necessità di un “sostegno internazionale”. Ai giornalisti indicava i social come prova del consenso crescente intorno alla sua figura ma è proprio lì, però, che iniziano le zone d’ombra.

L’architettura dell’influenza
Secondo un’inchiesta congiunta di Haaretz e TheMarker, affiancata da un rapporto del Citizen Lab dell’Università di Toronto, una vasta operazione di influenza digitale in lingua farsi avrebbe promosso sistematicamente l’immagine di Pahlavi e la restaurazione della monarchia.
Fonti interne al progetto raccontano di reti coordinate di account falsi attivi su X, Instagram e Telegram, con profili che si fingevano cittadini iraniani. I contenuti – spesso generati o amplificati tramite strumenti di intelligenza artificiale – rilanciavano messaggi pro-Pahlavi, hashtag come #KingRezaPahlavi e, in alcuni casi, anche i post della ministra israeliana Gamliel.
L’operazione sarebbe stata finanziata indirettamente con fondi pubblici attraverso entità private sostenute dallo Stato. Una dinamica che avrebbe creato disagio anche tra alcuni dei partecipanti, consapevoli di muoversi su un terreno eticamente e politicamente scivoloso.
Parallelamente, il Citizen Lab ha identificato una seconda rete: oltre 50 account non autentici, aperti nel 2023 ma attivati in modo coordinato solo nel 2024. Profili con immagini generate dall’IA, comportamenti sincronizzati, connessioni con la pagina X @TelAviv_Tehran, specializzata nella diffusione di video politici artificiali.
Il punto più grave riguarda l’attacco israeliano al carcere di Evin, a Teheran, nel giugno 2025. Mentre il bombardamento era ancora in corso, questi account hanno iniziato a pubblicare post che parlavano di esplosioni e a diffondere un video dell’attacco. Il filmato è stato poi smascherato come deepfake dal New York Times, ma solo dopo essere stato ripreso anche da media internazionali. Secondo Citizen Lab, la rapidità con cui quei contenuti sono comparsi rende altamente improbabile che si trattasse di attori privi di informazioni preventive sull’operazione militare.
Dopo l’attacco, la rete ha spinto messaggi che invitavano gli iraniani a recarsi al carcere per “liberare i familiari” e a scendere in piazza. In altri casi ha sfruttato temi reali – crisi idrica, inflazione, corruzione, repressione – costruendo canali Telegram e comunità online dove attivismo autentico e manipolazione si mescolavano.
Sono circolati finti articoli attribuiti al canale BBC Persian, deepfake di cantanti che interpretavano canzoni di protesta mai registrate, screenshot di notizie inesistenti. Una strategia sofisticata che non mira solo a ingannare, ma a confondere, rendere opaco il confine tra vero e falso. L’obiettivo non sarebbe stato solo rafforzare Pahlavi, ma più in generale orientare il dibattito pubblico iraniano e destabilizzare il regime.

Un boomerang politico?
Il problema è che questa strategia rischia di produrre l’effetto opposto. Raz Zimmt, analista dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, avverte che la maggioranza degli iraniani non sogna il ritorno della monarchia, ma semplicemente una vita dignitosa. L’appoggio pubblico di Israele a Pahlavi, sostiene, finisce per rafforzare la narrativa ufficiale di Teheran: quella di un complotto occidentale per trasformare l’Iran in uno Stato cliente.
Anche sul piano dei principi il tema è esplosivo. «Se la disinformazione e le operazioni psicologiche sono tipiche dei regimi autoritari, le democrazie dovrebbero astenersi dall’adottare gli stessi metodi», ha detto Alberto Fittarelli, direttore della ricerca del Citizen Lab.
Nel frattempo, il regime continua a ripetere la propria versione dei fatti: proteste manipolate, agenti stranieri, complotti esterni. Una narrazione che punta a svuotare di legittimità una rivolta che, nella vita quotidiana degli iraniani, nasce da tutt’altro.
Secondo diversi attivisti in contatto con la diaspora, si tratta di «un copione vecchio di cinquant’anni»: l’idea che poche centinaia di persone possano controllare o dirigere una popolazione di oltre 90 milioni viene ritenuta una costruzione utile solo alla propaganda.
Al di là delle operazioni di influenza, delle infiltrazioni e delle strategie geopolitiche, resta una domanda semplice e radicale, che attraversa la società iraniana: un Paese in cui nessuno venga ucciso per un post su Instagram, un velo indossato in maniera non corretta, un bacio in pubblico. L’Iran oggi resta isolato ma continua a chiedere una cosa sola: che il mondo resti connesso alla sua popolazione, non ai suoi carnefici.

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