Tregua a rischio: Israele bombarda il Libano, l’Iran richiude lo Stretto di Hormuz, gli Usa non si ritirano e Trump minaccia di riprendere la guerra. Ma nel Golfo non si registrano attacchi
Gli oltre 250 morti e più di mille feriti provocati dai bombardamenti israeliani mettono a rischio il cessate il fuoco, prima ancora che i negoziati abbiano inizio. Teheran una violazione della tregua, Washington respinge le accuse. Intanto, lo Stretto resta quasi bloccato
A poco più di ventiquattro ore dall’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e a un giorno dall’inizio dei colloqui di pace previsti domani in Pakistan, la tregua appare già seriamente compromessa a causa dei bombardamenti di Israele in Libano, che soltanto ieri hanno provocato almeno 254 morti e 1.165 feriti. Le accuse arrivate da Teheran di violazioni sistematiche degli accordi, le smentite da parte di Washington, il giallo sull’inclusione di Hezbollah nella tregua e la volontà di Tel Aviv di continuare ad avanzare sul fronte libanese complicano il quadro del cessate il fuoco, con ripercussioni concrete sul traffico navale nello Stretto di Hormuz.
Le accuse della Repubblica islamica
Già nella serata di ieri il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, in predicato di guidare la delegazione di Teheran ai colloqui di pace, aveva denunciato tre specifiche violazioni del quadro in 10 punti proposto dalla Repubblica islamica, che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva definito “una base praticabile su cui negoziare”.
La prima violazione, secondo Teheran, riguarda il Libano, a cui avrebbe dovuto estendersi il cessate il fuoco annunciato ieri da Trump. Una posizione che il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, considerato l’architetto della tregua, aveva confermato esplicitamente ma che era stata subito negata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. La seconda, invece, concerne l’ingresso di un drone, presumibilmente lanciato da Israele, nello spazio aereo dell’Iran, abbattuto ieri nella città di Lar, nella provincia di Fars, in violazione della clausola che vieta qualsiasi ulteriore intrusione nel Paese. La terza, infine, riguarda la negazione del diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio, previsto dalla sesta clausola dell’accordo quadro per la tregua tra Usa e Iran.
“Uno schema che, purtroppo, si è ripetuto ancora una volta”, ha dichiarato Ghalibaf in una nota pubblicata sui social, riferendosi alla profonda sfiducia di Teheran nei confronti di Washington. “In una situazione del genere, un cessate il fuoco bilaterale o un negoziato sono irragionevoli”.
Nelle stesse ore anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva ribadito che fermare il conflitto tra Israele e Hezbollah era parte essenziale dell’accordo: “Il mondo assiste ai massacri in Libano”, ha scritto ieri sui social il capo della diplomazia di Teheran. “La palla è nel campo degli Stati Uniti e il mondo sta osservando se questi agiranno in base ai loro impegni”.
La reazione di Washington
Se ieri sera il presidente Donald Trump aveva minimizzato i bombardamenti di Israele in Libano, definendoli delle “scaramucce”, alla denuncia di Ghalibaf ha risposto direttamente il suo vice JD Vance, di ritorno negli Usa dall’Ungheria. Senza smentire direttamente l’esistenza di un accordo, il vicepresidente statunitense ha ridimensionato le accuse di Teheran osservando che, se esistono solo tre punti di divergenza tra le parti allora ve ne devono essere molti altri di intesa. Quindi l’ex senatore dell’Ohio ha definito il nodo libanese un “ragionevole malinteso”, ribadendo che gli Stati Uniti non hanno mai incluso Hezbollah tra i termini della tregua, una posizione condivisa anche dal premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Sul tema dell’arricchimento dell’uranio, invece, Vance è stato più netto: “Non ci interessa ciò che affermano di avere il diritto di fare. Ci interessa ciò che fanno realmente”, ha detto il vice di Trump, ricordando che un’ora dopo l’annuncio del cessate il fuoco si erano registrati diversi lanci di missili, costringendo Israele e alcuni Stati arabi del Golfo a rispondere e sottolineando come le difficoltà iniziali siano una caratteristica comune di qualsiasi tregua.
Da parte sua, la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt ha smentito le notizie sulla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana, definendole “false”. Nel frattempo, Donald Trump ha ribadito sul suo social Truth che lo Stretto sarebbe stato “APERTO E SICURO”, annunciando al contempo che le forze militari statunitensi rimarranno schierate nella regione finché un “accordo reale” con l’Iran non sarà “pienamente rispettato”. In caso contrario, ha minacciato, gli Stati Uniti “spareranno più forte di quanto chiunque abbia mai visto”.
Il Libano brucia
Intanto però il nodo decisivo resta il fronte libanese, dove ieri è stato colpito anche un mezzo delle truppe schierate dall’Italia nell’ambito della missione Unifil, provocando la protesta formale di Roma e la convocazione dell’ambasciatore Peled alla Farnesina. Almeno 254 persone sono state uccise e 1.165 sono rimaste ferite nelle ultime 24 ore in Libano a causa dei raid aerei di Israele contro Hezbollah. Secondo una nota aggiornata del Centro Operativo di Emergenza Sanitaria del ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo dall’inizio del conflitto è di almeno 1.739 vittime e 5.873 feriti. Anche oggi gli attacchi di Israele sono proseguiti nel Libano meridionale, con almeno nove morti registrati nella località di Zrariyé e altri sette ad Abbassiyé.
Per tutta risposta, Hezbollah ha ripreso gli attacchi missilistici contro il nord dello Stato ebraico, dove nella notte è stato colpito il villaggio di Manara, vicino alla Linea Blu. “Questa risposta continuerà finché non cesserà l’aggressione israelo-americana contro il nostro Paese e il nostro popolo”, ha minacciato in una nota il gruppo armato sciita libanese, che aveva sospeso le operazioni dopo l’annuncio della tregua.
Anche il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha avvertito, per bocca del suo portavoce, che la continua attività militare israeliana in Libano “rappresenta un grave rischio” per il cessate il fuoco con l’Iran e per qualsiasi prospettiva di pace duratura nella regione, rinnovando l’appello a tutte le parti per una cessazione immediata delle ostilità.
Le conseguenze su Hormuz
I primi effetti tornano a colpire il commercio mondiale. Sul piano economico e logistico infatti, dopo la parziale riapertura di ieri, lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente bloccato. Dai dati del portale Marine Traffic rilevati nella mattinata odierna, oltre 400 petroliere, 34 navi cisterna per gpl e 19 metaniere risultano ancorate nel Golfo persico. Dal 1° marzo al 7 aprile i transiti registrati ammontano a sole 307 navi in transito, in calo di circa il 95% rispetto ai livelli pre-conflitto, quando in media 107 mercantili attraversavano quotidianamente lo Stretto con a bordo, tra l’altro, circa il 20% del petrolio e del gnl commerciati a livello globale. Ieri, dopo l’annuncio della tregua, alcune navi erano riuscite a superare Hormuz, tra cui la portarinfuse greca NJ Earth e la Daytona Beach, battente bandiera liberiana. Oggi però non si registrano attraversamenti.
A complicare ulteriormente la situazione, la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane ha appena imposto due rotte alternative, ancor più vicine alla costa dell’Iran, adducendo la “possibile presenza di mine” sulla rotta abituale attraverso lo Stretto. Questi nuovi percorsi passano a nord e a sud dell’isola di Larak, ormai soprannominata “il casello di Teheran” dalla rivista Lloyd’s List, costringendo le navi a transitare in acque territoriali iraniane anziché lungo la rotta omanita tradizionale.
Calma nel Golfo
Malgrado le tensioni, per la prima volta dall’inizio del conflitto non è stato registrato, nella notte appena trascorsa, alcun attacco missilistico o con droni contro gli Stati del Golfo. Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Oman hanno tutti segnalato un periodo di calma, inusuale visto l’ultimo mese di guerra, che segnala la sospensione reciproca delle operazioni offensive tra le parti in conflitto.
Intanto però ieri sera il governo di Abu Dhabi ha chiuso la giornata con una dichiarazione ufficiale in cui chiedeva a Teheran di pagare “le riparazioni” e risarcire i “danni” causati dai suoi attacchi contro gli Emirati Arabi, esigendo al tempo stesso chiarimenti da Washington sui termini precisi dell’accordo di tregua e “il pieno impegno dell’Iran a una cessazione immediata di tutte le ostilità nella regione e alla riapertura completa e incondizionata dello Stretto di Hormuz”. Non certo un segnale distensivo.
Il giallo sui negoziati a Islamabad
Sullo sfondo di queste tensioni, i negoziati formali previsti in Pakistan per la fine della guerra tra Usa e Iran stentano a decollare. Questa mattina l’ambasciatore iraniano a Islamabad, Reza Amiri Moghadam, aveva annunciato sui social l’arrivo in serata di una delegazione iraniana nella capitale pakistana per avviare colloqui “seri basati sui 10 punti proposti dall’Iran”. Il tweet però è stato cancellato pochi minuti dopo la pubblicazione, alimentando ulteriore incertezza sull’effettivo svolgimento dei colloqui, i cui preparativi continuano senza sosta.
Islamabad è praticamente in lockdown: la zona più commerciale del centro città, designata come “Zona Blu”, è stata chiusa completamente nel quadro delle misure di sicurezza predisposte per i negoziati tra Iran e Usa, previsti presso l’Hotel Serena, i cui ospiti sono già stati invitati a lasciare le proprie stanze. La “Zona Rossa” circostante invece è stata completamente isolata e molte strade di accesso sono presidiate da polizia e militari.
A Pechino, invece, l’ambasciatore iraniano in Cina Abdolreza Rahmani Fazli ha chiesto ai principali alleati dell’Iran e alle Nazioni Unite di contribuire a garantire la sicurezza a lungo termine della Repubblica islamica, nell’ambito di qualsiasi accordo che ponga fine al conflitto. La Repubblica popolare, si è però limitato a dichiarare il portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning, auspica semplicemente che “tutte le parti risolvano le proprie divergenze attraverso il dialogo e il negoziato”.
Insomma la tregua annunciata con toni trionfalistici da Donald Trump con l’Iran rischia di trasformarsi in un campo minato, non solo diplomatico. Con il Libano in fiamme a causa dei bombardamenti di Israele, lo Stretto di Hormuz ancora paralizzato, le accuse incrociate sulle clausole violate degli accordi e i negoziati di Islamabad in bilico, le prossime ore saranno decisive per capire se esiste ancora una base su cui costruire un accordo di pace duraturo o se la finestra diplomatica si stia già chiudendo.