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Home » Esteri

Quattro anni di guerra in Ucraina e nessuna pace in vista: Kiev resiste, Mosca bombarda ma la diplomazia è congelata

Immagine di copertina
Squadre di soccorso tra le macerie di un attacco aereo russo condotto il 22 febbraio 2026 sulla zona di Sofiivska Borshchahivka, alla periferia sud ovest della capitale ucraina Kiev. Credit: Tarasov/Ukrinform/SIPA / AGF

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky rivendica la tenuta del suo Paese, il Cremlino continua i raid, l’Europa è bloccata dai veti e gli Usa di Donald Trump trattano senza successo. Le vittime intanto potrebbe essere quasi due milioni

Alle prime luci del 24 febbraio 2022, esattamente quattro anni fa, la Russia lanciava la sua “operazione speciale” contro l’Ucraina, che da allora ha determinato l’invasione su larga scala del Paese dopo otto anni di guerra in Donbass e l’annessione della Crimea. Molti, prima del conflitto, non credevano che sarebbe scoppiato, poi però è successo davvero. Avrebbe dovuto concludersi in poche settimane, con una schiacciante vittoria russa e la caduta e magari la fuga del governo del presidente Volodymyr Zelensky, oggi invece il conflitto entra nel suo quinto anno e, malgrado le ulteriori annessioni territoriali, il leader del Cremlino Vladimir Putin non ha ottenuto quello che cercava — almeno non ancora. Ma nemmeno l’Ucraina può dirsi del tutto al sicuro.
«Putin non ha raggiunto i suoi obiettivi, non ha spezzato gli ucraini e non ha vinto questa guerra», ha dichiarato Volodymyr Zelensky in un videomessaggio di oltre 18 minuti pubblicato sui social in occasione del quarto anniversario della guerra. «Abbiamo preservato l’Ucraina e faremo tutto il possibile per raggiungere la pace e la giustizia. Vogliamo la pace: una pace forte, dignitosa e duratura». Parole forti ma la realtà sul campo racconta una storia più complicata.
Le vittime infatti sono arrivate a quasi due milioni da entrambe le parti. Tra morti, feriti e dispersi, secondo uno studio pubblicato a fine gennaio dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), le forze russe hanno subito quasi 1,2 milioni di perdite e quelle ucraine circa 600 mila. Un dato che, complessivamente, potrebbe raggiungere le 2 milioni di vittime entro la primavera di quest’anno. Eppure il conflitto non accenna a fermarsi.

Senza pace
L’esercito russo occupa circa il 20% del territorio ucraino e continua, lentamente, ad avanzare nel Donbass, il bacino industriale dell’est del Paese da cui è cominciato tutto nel 2014 e che Mosca ha formalmente annesso. Eppure a 12 anni dalle rivolte contro Kiev e a quattro dall’invasione russa, resta ancora l’epicentro dei combattimenti e delle trattative diplomatiche.
La guerra però continua: nella sola notte dell’anniversario, la Russia ha lanciato altri 133 droni e un missile balistico contro l’Ucraina. Undici quelli abbattuti dalla contraerea di Kiev, diciannove quelli andati a segno: nella regione meridionale di Zaporizhzhya si sono registrati cinque feriti, tra cui un minore.
L’inverno poi ha reso tutto più difficile. I bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche hanno provocato la peggiore crisi del settore dall’inizio del conflitto, lasciando ogni giorno milioni di persone al freddo per ore. La ricostruzione, secondo un rapporto congiunto del governo ucraino, della Banca mondiale, dell’Unione europea e delle Nazioni Unite pubblicato ieri, costerà quasi 600 miliardi di dollari nel prossimo decennio.

L’Europa a Kiev
Ma mentre Zelensky parlava, Ursula von der Leyen atterrava a Kyiv. La presidente della Commissione europea ha voluto essere fisicamente presente in Ucraina per l’anniversario del quarto anno di guerra insieme al presidente del Consiglio europeo António Costa. Un segnale simbolico, ma non solo. «Voglio mandare un messaggio chiaro al popolo ucraino e all’aggressore: non cederemo finché la pace non sarà ristabilita», aveva scritto l’ex ministra della Difesa tedesca sui social prima di partire. «Siamo fermi al fianco dell’Ucraina. Per una pace giusta e duratura. Per un’Ucraina forte e sovrana in un’Europa forte e sovrana», hanno dichiarato von der Leyen e Costa in una nota congiunta. “Il futuro di un’Ucraina sicura e prospera è nell’Unione Europea”.
I vertici dell’Ue hanno partecipato a una cerimonia commemorativa e hanno visitato un impianto energetico danneggiato dai bombardamenti russi a Kiev. Poi, in videoconferenza, si sono uniti alla riunione della cosiddetta “Coalizione dei volonterosi” alleata dell’Ucraina, co-presieduta dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer.
Poche ore prima dal Vaticano, anche Papa Leone XIV, aveva alzato la voce: «La pace non può essere rimandata. È una necessità urgente. Che le armi tacciano, che i bombardamenti cessino, che si raggiunga un cessate il fuoco senza indugio». Un appello finora caduto nel vuoto.

Trattative in stallo
Con l’inverno che ha fermato le avanzate sul campo, il vero nodo infatti è diplomatico. I negoziati avviati nel 2025 con la mediazione dell’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump non hanno ancora prodotto nulla di concreto, nemmeno un cessate il fuoco. Mosca pretende che l’Ucraina rinunci alle zone non ancora occupate del Donbass, una condizione che Kiev respinge categoricamente. Sin dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il presidente Zelensky continua a ribadire che Kiev vuole prima ottenere solide garanzie di sicurezza da Washington e dagli alleati europei e un cessate il fuoco su tutto il fronte e soltanto dopo «parlare di compromessi», anche territoriali.
Tra le garanzie che l’Ucraina richiede figura infatti lo schieramento di truppe alleate sul proprio territorio come deterrente contro un’eventuale nuova invasione russa. Il Cremlino però ha sempre detto di no. Il presidente russo Putin, da parte sua, ha avvertito più volte che se la diplomazia dovesse fallire, Mosca proseguirebbe per vie militari per conseguire i propri obiettivi. Una strada che potrebbe allungare ancora il conflitto.
Durante la Conferenza sulla Giustizia tenuta ieri a Kiev, Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio del presidente ucraino nonché membro della delegazione per le trattative con Mosca, ha messo bene a fuoco la posta in gioco: «Queste guerre non finiscono da sole. O si concludono con una soluzione giusta, oppure tornano in una forma ancora più grande e pericolosa». I negoziati, ha ammesso, «non stanno andando lisci». Ma, ha aggiunto, le parti si stanno avvicinando al momento in cui dovranno scegliere: continuare a combattere o imboccare la via della pace.

Crepe in Europa
Non tutto, però, fila liscio nemmeno sul fronte europeo. Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha annunciato ieri il veto di Budapest all’adozione del ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, in programma ieri al Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Ue. La ragione? L’interruzione delle forniture di petrolio russo attraverso il gasdotto Druzhba, danneggiato lo scorso 27 gennaio da un attacco russo a Brody, in Ucraina. «Finché gli ucraini non consentiranno le forniture di petrolio all’Ungheria, noi non autorizzeremo l’adozione di decisioni importanti per loro», ha scritto Szijjarto sui social, con una franchezza che la dice lunga sulle tensioni interne all’Unione.
Non solo: il governo del premier ungherese Viktor Orbán, finora l’unico leader dell’Ue a recarsi a Mosca dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha anche sconfessato l’accordo raggiunto a dicembre in sede Ue per un prestito-ponte da 90 miliardi di euro per l’Ucraina. Una scelta costata all’Ungheria il rimbrotto dei vertici europei. «Ti invito fortemente a conformarti alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre», ha scritto ieri in una lettera indirizzata a Viktor Orbán il presidente del Consiglio europeo António Costa, secondo cui «una decisione presa dal Consiglio europeo va rispettata». «Violando questo principio si viola il principio della sincera cooperazione», ha minacciato l’ex premier portoghese, ventilando, senza fare alcun riferimento esplicito, una delle condizioni previste dall’articolo 7 del Trattato sull’Ue, che consente di sospendere i diritti di adesione di uno Stato membro.

Il bilancio
Centinaia di migliaia di morti e feriti, città rase al suolo, un intero Paese che ha dovuto reinventarsi sotto le bombe, stringendo i denti di fronte a un aggressore che non ha mai nascosto le sue ambizioni. Ma se l’invasione russa ha devastato l’Ucraina, ha anche rimescolato le carte in Europa: molti Paesi hanno accelerato la spesa militare, anche a causa delle pressioni del presidente Usa Donald Trump, rivedendo decenni di politiche di difesa. Inoltre, le sanzioni imposte contro Mosca hanno costretto il Cremlino a cercare nuovi mercati per il suo petrolio e il suo gas, spostando l’asse della Russia sempre più verso la Cina mentre l’Ue ha dovuto diversificare le proprie fonti, rivolgendosi vieppiù agli Stati Uniti e ai Paesi del Golfo e del Nord Africa come Algeria e Qatar.
Dal Cremlino però, dove ieri si è celebrata l’annuale “Giornata dei difensori della patria”, Putin continua a descrivere i suoi soldati come impegnati a proteggere i confini russi e a garantire la «parità strategica» tra le potenze. L’Ucraina invece vede le cose in modo diametralmente opposto: per Kiev, questa è una guerra imperialista, un tentativo di cancellare l’identità di un popolo. «Putin ha scatenato una terza guerra mondiale», ha detto Zelensky in un’intervista concessa nel fine settimana alla britannica BBC. Una definizione forse esagerata ma che fotografa bene il senso di pericolo che si respira a Kiev e non solo. «In seguito all’intervento diretto in questo conflitto da parte dei Paesi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, l’operazione militare speciale si è di fatto trasformata in uno scontro molto più ampio tra la Russia e i Paesi occidentali, che avevano e continuano a nutrire l’obiettivo di distruggere il nostro Paese”, ha dichiarato oggi il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in occasione del quarto anniversario dell’avvio delle operazioni. Quattro anni dopo comunque la guerra va avanti. La pace è ancora un orizzonte lontano, discusso ma non raggiunto e ogni giorno che passa, il conto in vite umane e macerie, continua ad aumentare.

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