Netanyahu rivendica i nuovi insediamenti di Israele in Cisgiordania e promette altre colonie: “Pronti a una grande Aliyah”
“Abbiamo istituito 104 insediamenti e 160 fattorie e continueremo a fare di più”, ha detto il premier. Ma, a giudicare dai dati e dai provvedimenti approvati dal suo governo, non è solo una trovata elettorale
Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha rivendicato l’espansione delle colonie in Cisgiordania, lanciando un appello alla diaspora ebraica mondiale a favorire una nuova ondata di immigrazione nei Territori palestinesi. Nel corso del suo intervento di ieri al “Binyamin Breaks Through”, un evento promosso dal Consiglio regionale di Binyamin, il capo del governo di Tel Aviv ha promesso la realizzazione di ulteriori insediamenti, celebrando il lavoro già svolto per l’edificazione di decine di comunità e avamposti agricoli.
La presa di posizione del premier non rappresenta solo una nuova trovata per la campagna elettorale in vista del voto del prossimo 27 ottobre ma è il punto d’arrivo di una strategia che vede l’esecutivo israeliano impegnato in un’accelerazione dell’annessione di fatto della Cisgiordania. Una linea politica sostenuta da massicci investimenti statali, che sta provocando una dura reazione internazionale, soprattutto in Europa, allarmata dall’avvio dei bandi di gara a est di Gerusalemme e dalla progressiva cancellazione di ogni concreta prospettiva per la soluzione a due Stati.
L’appello di Netanyahu
Rivolgendosi ai presenti durante la manifestazione promossa dalle autorità locali che governano 47 tra insediamenti e avamposti israeliani in Cisgiordania, illegali ai sensi del diritto internazionale, Netanyahu ha tratteggiato una visione chiara sulla crescita demografica e sull’accoglienza di nuovi coloni.
“Molti dei nostri fratelli in tutto il mondo capiscono che questa è la nostra terra e non c’è alternativa”, ha dichiarato il premier. “Per ogni ebreo la porta è aperta, vi stiamo aspettando”, ha aggiunto Netanyahu. “Stiamo preparando la porta per una grande aliyah (l’immigrazione ebraica in Israele, ndr)”, ha proseguito, prima di rivendicare l’operato del suo governo. “Abbiamo istituito 104 insediamenti e 160 fattorie e continueremo a fare di più”, ha concluso il capo dell’esecutivo di Tel Aviv.
I nuovi insediamenti
Non è un caso che il premier abbia pronunciato queste parole in occasione del “Binyamin Breaks Through”. Soltanto lo scorso mese infatti, il gabinetto di sicurezza del governo israeliano ha dato il via libera all’istituzione di 13 nuove comunità proprio nella regione di Binyamin. Il piano, definito dallo stesso Consiglio regionale “uno sforzo edilizio tra i più imponenti degli ultimi anni” e supportato da finanziamenti per milioni di shekel, prevede una prima fase di sviluppo nei prossimi mesi con la nascita di un numero compreso tra i quattro e i sei nuovi insediamenti. Alcuni da costruire da zero, mentre altri già realizzati come avamposti agricoli da “legalizzare”.
L’iniziativa, portata avanti dal governo e dal Consiglio di Yesha, l’ente che coordina a livello statale gli interessi delle colonie, si concentra su due direttrici chiave: la cosiddetta “Rotta della Montagna” a ovest, tra Natuf, Zvada e Neot Harim, che mira a collegare Gerusalemme al centro di Israele; e l’area orientale verso la Valle del Giordano, dove sono previsti i centri di Deya, Matzoki Eretz e Kanfei Shahar.
L’iniziativa, come spiegato all’epoca dell’approvazione dal presidente del Consiglio regionale di Binyamin e leader del Consiglio di Yesha, Yisrael Gantz, punta a contrastare il “piano Fayyad” con cui l’Autorità nazionale palestinese (Anp) intende ampliare il proprio controllo sulla Cisgiordania.
Annessione di fatto
Le parole del premier trovano ampio riscontro nei provvedimenti approvati proprio dal suo governo. Dall’insediamento del sesto esecutivo Netanyahu nel dicembre 2022, sono stati approvati almeno 102 nuovi insediamenti, di cui 50 edificati ex novo. Tra il 2023 e il 2025 sono comparsi dal nulla 185 avamposti, con un’impennata di quelli a vocazione agricola passati da 33 nel 2023, a 61 nel 2024, fino ai 91 dello scorso anno. Oggi questi presidi poco o per nulla regolamentati controllano 1.070 chilometri quadrati, circa il 18% della Cisgiordania, di cui 750 espropriati sotto l’attuale governo, sebbene meno del 40% di queste aree sia classificato dallo Stato come terreno demaniale.
Tra il 2023 e il 2025, l’esecutivo ha approvato oltre 40mila nuove unità abitative nei Territori occupati, sufficienti ad accogliere 200mila coloni in aggiunta ai 500mila già presenti a fronte di 2,93 milioni di residenti palestinesi , toccando l’anno scorso il picco storico di 27.941 alloggi autorizzati. A questo si sommano la realizzazione di 223 chilometri di strade sterrate, la dichiarazione di 25,95 chilometri quadrati di nuovi terreni demaniali a scapito delle proprietà palestinesi e l’aumento delle demolizioni di edifici dei residenti palestinesi nell’Area C, salite a oltre 1.270 nel 2025. Per consolidare il piano, il governo Netanyahu ha proceduto a una serie di misure specifiche. Intanto ha stanziato circa un miliardo di shekel (oltre 292,7 milioni di euro) per costruire 61 colonie illegali. Poi ha destinato 335 milioni di shekel (oltre 96,91 milioni di euro) a una tangenziale che consenta agli israeliani di viaggiare verso Gerusalemme senza barriere, un’opera non a caso definita “strada dell’apartheid” dalle ong Peace Now e Kerem Navot. Quindi ha riaperto i registri fondiari bloccati dal 1968, revocando persino il divieto di accesso all’insediamento di Homesh. Infine ha avviato le procedure amministrative per il progetto E1 a est di Gerusalemme, un’area ritenuta cruciale poiché la sua edificazione salderebbe l’insediamento di Ma’ale Adumim alla Città Santa, isolandola da Ramallah e Betlemme, spezzando in due la Cisgiordania e pregiudicando la possibilità della nascita di uno Stato palestinese dotato di continuità territoriale.