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Home » Esteri

Usa: Trump annuncia “colloqui” con l’Iran e sospende i raid. Ma Teheran smentisce tutto

Immagine di copertina
A sinistra, il presidente degli Usa Donald Trump. A destra, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. Credit: AGF

Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver raggiunto "punti di accordo" con Teheran, rinviando gli attacchi previsti alle centrali elettriche iraniane, ma sia il portavoce del ministero degli Esteri che il presidente del Parlamento iraniano negano qualsiasi trattativa. La guerra intanto continua

Il presidente Donald Trump ha annunciato oggi “colloqui molto positivi e produttivi per una cessazione totale” delle ostilità tra gli Stati Uniti e l’Iran, dopo aver ordinato al dipartimento della Difesa di rinviare di cinque giorni qualsiasi attacco contro le centrali elettriche e altre infrastrutture energetiche della Repubblica islamica, che però smentisce tutto.
L’annuncio, arrivato attraverso un post sul suo social Truth, ha suscitato grande sollievo tra gli investitori e sui mercati finanziari, dopo tre settimane di guerra che hanno paralizzato lo Stretto di Hormuz e scatenato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) aveva definito la più “grave crisi energetica globale degli ultimi decenni”. L’apertura del dialogo tra Stati Uniti e Iran ha comunque sorpreso le cancellerie internazionali visto che nei giorni scorsi sia Washington sia Teheran avevano escluso negoziati bilaterali. I colloqui sarebbero stati condotti dagli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, grazie alla mediazione dei governi di Turchia, Egitto e Pakistan, con il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Tuttavia la Repubblica islamica ha smentito ufficialmente i negoziati, parlando di un’altra mossa della Casa bianca per calmare i mercati.
Un risultato per ora raggiunto. La reazione degli investitori all’annuncio di Trump ha infatti fatto crollare le quotazioni del petrolio di oltre il 10 per cento, mentre le borse europee come Parigi, Francoforte, Londra e Milano sono tornate in positivo. Tutto questo mentre da Teheran arrivavano le prime smentite.

Guerra nello Stretto
L’attacco scatenato il 28 febbraio scorso da Usa e Israele contro la Repubblica islamica ha trascinato l’intera regione e le sue infrastrutture nel conflitto, bloccando di fatto lo Stretto di Hormuz,  una lingua d’acqua larga appena 38 chilometri tra la penisola arabica e la costa iraniana attraverso cui normalmente transitava un quinto della quantità commerciata a livello globale di petrolio e gas naturale liquefatto. Gli ostacoli alla navigazione nell’area, cominciati con l’avviso della Marina militare statunitense ai navigli in transito di tenersi ad almeno 30 miglia nautiche dalle navi da guerra americane e proseguiti con le minacce di Teheran ai carichi riconducibili a Paesi alleati di Washington e Tel Aviv, avevano fatto aumentare i prezzi del greggio e del gnl, un incremento aggravato poi dagli attacchi incrociati di Israele e dell’Iran sulle infrastrutture energetiche dell’area.
Dall’inizio della guerra, secondo la società di consulenza Kpler, il transito attraverso lo Stretto è crollato del 95 per cento, mentre secondo le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) da allora il mondo ha “perso undici milioni di barili al giorno, più della somma delle perdite registrate durante le due principali crisi petrolifere” degli anni Settanta. “Nessun Paese sarà immune dagli effetti di questa crisi se continuerà su questa strada”, aveva avvisato il direttore dell’Aie, Fatih Birol. Dal 28 febbraio sono infatti state danneggiate almeno una quarantina di infrastrutture energetiche in nove Paesi dell’area.

Minaccia ritirata?
In questo contesto, di fronte alla tenuta del regime di Teheran, nel fine settimana Donald Trump aveva lanciato un ultimatum all’Iran: riaprire lo Stretto di Hormuz entro quarantotto ore, pena la distruzione delle rete elettrica della Repubblica islamica, che conta oltre 90 centrali con centinaia di sottostazioni in tutto il Paese. Una minaccia rivista oggi, nel giro di poche ore, dopo che Teheran aveva promesso di rispondere colpendo le principali infrastrutture energetiche del Golfo nei Paesi alleati degli Usa e in Israele.
“Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”, ha scritto oggi Trump sul suo social Truth. “Sulla base del tenore e del tono di questi colloqui approfonditi, dettagliati e costruttivi, che proseguiranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinando il tutto al successo degli incontri e delle discussioni in corso”. Una dichiarazione che, allo stesso tempo, annuncia un passo indietro ma mantiene viva la minaccia originale.
Durante una conferenza stampa tenuta oggi dalla Florida prima di imbarcarsi per Memphis, in Tennessee, Trump ha poi rivelato di aver già approvato un attacco, previsto per domani mattina, contro la “più grande centrale elettrica” dell’Iran, ma che in seguito Teheran si era rivolta agli Stati Uniti chiedendo di raggiungere un accordo. “Se le cose andranno bene, risolveremo la questione”, ha detto il presidente Usa sulla pista di Palm Beach prima di salire sull’Air Force One. “Altrimenti, continueremo a bombardare a più non posso”.
Ma i dettagli rivelati alla stampa dall’inquilino della Casa bianca rendono il quadro ancora più intricato. Gli inviati Witkoff e Kushner, secondo Trump, avrebbero tenuto ieri dei colloqui, protrattisi fino a sera, con le controparti, ottenendo un’intesa di massima su una quindicina di punti: l’impegno di Teheran a non sviluppare armi nucleari, a non arricchire ulteriormente l’uranio, a consegnare le scorte esistenti di uranio arricchito al 60 per cento, a mantenere “un profilo basso sui missili” e a riaprire lo Stretto di Hormuz. “Non vogliamo vedere bombe nucleari, armi nucleari, missili nucleari, vogliamo la pace in Medio Oriente”, ha detto il presidente Usa, secondo cui se si raggiungerà un accordo, le scorte iraniane di uranio verranno rimosse direttamente dagli americani: “Ce le prenderemo da soli”. Un esito straordinario, se confermato. Il problema è che Teheran nega ogni cosa.

La versione iraniana
La lettura fornita dalla Repubblica islamica appare alternativa a quanto dichiarato oggi da Trump. Al momento infatti, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale Irna, non vi sarebbe alcuna comunicazione diretta o indiretta tra l’Iran e gli Stati Uniti. “Negli ultimi giorni, alcuni Paesi amici hanno ricevuto messaggi che indicavano una richiesta da parte degli Stati Uniti di avviare negoziati volti a porre fine alla guerra”, ha dichiarato oggi il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, che ha “negato qualsiasi negoziato o colloquio con gli Stati Uniti durante i 24 giorni di guerra”.
Washington, secondo una fonte politica della Repubblica islamica citata dall’agenzia di stampa iraniana Fars, avrebbe ritirato la minaccia alle centrali elettriche non perché i negoziati procedano bene, ma perché l’Iran aveva a sua volta promesso ritorsioni contro le infrastrutture elettriche della regione. Una versione non totalmente confermata nemmeno da parte iraniana. Una fonte interna al ministero degli Esteri di Teheran ha infatti rivelato all’agenzia di stampa iraniana Mehr che “esistono iniziative” volte a ridurre le tensioni. Tuttavia, ha confermato la fonte citata, le dichiarazioni di Trump mirano più che altro a ridurre i prezzi dell’energia e a “guadagnare tempo per i suoi piani militari”.
L’ala dura di Teheran è infatti pronta a ogni scenario. Mizan Online, organo di propaganda della magistratura della Repubblica islamica, ha pubblicato un’infografica che include le due principali centrali elettriche israeliane, Orot Rabin e Rutenberg, tra gli obiettivi da colpire in caso di attacco statunitense alle infrastrutture iraniane. Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale di Teheran ha inoltre promesso che qualsiasi attacco alle coste o alle isole iraniane porterebbe l’Iran a “minare le vie di accesso e le linee di comunicazione nel Golfo Persico e nelle aree costiere”, chiudendo “completamente” lo Stretto di Hormuz, mentre l’esercito iraniano ha minacciato di colpire “tutte le infrastrutture energetiche e informatiche appartenenti agli Stati Uniti e ai loro alleati” nella regione.

Il giallo del mediatore
Per Donald Trump però le due narrazioni non sono alternative. “Coloro che sono coinvolti nei colloqui non sono necessariamente in grado di contattare altre persone all’interno del regime”, ha detto il presidente Usa, mettendo in dubbio la tenuta della linea di comando all’interno della Repubblica islamica. L’inquilino della Casa bianca non ha voluto nemmeno rivelare il nome del suo interlocutore per non “farlo uccidere”. “Stiamo parlando con l’uomo che credo sia il più rispettato”, ha detto Trump. “Non è la Guida suprema, di cui non abbiamo sentito parlare”, ha assicurato il presidente Usa, escludendo esplicitamente che si tratti di Mojtaba Khamenei, che si ritiene sia rimasto ferito nel primo attacco bellico in cui perse la vita il padre. “Non lo considero il vero leader (dell’Iran, ndr), ha aggiunto Trump, secondo cui l’uccisione dei vertici della Repubblica islamica ha prodotto “una forma molto seria di cambio di regime”, esprimendo la speranza che la situazione in Iran si sviluppi come in Venezuela, dove, dopo il sequestro di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, la vicepresidente Delcy Rodriguez ha cominciato a dialogare con Washington.
A colmare il vuoto sull’identità dell’interlocutore ci ha provato, nel pomeriggio, il portale statunitense Axios, secondo cui a mediare con la Casa bianca sarebbe stato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, figura emersa come punto di riferimento nel processo decisionale in tempo di guerra, insieme al defunto Ali Larijani, ucciso invece in un raid aereo israeliano. Amico intimo del comandante dei Pasdaran, Qassem Soleimani, assassinato in un attacco aereo ordinato da Donald Trump nel 2020 a Baghdad e già coinvolto nella repressione delle proteste interne in Iran, Ghalibaf non appare esattamente come l’interlocutore che Washington avrebbe scelto in condizioni normali. Ma queste non lo sono affatto.
Un’indiscrezione smentita però direttamente dall’interessato. “Il nostro popolo esige la punizione completa e umiliante degli aggressori”, ha affermato Ghalibaf sui social, negando che si siano svolti negoziati con gli Stati Uniti. “Tutti i funzionari sostengono fermamente il loro leader e il loro popolo fino al raggiungimento di questo obiettivo”, ha aggiunto il presidente del Parlamento iraniano, riferendosi presumibilmente alla nuova Guida Suprema della Rivoluzione islamica, Mojtaba Khamenei. “Non ci sono stati negoziati con gli Stati Uniti. Le notizie false hanno lo scopo di manipolare i mercati finanziari e petroliferi e di far uscire dal pantano in cui sono intrappolati gli Stati Uniti e Israele”.
Sarebbero stati invece proprio gli Usa, secondo quanto riferito all’agenzia di stampa britannica Reuters da un alto funzionario iraniano, a chiedere un incontro, nel fine settimana, con il presidente del Parlamento iraniano per avviare i negoziati, una richiesta su cui però il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale di Teheran non si sarebbe ancora pronunciato.
Ma la dimensione diplomatica è quanto mai caotica anche fuori dall’Iran. A mediare tra gli Usa e la Repubblica islamica ci sarebbero i governi di Turchia, Egitto e Pakistan, i cui rappresentanti dei rispettivi ministeri degli Esteri avrebbero avuto colloqui separati con Witkoff e con il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi. Il comandante dell’esercito pakistano Asim Munir, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Financial Times citando due fonti informate sul colloquio, ha parlato ieri con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, offrendosi come principale mediatore tra Washington e Teheran. Entro la fine di questa settimana, secondo quanto riferito da un anonimo funzionario israeliano all’emittente locale Channel 12, i Paesi mediatori stanno cercando di organizzare un incontro a Islamabad tra il vicepresidente statunitense JD Vance, gli inviati della Casa bianca Jared Kushner e Steve Witkoff e una delegazione iraniana.
Anche il Sultanato dell’Oman, mediatore storico tra Iran e Stati Uniti negli ultimi negoziati sul nucleare, si è fatto sentire, annunciando di essere “attivamente impegnato” a garantire il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz. “L’Oman sta lavorando attivamente per realizzare infrastrutture di passaggio sicure”, ha scritto sui social il ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi, precisando che le conseguenze economiche del conflitto rischiano di aggravarsi nel caso di una guerra prolungata. Mosca, infine, ha comunicato una telefonata tra i ministri degli Esteri russo e iraniano, Sergey Lavrov e Abbas Araghchi, sottolineando “la necessità di una cessazione immediata delle ostilità e di una soluzione politica”. Il Cremlino però tiene d’occhio la situazione, definita “contraddittoria”. “Oggi sono state rilasciate diverse dichiarazioni, alcune anche contraddittorie”, ha affermato il portavoce del governo russo, Dmitrij Peskov, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale Tass. “Continuiamo a monitorare attentamente la situazione e speriamo che presto ritorni alla normalità”.

La guerra continua
Intanto, alle spalle della diplomazia, il conflitto va avanti. Questa mattina l’esercito israeliano ha annunciato “un’ampia ondata di raid” su Teheran, con esplosioni riportate in varie zone della capitale. Diversi contrattacchi iraniani si sono invece verificati negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Arabia Saudita.
In un video in lingua ebraica girato con il presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset Boaz Bismuth, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che Tel Aviv sta lavorando per portare sia sé stesso che l’Iran “in luoghi in cui non sono mai stati”. “Loro sono in basso, noi siamo in alto”, ha aggiunto, dopo che Bismuth gli aveva ricordato i suoi precedenti tentativi di bloccare gli accordi nucleari con Teheran. “Non ci deve essere un cattivo accordo”, ha osservato. Un funzionario israeliano, citato da Axios, ha ammesso che lo Stato ebraico era a conoscenza dei contatti indiretti tra Stati Uniti e Iran, dicendosi però sorpreso dalla velocità degli sviluppi: “Non sapevamo che le cose si stessero evolvendo così rapidamente”.
Un accordo però va ancora trovato e le incognite restano molte. Interrogato dalla stampa su chi controllerà lo Stretto di Hormuz una volta riaperto, Donald Trump si è fermato a riflettere e ha risposto: “Forse io e l’ayatollah”. “Chiunque sia”, ha però aggiunto il presidente Usa, il canale sarà “controllato congiuntamente”. Una frase che contiene un’ammissione difficile da ignorare: non si può riaprire Hormuz senza l’Iran e nessun accordo reggerà senza qualcuno dall’altra parte che sia in grado di firmarlo e farlo rispettare.
Un altro problema riguarda il petrolio iraniano, su cui la Casa bianca ha sospeso una parte delle sanzioni, una mossa che dovrebbe portare circa 14 miliardi di dollari nelle casse di Teheran. “Voglio solo che ci sia più petrolio possibile nel sistema. Qualsiasi piccola somma di denaro che l’Iran riceverà non farà alcuna differenza in questa guerra, ma voglio che il sistema venga lubrificato”, ha spiegato Trump alla stampa. “Il prezzo del petrolio crollerà come un sasso non appena si raggiungerà un accordo”. Vista la reazione odierna dei mercati finanziari potrebbe aver ragione. Ma la domanda è se un accordo esiste davvero, oltre gli annunci.

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