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Home » Esteri

Stati Uniti e Iran annunciano un accordo per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz

Immagine di copertina
Credit: AGF

Dopo 107 giorni di combattimenti e migliaia di morti, Washington e la Repubblica islamica raggiungono un’intesa per prolungare di 60 giorni il cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz, che sarà firmata venerdì 19 giugno. Ma sulla questione nucleare i negoziati devono ancora cominciare, e con Israele, il Libano e il programma missilistico di Teheran rimosso dall'agenda, la pace resta tutta da costruire

A volte la storia svolta in un lunedì mattina. La guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, che dal 28 febbraio aveva provocato migliaia di morti, il blocco dello Stretto di Hormuz, i mercati energetici e alimentari mondiali sull’orlo della crisi, si è fermata, non senza difficoltà. O almeno, così dice l’accordo negoziato tra Washington e Teheran. Alle prime ore di questa mattina Shehbaz Sharif, premier pakistano e mediatore chiave del conflitto insieme al Qatar, ha rotto il silenzio sui social con poche parole destinate a scuotere le borse di mezzo mondo: tra Stati Uniti e Iran «è stato raggiunto» un accordo di pace. «Entrambe le parti hanno dichiarato la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano». L’intesa, ha assicurato, «è ormai conclusa».
Da Washington, il presidente Usa Donald Trump ha poi confermato tutto sul suo social Truth: «L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo. Congratulazioni a tutti!». Quindi ha aggiunto: «Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!». Il presidente ha «autorizzato» la piena riapertura dello Stretto di Hormuz senza il pagamento di pedaggi per il transito e annunciato la rimozione del blocco navale americano. Con una precisazione: l’apertura effettiva avverrà solo dopo la firma ufficiale dell’accordo, fissata per venerdì 19 giugno a Ginevra, «ai fini dello sminamento». Dopodiché, ha promesso in un secondo post, «il petrolio tornerà a scorrere da entrambe le estremità, a beneficio della regione e del mondo». L’accordo avrebbe già dovuto essere siglato elettronicamente ieri, domenica 14 giugno, ma non era immediatamente chiaro se ciò fosse effettivamente avvenuto.
Le conseguenze si sono sentite quasi in tempo reale. Il greggio, i cui prezzi erano schizzati alle stelle dallo scoppio della guerra e dalla chiusura dello stretto, che in tempi normali garantiva un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto, ha perso oltre il 4% sui principali indici globali. Anche le borse asiatiche hanno spiccato il volo: Tokyo ha guadagnato oltre il 4%, Seul più del 5%.

I dossier sul tavolo
La cerimonia di firma è fissata tra quattro giorni ma i nodi veri sono ancora tutti da sciogliere. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi, parlando alla televisione di Stato IRIB, ha chiarito che il memorandum d’intesa apre un periodo di negoziazione di 60 giorni su quattro grandi capitoli: la revoca delle sanzioni contro l’Iran, la questione nucleare, la ricostruzione del Paese e l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio degli impegni adottati dalle parti.
L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha diffuso una bozza in 14 punti del documento, non ancora ufficialmente confermata e secondo il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmail Baqaei ancora da rivedere e finalizzare dalle istituzioni competenti, che delinea un quadro ambizioso. Tra le disposizioni principali figurano la cessazione immediata della guerra su tutti i fronti; l’impegno americano a non interferire negli affari interni iraniani e a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti; la revoca completa del blocco navale entro 30 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz entro lo stesso termine; la sospensione delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere e petrolchimiche; la riaffermazione da parte di Teheran del proprio impegno, ai sensi del Trattato di non proliferazione, a non produrre armi nucleari; nessun rinforzo militare americano nella regione né nuove sanzioni per tutta la durata dei negoziati. L’accordo conclusivo infine dovrà essere ratificato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Sul piano economico, la bozza prevede lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati nell’arco del periodo negoziale, con metà della somma da mettere a disposizione di Teheran prima ancora dell’avvio dei colloqui. La bozza non confermata delinea inoltre un piano di ricostruzione dell’Iran da almeno 300 miliardi di dollari, che Stati Uniti e alleati si impegnerebbero a garantire. Quanto al nucleare, Trump ha detto al New York Times che si discuterà di una moratoria di 20 anni sull’arricchimento dell’uranio, lasciando però intendere che un’intesa a 15 anni potrebbe essere raggiungibile, mentre Teheran non vorrebbe superare i 5 anni.
Una clausola vale la pena di sottolinearla: i colloqui finali non partiranno finché gli Stati Uniti non avranno adempiuto ai propri impegni preliminari, ossia lo sblocco di metà dei fondi congelati, la sospensione delle sanzioni petrolifere e la revoca del blocco navale. Dalla bozza non confermata risultano anche rimossi definitivamente dall’agenda dei negoziati sia il programma missilistico iraniano sia il sostegno di Teheran ai gruppi armati della regione, come Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen. Due dossier che hanno a lungo avvelenato le trattative.

Un accordo fragile
Il percorso verso l’intesa non è stato lineare. Pakistan e Qatar hanno tenuto in piedi un negoziato che fino all’ultimo ha rischiato di naufragare. Le trattative sul testo, ha rivelato Gharibabadi, sono proseguite fino alle 17 circa (ora della costa est degli Stati Uniti) di ieri: alcune modifiche richieste da Teheran sono state accettate proprio dopo l’escalation di ieri in Libano, la stessa che aveva spinto l’Iran a minacciare il ritiro dai colloqui. Le minacce delle forze armate iraniane, ha dichiarato il viceministro, «hanno contribuito a facilitare i progressi nei negoziati». «Le forze armate erano pronte a dare una risposta decisiva», ha aggiunto il viceministro della Repubblica islamica. Solo la scelta finale di Teheran di astenersi dall’attaccare Israele ha consentito all’accordo di sopravvivere. Quindici minuti dopo la conclusione delle trattative, il premier pakistano Sharif ha annunciato l’intesa al mondo.
In precedenza, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano aveva già avvertito sui social della possibilità di una risposta «imminente» a un raid israeliano che ieri aveva ucciso almeno tre persone nella periferia meridionale di Beirut. I negoziatori statunitensi, insieme ai mediatori di Qatar e Pakistan, si erano adoperati per evitare un attacco iraniano su Israele che, secondo funzionari americani e israeliani, era già pronto e che avrebbe probabilmente fatto saltare tutto.

Il rischio Israele
Israele rimane il grande escluso di questo accordo, in una posizione quanto meno scomoda. Aveva condotto l’attacco di domenica su obiettivi di Hezbollah a Beirut, in risposta a lanci di droni sul proprio territorio, rischiando di far saltare mesi di trattative. Trump non aveva nascosto la sua ira: il 14 giugno era il suo ottantesimo compleanno e quell’attacco aveva reso la giornata decisamente meno piacevole del previsto. «Non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in quel giorno particolare», aveva scritto ieri sul suo social Truth. «Ero furioso», ha poi confermato al portale statunitense Axios, rivelando di aver rimproverato duramente Netanyahu: «Non ha alcun giudizio. Gliel’ho fatto sapere». Al New York Times aveva aggiunto, senza troppi giri di parole: «È un tipo molto difficile». Israele temeva e teme ancora un compromesso che non soddisfi le sue richieste riguardo all’Iran, suo acerrimo nemico, e si trova ora a fare i conti con una pace conclusa sostanzialmente senza alcun suo contributo. Quella di porre fine al conflitto era anche una pressione interna che Trump si portava dietro da settimane: una guerra impopolare che, oltre alle migliaia di vittime, aveva scosso l’economia globale.

Reazioni internazionali
Il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha accolto l’accordo come «un passo cruciale verso una soluzione pacifica del conflitto». Francia, Germania, Regno Unito e Italia hanno firmato una dichiarazione congiunta, dichiarandosi «disposti a revocare le sanzioni pertinenti in risposta a passi chiari e verificabili compiuti dall’Iran in merito al suo programma nucleare». Il presidente francese Emmanuel Macron ha anche annunciato l’avvio di una missione marittima internazionale istituita da Francia e Regno Unito, «pronta a sostenere» la riapertura dello Stretto di Hormuz, chiedendo che avvenga in modo «urgente e incondizionato». «Le risorse sono disponibili e pronte per essere impiegate», ha scritto sui social il capo dell’Eliseo. Il presidente francese ha anticipato che al G7 di Evian, in programma questa settimana, i leader si confronteranno sulle conseguenze dell’accordo, sul sostegno al Libano, sulla riapertura a lungo termine dello Stretto e sulla prospettiva di un’intesa definitiva sul nucleare e sui missili balistici iraniani. Se a Evian è atteso Donald Trump, il suo vicepresidente JD Vance dovrebbe invece presenziare alla cerimonia di firma a Ginevra dell’accordo con l’Iran del 19 giugno. Ma anche presenza dell’inquilino della Casa bianca è possibile, visti i suoi impegni in Europa.
Se Washington celebra la diplomazia, Teheran festeggia come se avesse vinto la guerra e in qualche misura lo dice apertamente. Lo Stato Maggiore iraniano ha dichiarato che l’Iran ha «imposto la sua volontà divina e ferrea ai nemici americani e sionisti umiliati» e che «il nemico non ha altra scelta che accettare la sconfitta e arrendersi». Il presidente del Parlamento di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore dell’Iran, ha esaltato sui social le «lotte dei valorosi combattenti del Libano e la diplomazia risoluta della Repubblica Islamica», capaci di garantire «la sovranità e l’integrità territoriale del caro Libano» e di distruggere «l’insensata bellicosità del regime israeliano». «Non possono mai catturare da soli alcun ramo della Resistenza», ha scritto Ghalibaf prima dell’annuncio dell’accordo con gli Stati Uniti.

La pace ancora lontana
Intanto Trump ha messo il suo timbro personale sull’intesa. «Molti presidenti hanno cercato di fare la pace con l’Iran, e tutti hanno fallito prima di me», ha scritto sul suo social Truth. «I leader della regione hanno, per la prima volta, trovato un presidente che può aiutarli a raggiungere una pace vera». Parole ambiziose. In effetti, se il cessate il fuoco dovesse reggere, sarebbe già un risultato enorme dopo 107 giorni di una guerra che ha provocato migliaia di morti, soprattutto in Iran e in Libano, e ha scosso l’economia globale alle radici.
Ma il quadro che emerge è più fragile di quanto le dichiarazioni ufficiali lascino intendere. Israele ha soldati in Libano e ha già fatto sapere che non intende ritirarli. Washington e Teheran poi litigano sulla sequenza dei negoziati: l’Iran sostiene che i colloqui sul nucleare partiranno solo dopo aver visto i soldi; gli Stati Uniti hanno invece respinto questa lettura. Due firmatari, due interpretazioni dello stesso documento, siglato o quasi mentre i caccia israeliani bombardavano Beirut.
Sia negli Stati Uniti che in Israele si teme già che i 60 giorni di negoziato sul nucleare non porteranno a nessun accordo definitivo e che la guerra finisca senza aver risolto la questione di fondo, o peggio ancora possa ricominciare. Raggiungere il Memorandum d’intesa è stato già di per sé straordinariamente difficile. Sciogliere in due mesi nodi rimasti irrisolti per decenni è, per chi conosce il dossier, qualcosa di molto vicino a un’impresa impossibile.

LEGGI ANCHE: [L’architetto dell’accordo con l’Iran del 2015 a TPI: “Il Jpcoa non doveva morire. Ora ogni intesa sarà più fragile”]
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