L’assedio del Petrolio e il grande gioco dietro la guerra degli Usa e di Israele all’Iran
Lo Stretto di Hormuz è stato di fatto bloccato e i prezzi del gas e del greggio continuano a salire. La guerra di Usa e Israele all’Iran inaugura un’era di mercati instabili. Ma neanche il presidente Usa Donald Trump può controllarne gli effetti. “Le quotazioni non sono più guidate dai fondamentali ma dall’incertezza”, spiega il prof. Francesco Sassi a TPI. “Una carta che Teheran è decisa a giocare a suo favore”, aggiunge l’analista Claudio Bertolotti
C’è un momento in cui la geopolitica smette di essere un esercizio accademico e diventa, letteralmente, benzina. La guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran ha rimescolato le carte su un tavolo mai del tutto stabile, aprendo una nuova era per i mercati energetici e non solo.
Oltre alla compassione per le vittime, la domanda che cinicamente tiene tutte le cancellerie con il fiato sospeso, specie in Europa, è quanto varranno davvero un barile di petrolio o un metro cubo di gas.
I mercati sembravano aver puntato su una crisi intensa e breve, seguita da una reazione brusca ma ordinata. Con lo scoppio delle ostilità, però, la scommessa ha mostrato le prime crepe perché la guerra non si è conclusa in 48 ore e il presidente Usa Donald Trump ha ventilato la possibilità di qualche settimana di conflitto.
«Questa reazione è iper-razionalizzata perché è lo scenario peggiore a cui qualsiasi analista dei mercati degli idrocarburi potesse pensare negli ultimi trent’anni», spiega a TPI Francesco Sassi, assistant professor di Geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. «È quello a cui tutti si riferiscono quando parlano di petrolio oltre i 100 dollari al barile, la soglia psicologica della criticità, un prezzo così alto che non avvantaggia neppure i Paesi produttori».
Inedita chiusura
Il nervo scoperto non è il petrolio ma una lingua d’acqua larga appena 50 chilometri, che separa il Golfo Persico dall’Oceano Indiano e divide l’Iran dalla Penisola arabica. Dallo Stretto di Hormuz passano circa 20,3 milioni di barili di petrolio e 290 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto al giorno, un quinto della quantità commerciata a livello mondiale. Non c’è alternativa: Arabia Saudita ed Emirati Arabi possono bypassare lo Stretto, trasportando solo 2,6 milioni di barili al giorno. Qatar, Kuwait e Iraq nemmeno quelli.
Le aspettative del mercato si basavano sulla rassicurazione che Hormuz non era mai stato bloccato del tutto, un equilibrio oggi più fragile che mai. «Ora sappiamo che può essere chiuso e non da un attore che consideriamo pericoloso e fuori controllo come la Guardia rivoluzionaria iraniana ma dal comando della Marina degli Stati Uniti», sottolinea Sassi. Così compagnie petrolifere, armatori e investitori hanno già sospeso volontariamente il traffico con il risultato che, anche senza un blocco ufficiale, i flussi diminuiscono e noli e premi assicurativi continuano a salire, proprio come i prezzi.
L’impatto strategico, spiega a TPI Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight e analista dell’Ispi, è significativo. «L’Iran non trae un vantaggio diretto da questa situazione ma sa che può arrecare uno svantaggio a tutti i Paesi dell’area e del blocco occidentale e prova a giocare questa carta per spingere verso una soluzione diplomatica».
«Siamo di fronte a una chiusura non ufficiale, ma di fatto, dello Stretto di Hormuz», osserva Sassi. «Questo cambia completamente le carte in tavola: qui parliamo di una situazione di instabilità che può proseguire indefinitamente, senza che la causa dell’interruzione venga realmente rimossa».
Lo “scenario peggiore”
Concentrarsi solo su Hormuz rischia però di farci perdere di vista il quadro più ampio. Israele ha ripreso i bombardamenti su larga scala contro Hezbollah in Libano mentre Teheran ha mostrato di voler allargare il perimetro del conflitto, colpendo con missili e droni le infrastrutture negli Emirati Arabi, in Kuwait, Qatar, Bahrein e Arabia Saudita, e alcune petroliere al largo dell’Oman.
«L’Iran ha una difesa aerea azzerata, per cui sta operando quasi solo in attacco», ci spiega Bertolotti. «Questo vuol dire applicare una forma di rappresaglia contro le petromonarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, che potrebbero entrare nel conflitto, con un duplice obiettivo: limitarne le capacità militari e indurle a non sostenere lo sforzo bellico statunitense e israeliano». Una tattica che fa salire i prezzi.
L’Opec+ ha annunciato un aumento della produzione ma con il blocco delle rotte di esportazione il greggio rischia di restare nei terminal. Il problema, come ci spiega Sassi, non è la disponibilità di petrolio ma la sua accessibilità per gli importatori come l’Italia. «Abbiamo probabilmente più tempo degli Stati del Golfo. Per Qatar, Kuwait, Iraq o Bahrein la chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta un punto di non ritorno, insostenibile per più di qualche settimana. È probabilmente questo il messaggio dietro la scadenza evocata da Donald Trump. Il problema è che nessuno controlla davvero questa timeline. È più realistico immaginare un’instabilità prolungata».
«Un’operazione del genere, forse la più grande dal punto di vista aeronavale degli ultimi 40 anni, non può esaurirsi così, probabilmente ci vorrà più tempo», ci spiega Bertolotti. «La scadenza indicata da Trump potrebbe essere limitata solo alla prima fase, a cui potrebbe seguire il coinvolgimento di altri attori come l’Arabia Saudita. A meno che non si realizzi lo scenario “peggiore”, una rivoluzione dal basso con una frammentazione dell’Iran e una guerra civile in stile Iraq post-2003, che destabilizzò l’intera regione».
Costi politici
Qui non si sta consumando solo una guerra ma la fine di un sistema di relazioni. Il tentativo di riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran mediato dalla Cina nel marzo 2023 è ormai saltato. Gli Stati del Golfo, come Oman e Qatar, che avevano investito nella diplomazia con Iran e Israele si ritrovano esposti ai rischi del conflitto. «La cesura rispetto agli equilibri che conoscevamo risale al 7 ottobre 2023. Oggi entriamo nell’ultima fase del processo di riequilibrio interno alla regione», ci spiega Bertolotti. «Teheran è il capitolo conclusivo, se crolla verrà meno anche la competizione con l’Arabia Saudita. Solo allora potrà realizzarsi il disegno degli accordi di Abramo per una normalizzazione tra Israele e i Paesi arabi. Il 7 ottobre ha cambiato tutto, adesso siamo al reset».
I prezzi energetici però, prevede Sassi, non si stabilizzeranno. «Il mercato non è più guidato dai fondamentali ma dall’incertezza, come dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Entriamo in un’era di instabilità in cui potremmo vedere oscillazioni molto ampie nel giro di poche ore», osserva l’esperto. Uno scenario particolarmente delicato per l’Ue. «L’Europa non ha influenza diretta su ciò che accade nella regione e una parte importante delle forniture alternative al petrolio russo passa proprio attraverso Hormuz. Lo stesso vale per il Gnl proveniente da Qatar ed Emirati Arabi, da cui l’Italia è uno dei Paesi europei più dipendenti». Un problema che vale per tutti.
«Neanche la Cina ha tante alternative», precisa Sassi. «Se il petrolio iraniano venisse meno, il primo fornitore alternativo sarebbe la Russia e il secondo sarebbe ancora Mosca. Questo ripropone a Pechino il problema dell’egemonia americana sul mercato globale degli idrocarburi». Motivo per cui Xi Jinping non è affatto fuori da questa crisi.
«Oltre a sostenere l’Iran, anche tecnologicamente e in termini di equipaggiamenti militari, la Cina sta testando la propria tecnologia di rilevamento satellitare e aereo con un sistema dotato di intelligenza artificiale, che è l’archetipo di quello che potrebbe essere impiegato in caso di confronto diretto con gli Usa», ricorda Bertolotti. «È una grande palestra per Pechino ed è per questo che non ha fatto un passo indietro rispetto alla sua posizione a favore di Teheran, solo apparentemente defilata».
Prospettive future
Per l’Italia e l’Europa, questa crisi ridisegna ancora una volta la geografia dell’energia. «Il Mediterraneo è ancora più lontano dal Medio Oriente», conclude Sassi. «Con Hormuz di fatto chiuso e con le difficoltà croniche sulla rotta tra Bab el-Mandeb e Suez, l’Europa è costretta a guardare di nuovo all’Atlantico per le proprie forniture. Questo significa legarsi sempre più agli interessi degli Stati Uniti, che stanno diventando i coordinatori di fatto del commercio energetico nell’emisfero occidentale, Atlantico compreso, dall’America Latina all’Africa dell’ovest». Eppure, ricorda Bertolotti, «un Paese come l’Iran, senza sanzioni, costituirebbe un’immensa opportunità per tutti, in primis per l’Italia».