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Guerra in Ucraina: cosa sta succedendo a Kherson

Immagine di copertina
Credit: EPA/STRINGER

Guerra in Ucraina: cosa sta succedendo a Kherson

L’Ucraina ha ripreso il controllo di decine di insediamenti e compiuto un’avanzata di diversi chilometri nell’oblast di Kherson da quando lo scorso 9 novembre il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu e il generale Sergej Surovikin, a capo delle forze russe in Ucraina, hanno annunciato il ritiro dalla sponda ovest del fiume Dniepr. Oggi hanno iniziato a circolare le prime immagini di bandiere ucraine all’interno della città di Kherson, capoluogo dell’oblast.

Nell’annunciare il ritiro, Shoigu e Surovikin hanno detto che per loro è importante in primis l’incolumità delle truppe russe e che, allo stato attuale, non sono in grado di rifornire i militari nella zona a ovest del fiume Dniepr in cui si trova anche la città di Kherson.

Subito dopo l’annuncio russo, le truppe di Kiev hanno iniziato ad avanzare verso la città di Kherson, ma con cautela. Da un lato perché secondo il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov ci sono ancora 40mila soldati russi in città, mentre dall’altra parte rimane il timore diffuso che dietro la manovra si celi una trappola di Mosca.

L’inizio di una ritirata da parte dei russi non significa che la battaglia per il controllo della città di Kherson sia conclusa, nemmeno dopo la comparsa delle prime bandiere ucraine in città. I russi, infatti, ora si metteranno all’opera per gestire questa ritirata in maniera ordinata, pronti a difenderla con le armi da eventuali attacchi di Kiev. Spostare decine di migliaia di uomini non è un’opera semplice come potrebbe sembrare, soprattutto se in mezzo c’è un fiume dove ponti e imbarcazioni sono stati danneggiati da mesi di guerra. La storia insegna infatti, dai taxi della Marna alla ritirata di massa da Dunkerque che la logistica è un’arma fondamentale in qualsiasi conflitto.

Alla fine di agosto l’Ucraina aveva lanciato una controffensiva nella provincia di Kherson. Il consigliere presidenziale di Kiev Oleksii Arestovich nel presentarla aveva detto di non aspettarsi aggiornamenti quotidiani sul numero di villaggi passati sotto il controllo ucraino, perché si sarebbe trattato di un’operazione per creare al nemico il maggior danno possibile e logorarlo.

Pochi giorni dopo, Kiev lanciò l’offensiva di Kharkhiv, con cui ha ripreso il controllo della quasi totalità dell’omonima oblast tra cui la strategica città di Izium. Alcuni pensarono dunque che quello fosse il vero obiettivo e che le operazioni a Kherson potessero essere un semplice diversivo.

I media russi hanno raccontato questa ritirata come un fatto inevitabile, necessario a difendere i propri militari e a creare una migliore linea difensiva. Lo hanno fatto anche due figure importanti della società russa, come il capo del gruppo Wagner Yevgheni Prigozhin e il leader ceceno Ramzam Kadyrov, che hanno apertamente difeso la decisione. Entrambi sono sostenitori del generale Surovikin, che ha preso in mano le forze russe in Ucraina lo scorso ottobre, ed entrambi sono dei falchi dell’intervento militare. Ma soprattutto tutti e due si stanno ritagliando uno spazio d’influenza importante in questo conflitto, fatto anche di critiche aperte alla gestione bellica. Stavolta, però, non è stato così e hanno difeso la decisione.

Adesso, se l’Ucraina dovesse riprendere il controllo della città di Kherson, c’è da aspettarsi che l’esercito russo crei una nuova linea difensiva che, seppur più arretrata, può farsi forza nella frontiera naturale data dal fiume Dniepr. Il tutto mentre le temperature si abbassano in vista dell’inverno e, con l’arrivo della neve e del fango: in assenza di equipaggiamenti adatti ciò può portare a uno stallo sul campo che potrebbe anche contribuire a far muovere la diplomazia.

La città di Kherson contava 280mila abitanti prima dell’inizio dell’invasione, ed è passata in mano ai russi proprio nelle prime fasi del conflitto, all’inizio di marzo. Lo scorso settembre, l’intera oblast di Kherson era stata annessa alla Russia nei controversi referendum proclamati da Mosca e non riconosciuti dalla comunità internazionale. A tale proposito si è pronunciato il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, che ha fatto sapere che Mosca continuerà a riconoscere il territorio parte della Russia anche dopo la ritirata. “Non ci sono e non ci possono essere cambiamenti”, ha fatto sapere.

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