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Il prete anti-Putin a TPI: “In Ucraina è in atto un orrore, ma non si può demonizzare il popolo russo”

Immagine di copertina

"Cè sempre una grossa differenza tra i governanti e i cittadini, è assurdo che si arrivi al boicottaggio dei russi come popolo e come cultura. So di essere in pericolo perché non ho mai nascosto le mie posizioni, ma per un cristiano essere operatore di pace significa parlare anche assumendosi un certo rischio”. A TPI parla padre Giovanni Guaita, il sacerdote italo-russo che non ha paura di far sentire la sua voce contro la deriva autoritaria del governo di Putin

Sessant’anni a novembre, di cui 36 passati in Russia, padre Giovanni Guaita – sardo di origine e russo di adozione – è un prete assai conosciuto a Mosca, sia per la sua storia non comune che per essere salito alla ribalta delle cronache internazionali tre anni fa quando, sfidando il tradizionale allineamento della Chiesa al governo, ha dato rifugio nella sua chiesa al centro della capitale russa a numerosi giovani dimostranti dell’opposizione, in fuga dai manganelli della polizia. Così il monaco sardo-russo è diventato in certo modo uomo simbolo di un movimento di opinione che coinvolge religiosi, avvocati, artisti, insegnanti e intellettuali vari e fa sempre più spesso sentire la sua voce contro la deriva autoritaria del governo di Putin.

Naturale, quindi, che dall’esplosione della guerra in Ucraina sia diventato uno dei principali punti di riferimento del movimento pacifista.

“In realtà non mi considero un pacifista, vorrei piuttosto essere un operatore di pace. Il pacifismo è una posizione ideologica: la pace non è assenza di conflitto e di violenza. Il vangelo chiama beati gli operatori di pace: la pace infatti va operata, costruita, e per questo occorre impegnarsi, ed è un impegno molto serio. Nel testo slavo dei vangeli gli operatori di pace sono detti mirotvortsy, dove mir è pace e la parola tvorets designa, più che l’operatore, l’artista: chiunque crei, a partire dal Creatore dell’universo. Questo ci dice che la pace è un’opera difficile, un’opera d’arte che l’artista cesella, lima e perfeziona a lungo, spesso per anni”.

Ci sono state ritorsioni contro gli italiani, dal momento in cui il Paese si è posto – in qualche modo – come “nemico” della Russia?
“No, devo dire che qui non esiste alcuna discriminazione degli italiani né degli occidentali, che a Mosca sono tanti, sia nei servizi diplomatici che nelle aziende. È vero, però, che tanti stranieri stanno lasciando il paese, cosa che è anche assai difficile perché lo spazio aereo è chiuso e bisogna fare giri rocamboleschi, come passare per la Turchia, gli Emirati o la Scandinavia. Io, comunque, personalmente non ho nessuna intenzione di andarmene”.

Hanno fatto molto discutere le prese di posizione del patriarca Kirill a difesa di Putin. Come sta vivendo la Chiesa ortodossa questa guerra?
“Uno sparuto gruppo di sacerdoti ha scritto una lettera al patriarca Kirill chiedendo di condannare la guerra. Una lettera che – quando è stata pubblicata su internet – ha raccolto oltre 300 firme in poche ore. Questo ci dà la misura di come ci siano opinioni molto diverse, sia all’interno della Chiesa che nella società russa”.

La posizione del Patriarca, però, è inequivocabile.
“Va tenuto conto che la Chiesa ortodossa è pur sempre una chiesa nazionale, e quindi ha un legame molto forte con il governo. È una situazione agli antipodi rispetto a quella della Chiesa Cattolica, che è per definizione super partes e sopra le nazioni. Se per un governante è difficile fare pressione sulla Santa Sede, per le chiese ortodosse la situazione è diversa, perché sono chiese nazionali che si identificano con un popolo, una cultura, un Paese, e quindi – in certa parte – anche con un governo specifico”.

La Chiesa ortodossa in Ucraina già qualche anno fa ha subito uno scisma: oggi c’è un Patriarca nazionale e un metropolita fedele alla Chiesa di Mosca.
“È significativo che persino il metropolita ucraino della Chiesa di Mosca abbia invitato gli ucraini a difendere il proprio paese e abbia rivolto un appello al patriarca Kirill”.

Quindi, paradossalmente, la guerra ha riavvicinato le due chiese ucraine.
“La Chiesa non va però identificata con i patriarchi, i vescovi o i preti: la Chiesa siamo tutti noi e all’interno della Chiesa ci sono posizioni diverse. A me sembra che uno spazio sempre maggiore lo trovino quelli che dicono che la violenza è sempre un male, va evitata e fermata al più presto”.

Anche in Italia la guerra ha diviso l’opinione pubblica tra chi crede che sia giusto inviare le armi e chi ritiene più giusto solidarizzare con il popolo ucraino ma insistere sulla via del negoziato.
“La ricerca della pace deve passare per forza attraverso il negoziato, la diplomazia, il colloquio civile. Quanto a decisioni strategiche, tattiche, politiche, diplomatiche, io non sono un esperto e ho difficoltà a pronunciarmi. Ma quello che è assurdo è che si arrivi al boicottaggio dei russi come popolo e come cultura, riducendo il conflitto a una base etnica. Non si può demonizzare un intero popolo, perché c’è sempre una grossa differenza tra i governanti e i cittadini. Io vivo in Russia da 36 anni e ho imparato ad amare il popolo russo che è parte di me e io stesso penso ormai di farne parte: è un popolo meraviglioso, non certo di guerrafondai. Mi amareggia vedere in occidente equazioni sbrigative che additano come nemici tutti i russi”.

Si è detto che Putin vuole riscrivere la storia. In realtà sappiamo che la storia della Russia e dell’Ucraina più che intrecciate sono quasi comuni e la stessa Chiesa di Mosca nasce a Kiev.
“Per quanto riguarda il revisionismo della storia, questo è un fenomeno reale e molto triste. Da alcuni anni c’è una versione ufficiale dei fatti storici molto faziosa. Si rivede la storia russa semplicemente esaltando tutto ciò che è ‘nostro’ e demonizzando tutto ciò che è degli altri. Si giustifica tutto, anche le derive più sanguinarie come lo stalinismo. Quest’ideologia sempre più viene definita come nostrismo ed è una forma di totalitarismo. Per quanto riguarda la Russia e l’Ucraina, certamente esse hanno uno spazio culturale e spirituale comune. Chi conosce la storia sa che il termine stesso “rus” – l’antico nome che definiva questi popoli – nasce in quella che oggi è l’Ucraina, dove è avvenuto il battesimo della Russia, e anche i russi, studiando la storia, non possono che cominciare da Kiev, che le cronache chiamano la madre delle città russe”.

Insomma l’Ucraina appartiene alla Russia ma ancora di più la Russia appartiene all’Ucraina. Come si è arrivati a questo divorzio tra due popoli gemelli?
“La storia comune esiste, ma i popoli di Russia, Ucraina e Bielorussia hanno anche preso direzioni diverse. Si tratta di culture molto affini, che vengono fuori da un unico ceppo ma che oggi sono assai diverse. In tempi recenti l’Ucraina ha fatto una scelta politica, che è stata quella di rivolgersi all’occidente più che alla Russia; è una scelta legittima e direi naturale, perché in epoca sovietica non c’era stata una scelta libera dalla gente, né in Ucraina, né nelle altre repubbliche sovietiche, quindi si trattò sempre di un’unità subita. L’unità imposta è colonialismo: l’Ucraina, quindi, ha tutto il diritto di fare le sue scelte”.

Anche in Ucraina, però, non tutto il popolo si riconosce nelle scelte del governo.
“È difficile mettere in dubbio che la stragrande maggioranza degli ucraini abbia fatto una scelta in favore dell’Occidente e nessun paese può imporre a un altro paese delle scelte politiche in nome della propria incolumità militare. C’è da dire però che il governo ucraino ha fatto dei grossi errori: dalle repressioni in Donbass agli episodi di orribile violenza come quello avvenuto ad Odessa, fino al fatto di vietare l’uso della lingua russa in tutto il territorio nazionale. L’Ucraina è un paese bilingue, dove tutti parlano il russo, ma non tutti parlano l’ucraino, le regioni dell’est sono in grandissima parte russofone. Vietare l’uso della lingua russa è stata sicuramente una scelta miope”.

L’Italia mantiene come lingua ufficiale il tedesco nell’Alto Adige.
“E garantisce ai cittadini di quella regione il diritto di avere scuole in lingua tedesca. Per non parlare della Svizzera, dove ci son quattro lingue nazionali. Nel XXI secolo, proprio in virtù dei valori europei di tolleranza e pluralismo, non sono ammissibili simili forme di discriminazione. E anche gli alleati occidentali dell’Ucraina avrebbero dovuto spiegare ai governanti che vietare l’uso della lingua russa avrebbe creato tensioni e conflitto. È evidente però che tutto questo non giustifica i fatti di questi mesi: non si rimedia ad uno sbaglio rilevante con uno sbaglio macroscopico. Quello che sta avvenendo adesso non è un errore ma un orrore, qualcosa di assolutamente inammissibile, disumano, un abuso enorme, una tragedia umanitaria”.

Il modo con cui si sta esponendo, con questa stessa intervista, la mette in pericolo. Non ha paura?
“Cerco di non pormi questa domanda. Certo, esistono dei rischi molto seri. Come sa, parlando di quello che sta avvenendo in Ucraina noi non possiamo usare le parole ‘guerra’ e ‘invasione’. L’utilizzo di queste espressioni può essere parificata alla diffusione di false informazioni che gettano discredito nei confronti del governo e offendono l’esercito, e si rischiano quindici anni di prigione. Qualche mese fa il Parlamento ha approvato una legge su sanzioni di risposta: secondo questa legge i cittadini stranieri che in Russia discreditano il governo o ledono i diritti di cittadini russi sono passibili della confisca dei beni mobili e del sequestro di quelli immobili. Non posso dire di non avere paura per niente: io appartengo ad una categoria a rischio per le posizioni che non ho mai nascosto e non nascondo. Però penso che per un cristiano essere operatore di pace significa parlare anche assumendosi un certo rischio”.

Come pensa che finirà questa tragedia?
“Nel XX secolo abbiamo assistito a veri e propri miracoli storici: io non avrei mai pensato che la storia dell’Unione Sovietica potesse finire in brevissimo tempo e praticamente senza spargimenti di sangue. Io credo ai miracoli e mi sforzo di crederci anche questa volta”.

Lungo tutto il conflitto in Ucraina, diverse volte papa Francesco ha cercato di intervenire: recandosi di persona all’ambasciata russa in Vaticano, proponendo la propria mediazione, facendo portare la croce, durante la celebrazione del venerdì santo, ad una donna russa e una ucraina (gesto, tra l’atro, aspramente criticato dal governo ucraino), chiedendo a più riprese di poter incontrare il presidente Putin e il patriarca Kirill. Come viene vista l’azione di papa Francesco in Russia?
“Papa Francesco è il massimo leader religioso mondiale ed è, soprattutto, uomo di pace. Non posso dire che in Russia ci sia grande attenzione a quanto fa il papa: la percentuale dei cattolici in Russia è quasi irrisoria e la chiesa cattolica è percepita come qualcosa di estraneo alla cultura nazionale. Tuttavia di queste iniziative del papa si è parlato in vari modi. Non saprei dire se il papa (eventualmente, insieme al patriarca) abbiano delle chances reali di ottenere qualcosa a vantaggio della pace. Ma è chiaro che qui ogni sforzo è importante e degno, dato che in gioco è la vita di migliaia di persone.

Al di là di successi e insuccessi, credo sia molto importante che ognuno di noi faccia quanto è in suo potere per diffondere una cultura di pace. In fondo, ovunque siamo e operiamo, in famiglia, al lavoro, nella vita sociale, abbiamo tutti la possibilità di diffondere la pace attorno a noi. Evitando ogni forma di violenza, anche soltanto verbale o psicologica, evitando condanne semplicistiche degli altri semplicemente su base etnica, confessionale o ideologica, cercando di riconciliarci coi nostri prossimi. Chiunque può e deve essere operatore di pace. Ma non dobbiamo dimenticare che questa è una vera impresa, un lavoro serio, un’opera d’arte!”.

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