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“Tunnel, grattacieli, centri commerciali: così Erdogan ha trasformato intere città per la sua propaganda politica”: Giovanna Loccatelli racconta ‘L’oro della Turchia’ a TPI

Intervista all'autrice del libro "L'oro della Turchia", che descrive la vera rivoluzione di Erdogan negli ultimi 20 anni: quella degli spazi urbani

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 21 Feb. 2020 alle 20:56 Aggiornato il 22 Feb. 2020 alle 12:42
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Immagine di copertina

Giovanna Loccatelli racconta “L’oro della Turchia”

“La storia di un luogo rispecchia e descrive la storia del popolo che lo abita”, sono le parole con cui Giovanna Loccatelli, giornalista e scrittrice esperta di Medio Oriente, descrive le trasformazioni che hanno stravolto la Turchia di Erdogan negli ultimi 20 anni.

“La vera rivoluzione di Erdogan riguarda lo spazio urbano: ha trasformato interi quartieri, intere città. Ha capito, fin da subito, che il suo potere e l’eredità del suo impero passano innanzitutto attraverso le trasformazioni fisiche concentrate nella capitale economica del paese, Istanbul.” Come sostiene Loccatelli, la strategia politica dell’Akp è tesa a sradicare l’identità originaria del luogo, controllare gli spazi di aggregazione urbana e rendere la metropoli sul Bosforo il più possibile appetibile agli occhi degli investitori.

Ne parla nel suo libro “L’oro della Turchia, il business dell’edilizia che ha travolto l’aspetto del paese e il suo tessuto sociale” (casa editrice Rosenberg & Sellier), nato dalla necessità di descrivere un Paese oggi molto diverso da quello celebrato nelle immagini del famoso fotografo turco Ara Guler, morto a 90 anni nel 2018. Foto che ritraggono angoli della città che non esistono più, sostituiti da progetti faraonici e modernissimi.

“Se prima l’attenzione del turista, attraversando il Bosforo con il traghetto, era catturata dai minareti di Sultanahmet, ora i grattacieli, simbolo di una nuova modernità, sono il tratto distintivo della città”, scrive Loccatelli.

“Ponti, tunnel, centri commerciali, complessi residenziali di lusso sparsi un po’ ovunque, nelle principali città turche. Su questi progetti si concentra tutta la potenza della propaganda politica del governo, esaltandone lo spirito nazionalistico per unire il più possibile a sé il suo popolo”, dice a TPI.

La trasformazione urbana, di cui racconta Loccatelli, non parla solo dello sviluppo architettonico delle città, ma anche della società che ne ha beneficiato o sofferto. Perché se è vero che Erdogan ha dato lavoro a milioni di turchi nel settore dell’edilizia e delle costruzioni, è altrettanto innegabile che nelle grandi città sono aumentate le disuguaglianze.

I compound ed i centri commerciali sono il simbolo di questa nuova urbanità.

“Numeri da record: solo nella capitale economica del paese sono attivi oggi 123 centri commerciali, 15 in costruzione, per un totale di 138! Nel contesto neoliberista di Istanbul, le pratiche commerciali  rappresentano un luogo – anche figurativo – di conflitto e separazione sociale. Molti di questi mall, costruiti nei quartieri d’affari centrali e nelle aree urbane emergenti, sono a uso e consumo dei turchi bianchi – Beyaz Türkler in turco -: una fetta sociale ristretta ma fondamentale per capire il paese della Mezzaluna. Guardano all’Europa e aspirano a un forte ideale di benessere, anche se politicamente è difficile identificarli sotto un’unica bandiera politica. Nonostante la città sia sempre più grande, per loro si ristringe sempre di più.”

Se da un lato una parte della popolazione si è avvantaggiata di questa modernizzazione, un’altra ne è rimasta vittima. I più poveri e le etnie minoritarie sono stati i primi bersagli dell’inarrestabile processo di gentrificazione. Uno degli esempi più eclatanti descritto nel libro è quello di Tarlabaşı, situato in una zona centrale di Istanbul, “era uno dei pochi quartieri a non essere stato preso d’assalto nel centro città, ma ora le gru sono arrivate anche li”, spiega Loccatelli.

Questa trasformazione, però, ha avuto un momento d’arresto: il primo brusco risveglio dell’opposizione si ebbe con le rivolte di Gezi Park. Quel momento segnò l’inizio di una nuova consapevolezza del popolo turco, legata appunto ai “progetti folli” del suo leader. Piazza Taksim come spazio pubblico, di portata simbolica, ha rappresentato un vuoto che ognuno ha riempito con le proprie battaglie personali e comunitarie.

Tutti i gruppi coinvolti, nonostante le loro diversità, hanno portato avanti richieste di maggiore trasparenza e partecipazione nel cambiamento dello spazio urbano. “Le proteste di Gezi Park furono il prodotto della completa urbanizzazione della politica voluta dal governo Erdogan. Una visione con due componenti principali: una basata sulle politiche neoliberiste e di trasformazione della città, la seconda sulle inclinazioni ideologiche islamiste del governo. Islam e cemento si potrebbe sintetizzare” spiega Loccatelli

Oggi il nuovo sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, rappresenta lo stesso risveglio e il desiderio di una parte degli stambulioti di salvaguardare l’ambiente.”Nel bel mezzo della crisi economica, il nuovo sindaco ha stravinto perché la popolazione non crede più nelle ricette economiche di Erdogan, perché soffre della disoccupazione e perché i prezzi dei beni alimentari sono aumentati. Ma anche perché il sindaco ha puntato sul verde e sulla riconquista dei parchi”.

Il termine ultimo simbolico per la realizzazione della yeni Türkiye – la “nuova Turchia– del leader turco è il 2023, centenario della repubblica turca, anniversario entro cui Recep Tayyip vuole portare a termine i maxi-progetti strategici della sua rivoluzione: primo fra tutti il Kanal Istanbul, un canale alternativo al Bosforo che dovrebbe collegare il Mar Nero e il Mar di Marmara per un costo di dieci miliardi di dollari.

Ma la crisi e la vittoria a Istanbul del neo sindaco repubblicano potrebbe frenare le sue manie di grandezza.

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