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Home » Esteri

Make Teheran Great Again: la guerra scatenata da Usa e Israele ha trasformato l’Iran in una potenza globale?

Immagine di copertina
Credit: AGF

Washington e Tel Aviv volevano abbattere la Repubblica islamica ma hanno ottenuto l'effetto opposto. Controllando Hormuz, il regime può tenere il mondo in ostaggio con l’arma letale dell’incertezza. Così Trump e Netanyahu hanno resuscitato un nemico che non possono abbattere

Avrebbe dovuto segnare la fine della Repubblica islamica. Invece la guerra lanciata da Stati Uniti e Israele sembra aver ulteriormente compattato il regime iraniano, uscito da sei settimane di bombardamenti con un’arma in più: l’influenza sullo Stretto di Hormuz.
Epilogo a sorpresa (almeno per Washington) di unoffensiva che avrebbe dovuto avere un esito ben diverso. Nelle settimane precedenti i raid del 28 febbraio, stando alla ricostruzione del New York Times, Benjamin Netanyahu aveva assicurato a Donald Trump che i raid avrebbero scatenato una ribellione che avrebbe potuto portare la Repubblica islamica al collasso. Il regime ha invece serrato i ranghi e ha risposto all’uccisione della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e di altri suoi esponenti di spicco, mettendo in atto i piani preparati negli scorsi decenni per una guerra contro il “Grande Satana”. In poche ore il conflitto si è ampliato al resto della regione e, dopo che Teheran ha annunciato la chiusura dello Stretto, ha fatto sentire i suoi effetti economici in tutto il mondo.

Scenari inediti
La possibilità che un singolo Paese eserciti l’egemonia su uno dei principali snodi commerciali al mondo, in cui prima del conflitto transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale, ha aperto scenari inediti per il Golfo Persico e non solo.
Un esito difficile da digerire per Washington che ha risposto alle rivendicazioni di Teheran con un blocco che punta a mettere alla prova la resistenza di un regime reduce da anni di sanzioni, prima che scatti il “momento critico” in cui le conseguenze della chiusura dello Stretto si faranno sentire ancora più nettamente sull’economia globale. Un passaggio previsto per gli inizi di giugno, quando le scorte di benzina, gasolio e carburante per gli aerei raggiungeranno livelli critici, con un’impennata dei prezzi a livello internazionale, mentre si susseguono settimane di diplomazia coercitiva, con la minaccia costante di un ritorno alla guerra.
Per Trump le premesse erano ben altre. Solo un anno fa il presidente statunitense aveva tenuto a Riad un discorso in cui delineava una «visione ottimistica per il futuro del Medio Oriente e il suo approccio per raggiungere una regione più stabile e un mondo più pacifico», anticipando uno scenario in cui «i popoli di diverse nazioni, religioni e credenze costruiscono città insieme, invece di bombardarsi a vicenda fino a scomparire». Un anno dopo quella visione di pace e unità è in frantumi.
L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) ha sancito la rottura con l’altro Paese più influente della Penisola, l’Arabia Saudita, da cui Abu Dhabi è divisa da una rivalità sempre più accesa. Gli Emirati hanno scelto di rafforzare i rapporti con Stati Uniti e anche Israele, dopo che la guerra ha messo in crisi il modello economico del Paese che si proponeva come un’oasi di stabilità in una regione turbolenta. Colpiti da più attacchi iraniani di qualsiasi altro Paese, gli Emirati hanno messo in dubbio l’utilità dell’apporto dei loro vicini. Di fronte al tentativo iraniano di dividere il fronte degli Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo, gli Emirati hanno scelto di stringere rapporti ancora più stretti con Israele, che all’inizio della guerra ha fatto arrivare una batteria Iron Dome, inviando anche soldati israeliani per azionarla. La prima volta che una batteria Iron Dome viene schierata all’estero, oltre che la prima volta che un sistema israeliano ha difeso un Paese arabo.
Per cercare di riportare stabilità alla regione e scongiurare una crisi economica che può travolgere il partito repubblicano alle elezioni di midterm l’amministrazione statunitense ha cercato di portare avanti una difficile trattativa con Teheran, in cui ogni apertura è stata accompagnata dalla minaccia del ritorno alla guerra. Un tentativo di portare Teheran al tavolo alle proprie condizioni e scongiurare «la sconfitta strategica nella guerra» evocata da più parti. Uno scenario che si può concretizzare, secondo lex diplomatico Dennis Ross, consulente presso il Washington Institute for Near East Policy dopo essere stato assistente speciale di Barack Obama, nel caso del «mantenimento del controllo dello stretto da parte dellIran» con «la conseguente capacità di ricattare ogni Paese che lo utilizza». Anche per questi motivi, secondo alcuni osservatori, il controllo dello Stretto può consentire allIran di proiettare il proprio potere al di là della regione, candidando addirittura il regime al ruolo di potenza globale.

Centro alternativo di potere
La pensa così Robert A. Pape, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, dove si occupa di strategia militare e sicurezza internazionale, secondo cui la guerra ha segnato la nascita di un quarto centro di potere, accanto a quelli attribuiti a Stati Uniti, Russia e Cina. Un potere che non deriva dalla potenza economica o militare, ma dal controllo di uno dei più importanti snodi commerciali al mondo, lo Stretto di Hormuz. Secondo Pape, il controllo iraniano dello Stretto non sarà un fatto passeggero ma è dettato dalla geografia. «Proteggere ogni singola spedizione di petrolio che attraversa lo Stretto di Hormuz da potenziali attacchi – mine, droni, missili – è un’attività a tempo pieno. Richiede una presenza militare continua» ha scritto in un articolo pubblicato sul New York Times. «All’Iran basta colpire una petroliera di tanto in tanto per mettere in dubbio l’affidabilità delle forniture mondiali di petrolio».
Se l’incertezza dovesse continuare si assisterà alla nascita di un nuovo ordine regionale, in cui i Paesi del Golfo cercheranno sempre più di accontentare l’attore che ha più di altri la possibilità di assicurare (o negare) la sicurezza delle esportazioni da cui le loro economie dipendono. Un vantaggio che deriva da caratteristiche del mercato petrolifero e dei trasporti marittimi che non possono essere «riconfigurate» in tempi rapidi. Mettendo in difficoltà i Paesi che dipendono maggiormente dall’energia proveniente dai Paesi del Golfo, come Giappone, Corea del Sud, India e anche la Cina, nonostante la disponibilità di scorte e la maggiore diversificazione.
Questo, secondo Pape, significa che l’Iran potrebbe avere il potere di controllare fino al 20 per cento del petrolio mondiale. Unito all’11 per cento controllato dalla Russia e alle enormi capacità della Cina come acquirente, il più grande importatore al mondo di petrolio, questi tre Paesi potranno formare un «cartello» in grado di negare all’Occidente il 30 per cento del petrolio mondiale. Potrebbe così emergere un nuovo ordine, non tramite il coordinamento formale tra le tre potenze ma attraverso incentivi che si rafforzano con il tempo, fino a causare «un declino vertiginoso del potere degli Stati Uniti e dell’Europa, e uno slittamento globale verso Cina, Russia e Iran».

La trappola dell’escalation
Gli Stati Uniti hanno la possibilità di accettare questo nuovo equilibrio o cercare di impegnarsi in una campagna militare a lungo termine per riaffermare il controllo sullo Stretto di Hormuz. In questo caso «li attende una lunga battaglia, che potrebbero benissimo perdere». Secondo Pape, che ritiene gli Stati Uniti siano già caduti nella «trappola dell’escalation», quella con l’Iran non è una guerra dalla quale gli Stati Uniti «possono semplicemente ritirarsi, tornando alla situazione precedente».
Anche a Teheran la convinzione è che si stia «scrivendo un nuovo capitolo per il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz», come ha dichiarato l’ayatollah Mojtaba Khamenei in una rara dichiarazione pubblica. Ferito negli attacchi che hanno ucciso il padre e predecessore, Ali Khamenei, la nuova Guida suprema iraniana ha promesso di «impedire gli abusi del nemico» nello Stretto, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno subito una «sconfitta umiliante».
L’occasione è stata la Giornata Nazionale del Golfo Persico, che ricorda l’espulsione delle forze portoghesi dallo Stretto di Hormuz nel 1622, in cui Khamenei ha dichiarato che gli stranieri che venivano da lontano per «creare problemi» non hanno posto nella regione «se non sul fondo delle acque». «Il brillante futuro della regione del Golfo Persico sarà un futuro senza l’America, al servizio del progresso, del benessere e della prosperità delle sue nazioni», ha sottolineato Khamenei nel discorso, in cui ha elogiato la nuova gestione” dellimportante via navigabile da parte dellIran.
Il nuovo leader ha incolpato gli Stati Uniti per l’instabilità nella regione, affermando che le basi militari statunitensi presenti sul territorio «non sono nemmeno in grado di garantire la propria sicurezza, figuriamoci quella di coloro che nella regione dipendono dagli Stati Uniti e li venerano».
Un messaggio che «essenzialmente» rappresenta «una dichiarazione di vittoria» secondo l’analista Trita Parsi, vicepresidente esecutivo del Quincy Institute, secondo il quale le dichiarazioni di Khamenei indicano che la «”sconfitta umiliante” degli Stati Uniti segna una nuova era geopolitica, sia a livello regionale che globale». Anche se «può sembrare un’esagerazione», la dichiarazione potrebbe infatti rivelarsi un «punto di svolta» a livello geopolitico, dal momento che la posizione iraniana si è rafforzata mentre l’ombrello di sicurezza statunitense «è sempre più percepito come inefficace e inaffidabile». Tutto però dipende da come l’Iran gestirà la pace, dal fatto cioè che il nuovo ordine sia accettato dalle altre potenze regionali. «Questo non avverrà militarmente, ma diplomaticamente. E quella fase non è ancora nemmeno iniziata».

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