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Raid incrociati tra Usa e Iran nello Stretto di Hormuz: il petrolio oltre i 100 dollari al barile. Netanyahu assicura: “Il regime di Teheran è al collasso”. Ma Trump: “La guerra finirà dopo le midterm”.

Immagine di copertina
Operazioni di volo della Marina degli Stati Uniti a supporto dell'operazione Epic Fury contro l’Iran nel maggio 2026. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Teheran rivendica attacchi contro oltre una decina di navi commerciali nello Stretto e una base americana in Giordania, spingendo al rialzo i prezzi dei carburanti. Il premier israeliano assicura che “il regime iraniano è vicino al crollo”. Ma per la Casa bianca il conflitto potrebbe protrarsi ancora a lungo

L’Iran ha attaccato le basi militari degli Stati Uniti tra il Golfo Persico e la Giordania e oltre una decina di navi mercantili nello Stretto di Hormuz nelle ultime 24 ore, in risposta ai raid condotti da Washington contro cinque petroliere di Teheran.
L’escalation ha provocato un’impennata dei prezzi del petrolio, saliti in Europa oltre i 100 dollari al barile. Nonostante le gravi ripercussioni sul campo ed economiche, la guerra, entrata ormai nel suo settimo mese, potrebbe durare ancora a lungo, con il presidente statunitense Donald Trump che ieri ha annunciato: “Finirà dopo le elezioni di midterm”. Insomma, non possiamo aspettarci nessuna tregua, almeno fino al 3 novembre prossimo.

L’escalation nel Golfo
I Guardiani della Rivoluzione Islamica in Iran hanno rivendicato attacchi contro oltre una decina di navi nello Stretto di Hormuz nelle ultime 24 ore. I raid hanno preso di mira almeno due navi da guerra statunitensi e otto petroliere intente ad attraversare il braccio di mare. L’agenzia marittima britannica Ukmto ha confermato la presenza di diversi bastimenti in fiamme al largo dell’Iraq e degli Emirati Arabi, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman, senza segnalare vittime. A complicare il quadro, ieri sera, la tv di stato iraniana ha riferito di una forte esplosione, dalle cause non ancora chiarite, verificatasi nel sud del Paese proprio nei pressi dello Stretto.
Teheran ha motivato questi attacchi definendoli una ritorsione per l’azione condotta il giorno precedente dalle forze statunitensi contro cinque petrolifere iraniane. In una nota diramata dal ministero degli Esteri di Teheran si evoca la “legittima difesa”, affermando che “le azioni aggressive degli Stati Uniti contro navi commerciali iraniane costituiscono una minaccia manifesta per la pace e la sicurezza regionali e internazionali”. Se prima della guerra il transito attraverso lo Stretto era libero, l’Iran esige ora un’autorizzazione preventiva per il passaggio, una misura respinta da Washington e da diversi Paesi dell’area.
I Pasdaran hanno annunciato l’istituzione entro pochi giorni di una “zona proibita” che coprirà porzioni del Golfo di Oman e del Mar Arabico. Chiunque vi si avventuri senza permesso in quest’area lo farà a proprio rischio e pericolo. Le forze armate statunitensi continuano intanto a imporre un blocco navale sui porti iraniani in risposta agli attacchi di Teheran nello Stretto di Hormuz.
Ma la tensione è in aumento anche sul fronte aereo. Nella notte, secondo quanto rivelato sui social dalla reporter dell’emittente statunitense Cbs Jennifer Jacobs, un attacco attribuito alle forze iraniane ha colpito la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, provocando danni a diversi aerei militari degli Stati Uniti. In particolare, è stato colpito un A-10 Thunderbolt “Warthog”, che avrebbe perso un’ala, mentre otto caccia F-15 hanno subito lievi danni. “Le forze americane in Giordania”, secondo la cronista statunitense, “hanno lanciato più di 30 missili Patriot per difendersi dagli attacchi iraniani”. Al momento però, né il Pentagono né il Comando centrale delle forze armate Usa hanno confermato gli attacchi.
Intanto, nella notte, durante il suo intervento alla convention del Partito Repubblicano a Dallas, in Texas, il presidente Donald Trump ha lanciato un avvertimento a Teheran, minacciando di colpire un complesso sotterraneo sui Monti Zagros, nella provincia meridionale di Isfahan, situato vicino all’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, già più volte attaccato dagli Usa. Il sito in oggetto, situato sul monte Kolang, letteralmente “montagna del piccone”, ospita due complessi sotterranei ed è oggetto di minacce da parte della Casa bianca da metà luglio. Qui, nell’ultimo anno, il centro studi statunitense Center for Strategic and International Studies (Csis) ha documentato l’intensificazione dei lavori in un impianto sotterraneo, sospettato di ospitare un centro di ricerca nucleare, mentre il Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha votato ieri il deferimento dell’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per il mancato rispetto degli obblighi previsti dai trattati. “Notiamo che c’è un po’ di attività nella zona”, ha detto ieri Trump. “Consiglierei all’Iran di non fare i furbi perché dovremo colpirli molto duramente”.

Una guerra ancora lunga
D’altra parte la guerra non sembra affatto vicina a una conclusione. Sempre ieri, lo stesso presidente ha dichiarato pubblicamente che i combattimenti non cesseranno prima del voto previsto il 3 novembre negli Stati Uniti. “Penso che la guerra finirà immediatamente dopo le elezioni perché (gli iraniani, ndr) non possono tenere più a lungo”, ha previsto l’inquilino della Casa bianca. “Stanno cercando disperatamente di pesare sulle elezioni”, ha aggiunto, insinuando che Teheran speri in una vittoria dei democratici. Subito dopo le consultazioni, ha proseguito Trump, “i prezzi del petrolio crolleranno”. Per la prima volta da luglio, intanto, le quotazioni dell’indice Brent hanno superato i 100 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) viaggia intorno ai 95 dollari al barile. Una situazione aggravata dai raid lanciati dagli Houthi dallo Yemen contro alcuni impianti petroliferi in Arabia Saudita e gli attacchi sferrati dai miliziani filo-iraniani contro le petroliere di Riad nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandeb, che divide la Penisola araba dal Corno d’Africa. Per far calare i prezzi alla pompa però, ha ammesso The Donald, “ci vorrà un po’ più di tempo rispetto alle midterm”. Al momento, i prezzi medi della benzina a livello nazionale negli Usa superano i 4,22 dollari al gallone, in forte aumento rispetto ai poco più di 4,01 del mese scorso e ai 3,19 dell’anno passato, mentre il diesel viaggia oltre i 5,94 dollari al gallone in confronto ai 3,70 del settembre dell’anno scorso.
Diversa, invece, la ricostruzione fornita oggi dal quotidiano statunitense The Wall Street Journal, secondo cui i consiglieri più vicini al presidente, tra cui il suo vice JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, lo avrebbero avvertito in privato che l’Iran potrebbe continuare a resistere, prolungando il conflitto fino al termine del mandato di Trump, che si concluderà nel gennaio del 2029. “Il presidente Trump ha distrutto le capacità militari dell’Iran e sta storpiando ciò che resta della sua abominevole economia con il blocco navale più potente della storia mondiale e sanzioni schiaccianti”, ha commentato al quotidiano statunitense un portavoce della Casa bianca, senza fornire dettagli sulle ipotesi di durata del conflitto. “Solo il presidente Trump sa cosa farà e quando”.
Nemmeno Teheran sembra intenzionata a porre fine alle ostilità, a meno che gli Usa non soddisfino le richieste dell’Iran. Tra queste figurano lo stop alle minacce, il ritiro dell’esercito israeliano dal Libano, lo sblocco di miliardi di dollari di beni iraniani congelati e il blocco di qualsiasi ingerenza sulle capacità nucleari e balistiche della Repubblica islamica. Non sorprende che, a queste condizioni, i colloqui diplomatici restino in fase di stallo dopo il fallimento del protocollo d’intesa firmato da entrambe le parti il 17 giugno e infranto già il 7 luglio.
Maggiore ottimismo, forse anche qui per ragioni elettorali, proviene invece da Israele. Nel corso di una visita alle truppe schierate sul versante siriano del monte Hermon insieme al suo ministro della Difesa Israel Katz, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato ieri che la Repubblica Islamica è prossima al cedimento. “Resta ancora del lavoro da compiere, il compito principale è far cadere il regime terroristico in Iran”, ha detto il capo del governo di Tel Aviv. “Ci siamo molto vicini. Sappiamo che l’insieme di questo asse finirà per crollare”. La pace però non sembra affatto vicina.

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