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Home » Esteri

Il premier del Qatar in visita a Teheran: anche Doha prova riaprire il dialogo tra Iran e Stati Uniti

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Il premier nonché ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al Thani, durante la sua visita a Teheran del 26 agosto 2024, ricevuto dal capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Dopo sei mesi di guerra, un blocco navale e una crisi energetica, lo Stretto di Hormuz resta la chiave delle trattative. Ma, da Washington, Trump afferma di non avere fretta

Il premier e ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, è atteso oggi a Teheran per incontrare i vertici della Repubblica islamica con l’obiettivo di allentare le tensioni regionali, proseguire la mediazione di Doha e riaprire i canali di dialogo tra l’Iran e gli Stati Uniti. La nuova missione diplomatica qatarina giunge a sei mesi dall’inizio della guerra scatenata il 28 febbraio scorso da Usa e Israele contro Teheran, che ormai registra una sostanziale pausa nei combattimenti, a cui però non è ancora corrisposta alcuna svolta negoziale. Al contrario, tra nuove sanzioni, dichiarazioni al vetriolo, un’escalation marittima e blocchi navali, il conflitto si è trasformato sempre più in un confronto economico.
Al centro dei colloqui resta, non a caso, il nodo strategico del controllo dello Stretto di Hormuz, punto nevralgico del commercio energetico mondiale, che Teheran continua a utilizzare come leva negoziale e su cui Washington esige il ripristino della piena libertà di navigazione, rivendicandone il controllo. Un quadro reso ancora più complesso dall’annuncio statunitense di nuove pressioni economiche contro i partner commerciali dell’Iran, che hanno riacceso uno duro scambio di accuse reciproche tra Washington e Teheran.

La missione di al-Thani
L’arrivo della delegazione qatariota nella capitale iraniana era stato confermato ufficialmente dal portavoce del ministero degli Esteri di Doha, Majed al-Ansari, con una nota divulgata ieri sui social. Oggi, come spiegato da al-Ansari, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani vedrà a Teheran una serie di alti esponenti del governo iraniano allo scopo di “discutere modi per ridurre le tensioni e creare le condizioni favorevoli al dialogo”. “La via diplomatica è il mezzo migliore per risolvere le divergenze e promuovere la sicurezza e la stabilità nella regione”, ha ribadito il portavoce del ministero degli Esteri di Doha nel suo intervento sui social.
Dal canto suo, anche il ministero degli Esteri iraniano ha dato notizia dell’incontro. Il portavoce della diplomazia di Teheran, Esmaeil Baghaei, citato dall’agenzia di stampa ufficiale Irna, ha dichiarato preventivamente ai giornalisti che le discussioni verteranno sul “proseguimento degli sforzi e delle iniziative di mediazione del Qatar, oltre ad altri sviluppi regionali”.
Confinante con l’Iran, da cui è diviso solo da un tratto di mare nel Golfo, e al contempo storico alleato degli Stati Uniti, il Qatar ha svolto finora un ruolo di primissimo piano come canale di comunicazione indiretto tra le parti, contribuendo in modo determinante alla stesura del memorandum d’intesa firmato il 17 giugno scorso, che aveva portato a una breve cessazione delle ostilità prima di crollare definitivamente il mese successivo.

La questione Hormuz
Uno dei punti chiave dell’agenda riguarda la situazione dello Stretto di Hormuz, su cui l’Iran continua a trattare anche con il vicino Oman. Prima dell’inizio delle ostilità, attraverso questa rotta marittima passava circa un quinto dei carichi di petrolio e gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale, pari a circa 20 milioni di barili di greggio al giorno. I dati raccolti all’inizio di questa settimana mostrano invece un crollo dei flussi intorno ai 5 milioni di barili al giorno, il livello più basso degli ultimi tre mesi. Le divergenze tra Teheran, che rivendica il controllo dello Stretto, e Washington, che pretende il rispetto della piena libertà di navigazione, è una delle cause principali che hanno portato al crollo dell’accordo firmato a giugno.
In questa cornice, la diplomazia di Doha mira a sollecitare il ripristino delle condizioni precedenti al 28 febbraio e a garantire la sicurezza della navigazione. Anche perché il Qatar figura le principali vittime economiche della crisi nel Golfo, con un taglio del 96% delle sue esportazioni di gas naturale liquefatto dall’inizio del conflitto. Al contrario di nazioni come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iraq e Kuwait, che hanno visto colpire il proprio export di petrolio in misura assai più contenuta, la chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, che ha falcidiato il transito delle metaniere dal Golfo, ha costretto Doha a fronteggiare una perdita di 24 miliardi di dollari, un ammanco pari a circa cinque mesi di entrate statali dell’Emirato.
Malgrado gli annunci del presidente Donald Trump, la pericolosità del canale è dimostrata anche dalle recenti emergenze segnalate in mare. Soltanto oggi l’agenzia britannica per il commercio marittimo Ukmto ha reso noto che un’altra petroliera è stata colpita nello Stretto da un proiettile di provenienza sconosciuta. L’impatto ha provocato un incendio a bordo, successivamente domato dall’equipaggio, che risulta in salvo. Una notizia che non fa ben sperare.
Ma il viaggio del primo ministro del Qatar in Iran è solo l’ultimo atto di un’intensa mobilitazione diplomatica regionale. Martedì il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, aveva incontrato il suo omologo Araghchi a Teheran. A margine dei colloqui, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi aveva fatto sapere che i due Paesi avevano concordato una rotta temporanea per il traffico marittimo nello Stretto, precisando tuttavia che la riapertura completa del canale non avverrà finché gli Stati Uniti non rispetteranno gli impegni presi a giugno, revocando le sanzioni, sbloccando i beni congelati e terminando le ostilità “su tutti i fronti”, compresi Libano e Yemen. Al contempo, anche il comandante dell’esercito pakistano, Asim Munir, ha fatto tappa nella capitale iraniana per cercare di superare lo stallo, con Islamabad che ha riferito di importanti progressi.
Gli sforzi per evitare il peggio hanno prodotto un effetto immediato sui mercati. Nella speranza che i contatti di Oman, Pakistan e Qatar con l’Iran possano portare alla riapertura dello Stretto di Hormuz, attenuando le interruzioni delle forniture, i prezzi del greggio hanno registrato un ulteriore ribasso. In mattinata l’indice Brent calava dell’1,2%, pari a 1,07 dollari, attestandosi a 86,77 dollari al barile nella quarta giornata consecutiva di flessione. Allo stesso tempo, i futures sul WTI scendevano dell’1,4%, perdendo 1,13 dollari e attestandosi a 81,10 dollari al barile, chiudendo la quinta seduta consecutiva in calo.

L’affondo di Washington
Nonostante la riapertura dei canali diplomatici però, Washington lancia segnali di assoluta fermezza. Il presidente statunitense Donald Trump, in un’intervista concessa ieri all’emittente qatariota al-Jazeera, ha ribadito di non avere alcuna fretta nel riprendere le trattative ufficiali con l’Iran, dichiarandosi convinto dell’efficacia sia delle nuove sanzioni e pressioni economiche sia dell’azione militare contro Teheran. “Stiamo vincendo alla grande”, ha detto Trump. “Hanno un’inflazione altissima, la loro economia sta crollando, trattano malissimo la loro gente, stanno uccidendo moltissimi manifestanti. Non ho una scadenza precisa; farò tutto il necessario”, ha dichiarato l’inquilino della Casa bianca.
L’intenzione di Washington di intensificare le sanzioni colpendo i Paesi che commerciano con Teheran ha provocato l’immediata reazione della Repubblica Islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha inviato ieri una lettera aperta alle Nazioni Unite accusando gli Usa di condurre un “atto di terrorismo statale ed economico” e chiedendo agli Stati membri dell’Onu di non dare applicazione alle nuove misure americane. “Le sanzioni danneggiano deliberatamente i civili, limitando l’accesso a cibo, medicine, apparecchiature mediche, energia e altri beni essenziali, violando diritti tra cui i diritti alla vita, alla salute, all’alimentazione e a uno standard di vita adeguato”, ha denunciato Araghchi nella sua missiva.
L’impatto delle nuove pressioni economiche americane sta già facendo sentire i suoi effetti all’interno della società iraniana. Il vicepresidente iraniano per gli Affari esecutivi, Mohammad Jafar Ghaempanah, citato dall’agenzia di stampa ufficiale Irna, ha spiegato ieri sera che il blocco navale imposto dagli Stati Uniti ai porti del Paese impedisce le importazioni di carburante, mentre le raffinerie nazionali non riescono a soddisfare il fabbisogno interno. “La produzione di benzina è insufficiente e, a causa del blocco navale americano, non possiamo importarla”, ha ammesso il vicepresidente iraniano.
La penuria di carburante ha generato forti tensioni sociali. Nella giornata di martedì si sono registrate lunghe code davanti ai distributori di benzina a seguito dell’annuncio da parte del governo di un piano per la riduzione dei tagliandi di carburante, una misura contingentata insolita dopo anni di stabilità nei consumi. “La distribuzione del carburante nel Paese è iniqua. Chi possiede più veicoli beneficia di sussidi, a differenza di chi non ne possiede nemmeno uno”, ha dichiarato ieri Ghaempanah. L’esecutivo iraniano osserva la situazione con forte preoccupazione, ricordando la memoria dei disordini del 2019, quando un improvviso rincaro dei carburanti scatenò un’ondata di proteste diffuse in circa cento città, compresa Teheran, culminate in decine di vittime.

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