Il giorno della tregua: cosa prevede l’accordo di cessate il fuoco e perché Trump ha fermato l’attacco contro l’Iran
Dopo le minacce di commettere crimini di guerra in Iran, Donald Trump accetta un cessate il fuoco di due settimane che, di fatto, sancisce il controllo dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica islamica. Ma la guerra di Israele in Libano continua
C’è voluto un colpo di scena degno di un thriller politico e l’intervento in extremis del governo del Pakistan per evitare che nella notte tra il 7 e l’8 aprile i bombardieri B-52 degli Stati Uniti, già in volo verso l’Iran, distruggessero ponti, centrali elettriche e infrastrutture civili della Repubblica islamica, facendo precipitare un intero Paese nel caos in palese violazione delle leggi internazionali. A poco più di 90 minuti dalla scadenza fissata da Donald Trump infatti, il presidente degli Usa ha accettato il rinvio di altre due settimane degli attacchi contro Teheran, che da parte sua si è impegnata a riaprire lo Stretto di Hormuz. Così Washington e la Repubblica islamica hanno annunciato un cessate il fuoco di due settimane, mentre venerdì 10 aprile le delegazioni di entrambe le parti riprenderanno i colloqui di pace a Islamabad, in Pakistan. Un accordo fragile, costruito su una base negoziale ancora piena di contraddizioni, ma per ora sufficiente a frenare una guerra che dal 28 febbraio scorso ha già causato migliaia di vittime, gettato nel caos la regione e messo a rischio l’economia globale. Ostilità sospese però solo in Iran, non in Libano, dove Israele prosegue le operazioni e si continua a morire.
Un ultimatum dopo l’altro
Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare al 21 marzo, quando Trump annunciò sul suo social Truth il primo ultimatum: se l’Iran non avesse riaperto completamente lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, gli Stati Uniti avrebbero distrutto le centrali elettriche iraniane. Una minaccia che si è poi trascinata per settimane, con scadenze spostate ben quattro volte, toni alterni e dichiarazioni spesso contraddittorie. Il 26 marzo la data era già slittata al 6 aprile; il giorno prima, la domenica di Pasqua, in un post infarcito di parolacce e provocazioni religiose, Trump la rimandava ancora di 24 ore, al 7 aprile alle 20:00 ora della costa est americana, le due di notte in Italia.
Intanto la diplomazia lavorava dietro le quinte. A fine marzo, mentre il presidente Usa cominciava a minacciare l’apocalisse su Teheran, gli inviati della Casa bianca Steve Witkoff e Jared Kushner consegnavano ai mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia un piano in 15 punti per un cessate il fuoco in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. Per tutta risposta, il 6 aprile, Teheran consegnava ai mediatori una controproposta in 10 punti che non chiedeva una semplice tregua ma la fine definitiva del conflitto, con tanto di garanzie, risarcimenti e revoca delle sanzioni. Una richiesta che allora lo stesso Trump definì “significativa ma non sufficiente”, senza respingerla del tutto.
Quello stesso giorno e per la prima volta dall’inizio della guerra, secondo fonti israeliane e dei Paesi del Golfo citate dal portale statunitense Axios, la Guida suprema della rivoluzione islamica in Iran, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, diede il via libera ai suoi negoziatori per un accordo con gli Usa, anche grazie alle pressioni della Cina.
La notte del negoziato
Tutto si è svolto quindi nella giornata di ieri, 7 aprile. L’inviato presidenziale statunitense Steve Witkoff appariva, secondo le fonti di Axios, “molto arrabbiato” mentre continuava a mantenere i contatti con i mediatori, definendo le proposte iraniane “un disastro, una catastrofe”. Intanto i negoziatori pakistani rimbalzavano le bozze aggiornate per un possibile accordo tra Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, mentre i colleghi egiziani e turchi cercavano di limare le distanze tra le parti. Anche il vicepresidente JD Vance, in visita in Ungheria, restava in costante contatto con Islamabad per contribuire alla mediazione, mentre il premier di Israele Benjamin Netanyahu invitava il presidente degli Stati Uniti a non affrettarsi a un accordo con Teheran.
Così, nel pomeriggio, arrivò puntualmente l’ultima provocazione di Donald Trump via social, che annunciava “la morte di un’intera civiltà” in Iran, una mossa che interruppe i contatti diretti tra Teheran e Washington, le quali tuttavia continuarono a comunicare tramite i mediatori. Malgrado lo stop infatti, in serata divenne chiaro che si stava ormai convergendo verso una tregua di due settimane, con il premier pakistano Shehbaz Sharif che pubblicò i termini dell’accordo sui social, chiedendo a entrambe le parti di accettarli.
Trump, secondo il retroscena di Axios, incassò subito telefonate e messaggi dai falchi del suo entourage che lo esortavano a rifiutare. Tanto che molti dei suoi interlocutori più stretti, che avevano parlato con il presidente appena un’ora prima, erano convinti che avrebbe detto no. Invece alla fine acconsentì alla tregua. Prima di annunciarlo sui social però, l’inquilino della Casa bianca si premunì di chiamare Netanyahu per assicurarsi l’impegno di Israele a un cessate il fuoco con l’Iran, quindi sentì il generale pakistano Asim Munir per concludere l’accordo. Quindici minuti dopo pubblicò un post sul suo social Truth, in cui annunciava il rinvio degli attacchi alla Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi seguì a ruota, pubblicando una nota (rilanciata da Trump) in cui affermava che Teheran avrebbe rispettato la tregua e riaperto lo Stretto di Hormuz alle navi che avessero operato “in coordinamento con le forze armate iraniane”.
Il nodo Hormuz: cosa prevede la tregua
L’accordo per il cessate il fuoco raggiunto nella notte è condizionato appunto alla riapertura dello Stretto alla navigazione e ha una durata di sole due settimane. In questo periodo gli Stati Uniti si impegnano a sospendere i bombardamenti contro l’Iran, a condizione che Teheran garantisca l’apertura “completa, immediata e sicura” di Hormuz. La tregua, definita “bilaterale” da Donald Trump, vale su tutti i fronti ma non in Libano, dove Israele si riserva di continuare le operazioni contro Hezbollah. Intanto, il Pakistan ha invitato le delegazioni di Washington e Teheran a tenere colloqui di pace nella capitale Islamabad venerdì 10 aprile.
Il cuore dell’accordo riguarda però la riapertura dello Stretto di Hormuz. Prima del conflitto, attraverso quel corridoio marittimo, transitava circa un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale. Motivo per cui la sua chiusura aveva fatto schizzare i prezzi degli idrocarburi alle stelle e messo a rischio le economie in Asia orientale ed Europa.
L’intesa raggiunta ieri notte prevede che il passaggio sia garantito per due settimane “in coordinamento con le forze armate iraniane”, una formulazione che lascia a Teheran il controllo dello Stretto e mantiene aperta la questione di quanto la Repubblica islamica sarà davvero disposta ad allentare la morsa su questa via d’acqua. Trump ha fatto sapere che gli Stati Uniti “aiuteranno a gestire il traffico” nello Stretto ma la proposta di pace iraniana prevede invece che sia proprio Teheran, insieme ai dirimpettai dell’Oman, a riscuotere pedaggi sui transiti. Una condizione che il senatore democratico statunitense Chris Murphy aveva definito “catastrofica per il mondo”, sottolineando che l’Iran non aveva alcun controllo sullo stretto prima che il conflitto scoppiasse.
Una difficile base negoziale
Non sorprende allora che il negoziato previsto venerdì a Islamabad cominci in salita. Al centro dei colloqui infatti ci sono due proposte che partono da filosofie molto diverse. Il piano americano in 15 punti, trasmesso già a marzo all’Iran attraverso il Pakistan, punta a ridurre in modo strutturale le capacità strategiche di Teheran, prevedendo la rinuncia totale allo sviluppo della bomba atomica; restrizioni all’arricchimento dell’uranio; un rafforzamento dei controlli sulle principali strutture nucleari del Paese a Natanz, Isfahan e Fordow; limitazioni allo sviluppo di missili balistici e una riduzione del sostegno iraniano ai gruppi alleati attivi in Libano, Yemen, Iraq e Siria. In cambio, Washington offre sgravi parziali sulle sanzioni e spazi di cooperazione sul nucleare civile. Il cardine irrinunciabile della proposta americana si basa su un meccanismo di verifica, che prevede il monitoraggio in tempo reale e ispezioni approfondite dei programmi della Repubblica islamica.
Il piano iraniano in 10 punti, invece, va in tutt’altra direzione. Teheran chiede la fine della guerra contro tutti i gruppi del cosiddetto “Asse della Resistenza” in Libano, Yemen e Iraq; il ritiro delle forze statunitensi dalle basi nella regione; la revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie contro la Repubblica islamica; il rilascio degli asset congelati all’estero; risarcimenti per i danni di guerra; una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che renda l’accordo vincolante; e il riconoscimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, incluso un protocollo che preveda pedaggi fino a 2 milioni di dollari a nave per il transito. Nella versione in farsi del documento compare persino la formula di “accettazione dell’arricchimento” dell’uranio per il programma nucleare civile iraniano, assente invece nelle versioni in inglese distribuite alla stampa: un’ambiguità che non è passata inosservata né a Washington né nelle capitali dei Paesi mediatori.
Divergenze profonde, che i negoziati a Islamabad dovranno provare ad appianare.
Ma la guerra in Libano continua
Per diverse ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco da parte di Donald Trump la posizione di Israele è rimasta vaga. Il premier Benjamin Netanyahu era rimasto in contatto con il presidente Usa per tutto il pomeriggio di ieri per mettere in guardia la Casa bianca da un accordo affrettato con Teheran. A sera inoltrata, però, anche il capo del governo israeliano ha dato il suo sostegno alla tregua contro l’Iran, chiedendo in cambio che Teheran apra immediatamente lo Stretto di Hormuz e cessi ogni attacco contro lo Stato ebraico, gli Usa e i Paesi della regione. L’ufficio di Netanyahu ha anche chiesto garanzie che i negoziati portino all’eliminazione della minaccia nucleare e missilistica iraniana.
La condizione più importante però riguarda il Libano. Il premier pakistano Sharif aveva inteso la tregua come estesa a tutti i teatri del conflitto, “ovunque, Libano compreso”. Netanyahu, invece, ha specificato che il cessate il fuoco non si applica alle operazioni di Tel Aviv contro Hezbollah nel Paese dei Cedri, dove dal febbraio scorso l’invasione israeliana ha già causato almeno 1.500 morti e 1,2 milioni di sfollati. Una contraddizione che rischia di diventare uno dei nodi più spinosi dei colloqui previsti a Islamabad.
Cosa succede adesso?
Quello raggiunto nella notte è un accordo fragile, pieno di punti irrisolti e di ambiguità che le parti potrebbero interpretare in modo differente. Dal diritto dell’Iran all’arricchimento dell’uranio, al ritiro statunitense dalla regione, ai risarcimenti di guerra, al controllo dello Stretto di Hormuz, alla sorte di Hezbollah in Libano, le lacune e le questioni irrinunciabili per le parti sono davvero tante, lasciando aperta la possibilità concreta che la guerra riprenda.
Per ora, tuttavia, la diplomazia segna un punto, riuscendo almeno a guadagnare tempo. I colloqui di Islamabad previsti venerdì 10 aprile, con il vicepresidente JD Vance come probabile capodelegazione degli Stati Uniti e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf a guidare i negoziatori di Teheran, diranno se c’è abbastanza volontà politica da entrambe le parti per trasformare una tregua in qualcosa di più solido.