I dati dell’Onu certificano una popolazione di Gaza ormai allo stremo. La denuncia di Emergency: “Aiuti umanitari insufficienti e prodotti commerciali fuori portata”
Il caldo intenso, le piogge previste a breve, gli ospedali distrutti e centinaia di migliaia di sfollati, alcuni rimasti persino senz'acqua potabile. Jacopo Intini, operatore di Emergency, racconta la situazione nella Striscia, dove l’Onu denuncia una catastrofe umanitaria e Israele non ha mai fermato le operazioni militari
Nella Striscia di Gaza oltre due milioni di civili palestinesi privi di qualsiasi protezione affrontano un’emergenza umanitaria senza precedenti a causa dei continui bombardamenti da parte di Israele e della grave carenza di aiuti e beni di prima necessità. “La popolazione è stremata e provata anche dal caldo intenso”, denuncia Jacopo Intini, operatore di Emergency.
Fine guerra mai
“Le operazioni militari nella Striscia non si sono mai fermate”, racconta Intini. “Ad agosto avevamo visto una riduzione dell’intensità degli attacchi ma dal 24 di agosto le operazioni aeree sono riprese alcune molto vicine a dove Emergency lavora, a Deir el-Balah”.
A partire dall’annuncio del cessate il fuoco del 10 ottobre scorso, il ministero della Salute di Gaza ha fissato a 1.358 il numero degli uccisi e a 4.541 il conto dei feriti nei raid di Israele, di cui 2 deceduti e 25 feriti nelle ultime 24 ore. Il totale dal 7 ottobre 2023 parla invece di almeno 73.669 morti e 174.652 feriti. Soltanto tra il 26 agosto e il 2 settembre, altre 31 persone hanno perso la vita e 86 sono rimaste ferite. L’Unicef segnala il decesso di 7 bambini in poco più di una settimana, dal 23 agosto al 2 settembre, mentre i raid non risparmiano nemmeno le strutture vitali.
Il 24 agosto, una serie di bombardamenti compiuti dall’Idf vicino ai campi di al-Shati e al-Bureij e in due diverse aree di Deir el-Balah, hanno frantumato i vetri di una foresteria usata dalle organizzazioni umanitarie attive nella Striscia. Nelle stesse ore, un altro attacco israeliano ha distrutto un magazzino mandando in fumo oltre 770mila dollari di forniture nutrizionali dell’Unicef, cancellando in un istante il supporto destinato a 40.500 bambini e a quasi 4.900 donne incinte o in fase di allattamento. Pochi giorni dopo, il 29 agosto, le forze armate di Tel Aviv hanno colpito con un drone un magazzino nel complesso dell’ospedale al-Aqsa, mentre tentavano di uccidere un comandante di Hamas.
Una bomba è invece esplosa il 27 agosto a soli 30 metri da un convoglio delle Nazioni Unite che attraversava la cosiddetta “Linea Gialla” a Rafah, di ritorno dal valico di Kerem Shalom con Israele, causando fortunatamente solo un lieve guasto meccanico.
“Ad oggi”, spiega infatti l’operatore di Emergency, “più del 60% della Striscia è sotto il controllo militare e la popolazione è concentrata nel 30% del territorio”. La percentuale della Striscia occupata da Israele è superiore a quella prevista dall’accordo di tregua con Hamas mediato nell’ottobre scorso dagli Stati Uniti e dall’Egitto. D’altronde, le mappe pubblicate a marzo dal governo di Tel Aviv mostravano un’altra area interdetta alla popolazione locale palestinese, al di là della cosiddetta “Linea Gialla” che delimita il 53% del territorio sotto il controllo delle Idf, pari a circa 200 chilometri quadrati, e contrassegnata da una linea arancione, pari a un altro 11% della Striscia.
Emergenza idrica, igienica e sanitaria
Intanto la carenza d’acqua ha raggiunto livelli drammatici. Indagini settoriali pubblicate dall’Ufficio per il coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite rivelano che il 91% delle famiglie della Striscia vive oggi in condizioni di grave insicurezza idrica, un dato in peggioramento rispetto al 90% di luglio e all’84% di giugno. Il sovraffollamento nei punti di raccolta resta l’ostacolo principale all’approvvigionamento idrico. La situazione è precipitata in seguito al danneggiamento di un pozzo e di un impianto di desalinizzazione supportato dall’Unicef a Deir el-Balah, che ha privato quattromila persone, tra cui circa duemila bambini, dell’accesso all’acqua pulita. Poco distante, un altro raid israeliano ha danneggiato l’unità a osmosi inversa del pozzo J32, fondamentale per l’approvvigionamento idrico di 100mila abitanti palestinesi, che fortunatamente i tecnici sono poi riusciti a riparare. Il colpo di grazia però è arrivato il 31 agosto scorso con la temporanea sospensione delle forniture da parte di Israele, che ha lasciato a secco un milione di persone. Le ispezioni sul campo rivelano inoltre che l’88% delle infrastrutture idriche di superficie e il 76% delle reti sotterranee risultano distrutte o danneggiate.
Le ripercussioni sanitarie sono evidenti. “La popolazione è stremata e provata anche dal caldo intenso. Continua a esserci una forte carenza di acqua, circa il 90% della popolazione non ha un accesso regolare ad acqua sicura e pulita”, conferma Intini. “Dal punto di vista sanitario la situazione igienica rimane molto difficile, anche nelle nostre cliniche lo vediamo ogni giorno, ci sono molti casi di problemi cutanei, gastroenteriti e problematiche respiratorie ovviamente legate alle condizioni igieniche e alla scarsità di acqua e al caldo estremo”.
A questo si somma il disastro dei sistemi fognari. I sei impianti di trattamento delle acque reflue e il 70% delle stazioni di pompaggio della Striscia sono fuori uso, così 150mila metri cubi di liquami non trattati si riversano ogni giorno nell’ambiente. D’altronde, il 90% delle infrastrutture energetiche della Striscia è andato distrutto, azzerando le capacità di pompaggio e trattamento igienico-sanitario delle acque. Nella città di Gaza si sta cercando di ripristinare la centrale di Sheikh Ajleen, che un tempo serviva 700mila persone, mentre al momento i liquami inquinano l’invaso di Sheikh Radwan, originariamente concepito per contenere solo l’acqua piovana. La situazione è talmente grave da avere, paradossalmente, ripercussioni persino in Israele, dove una nube di microalghe proveniente dall’Egitto, proliferate a causa delle elevate temperature del mare e contaminate dalle acque reflue sversate dalla Striscia minaccia gli impianti di desalinizzazione israeliani, mettendone fuori servizio due e costringendo Tel Aviv ad aumentare il pompaggio idrico dal Lago di Tiberiade e da alcuni pozzi sotterranei. Ma le prospettive future sono ancora più cupe.
L’incubo dell’inverno
Con l’avvicinarsi della stagione delle piogge, le Nazioni Unite guardano al Piano per l’Inverno 2026-27 con profonda preoccupazione. Quasi 1,98 milioni di persone, pari al 94% della popolazione, necessitano di assistenza per l’alloggio. Più di 1,2 milioni vivono in condizioni critiche o catastrofiche, con il 65% delle famiglie costretto in tende o ripari di fortuna spesso fatiscenti. Le ispezioni condotte in 230 campi per sfollati a Gaza, dove si rifugiano almeno 187.462 persone suddivise in quasi 31.782 nuclei familiari, restituiscono poi un quadro insostenibile. Qui mancano un’illuminazione adeguata e spazi sicuri per donne e ragazze; abbondano invece rifugi precari bisognosi di urgenti lavori, latrine pericolanti, fosse a cielo aperto, rischi legati alle acque reflue e scarso drenaggio. Come se non bastasse, alcune zone sono a rischio incendio, di parassiti, animali randagi, sovraffollamento e gravemente esposte a potenziali incidenti.
Prepararsi al gelo inoltre sembra quasi impossibile. Israele non ha ancora autorizzato il montaggio di magazzini temporanei a Kerem Shalom per proteggere aiuti e carichi commerciali dalle intemperie, in un territorio dove il 74% della rete stradale è ormai inservibile. Il Programma Alimentare Mondiale ha a disposizione alcuni magazzini temporanei in Giordania, ma Israele non ha ancora indicato una via per autorizzarne il montaggio e proteggere così i beni deperibili.
Sul campo, i gruppi di gestione riescono a condurre solo interventi su scala ridotta: rimozione di rifiuti, sgombero manuale di modeste quantità di macerie, piccole riparazioni e canalizzazioni di base per arginare le piene, supportati a volte da programmi di “cash-for-work”. Scarseggiano però gli attrezzi, bloccati da una doppia morsa, tra i fondi prosciugati che ne impediscono l’acquisto e i veti doganali che rallentano l’ingresso delle poche scorte. L’ultima beffa è territoriale. La maggior parte dei terreni rialzati e resi sicuri dalle inondazioni resta infatti inaccessibile, impedendo il montaggio di tende preventive per ricollocare chi è maggiormente a rischio.
Fame, logistica e inflazione
Intanto la crisi alimentare ha raggiunto picchi intollerabili. Oltre 1,4 milioni di persone affrontano un’insicurezza alimentare acuta, con il 21% delle famiglie che riesce a consumare un solo pasto al giorno. Dal 24 maggio scorso, con la chiusura del valico settentrionale di Zikim, Kerem Shalom è rimasta praticamente l’unica porta per le merci in entrata nella Striscia. Qui le Nazioni Unite riescono a scaricare l’88% dei camion autorizzati, mentre il corridoio egiziano si ferma al 72% a causa di continui respingimenti e la rotta di Ashdod gestisce il 55% dei carichi umanitari.
Ma il vero scoglio restano i beni classificati da Israele a “duplice uso” civile e potenzialmente militare. L’ingresso di questi prodotti è limitato a soli 15 camion, con un solo giorno a settimana dedicato alle operazioni di scarico. Il 26 agosto, secondo le Nazioni Unite, Israele ha respinto dalla frontiera egiziana ben 36.960 pezzi di legname e 660 kit per rifugi di emergenza. Il 2 settembre un carico identico ha subito il medesimo destino. Attualmente, nel corridoio giordano sono bloccati materiali sufficienti a riempire 400 camion. Tra questi figurano 141mila teloni, 7.540 tende, 3.500 kit sigillanti, 2.923 kit di emergenza, 19.500 set di attrezzi, pannelli solari, set da cucina e l’80% di tutto il legname umanitario disponibile, pari a oltre 442mila pezzi, per non parlare di decine di migliaia di pannelli di compensato e poi corde, nastri e pellicole.
Anche dal settore commerciale arrivano segnali allarmanti. Tra il 24 e il 30 agosto sono entrati nella Striscia 865 camion privati, portando il totale mensile a 3.627, con un lieve aumento di 116 veicoli rispetto a luglio, ma solo 99 trasportavano materiali per i rifugi. Pochissimi i veicoli erano dedicati a beni essenziali. Si contano 41 carichi di prodotti per l’igiene, 11 di cancelleria, tre per l’infanzia, altrettanti di medicine e appena uno di mangimi. Il resto è diviso tra cibo e merci non essenziali, in diretta concorrenza con gli aiuti umanitari. L’inflazione, intanto, galoppa al 206% rispetto ai livelli pre-conflitto dell’ottobre 2023, rendendo inaccessibili alcuni beni di prima necessità. Se infatti i prezzi di alcune verdure e della frutta fresca, come mele, cipolle, banane, cetrioli e pomodori, risultano in calo, un sacco di farina da 25 chili ha registrato un’impennata del 29% nell’ultima settimana di agosto. Dinanzi a un simile collasso, la testimonianza di Jacopo Intini di Emergency riassume meglio di qualsiasi numero la situazione sul campo. “Gli aiuti umanitari continuano a essere insufficienti e i beni commerciali sono fuori dalla portata della popolazione”.