Gaza, sei mesi dopo: oltre 700 persone uccise durante la tregua tra Israele e Hamas, gli aiuti restano ostacolati e le evacuazioni mediche sono ferme al palo
Il 10 ottobre 2025 entrava in vigore il cessate il fuoco tra Israele e Hamas nella Striscia ma in sei mesi la violenza non si è mai fermata e le condizioni della popolazione civile non sembrano migliorate più di tanto
Oltre 700 persone sono state uccise e più di 2.000 sono rimaste ferite nella Striscia di Gaza durante i sei mesi di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, mentre le condizioni della popolazione civile non sembrano migliorate più di tanto.
Il 10 ottobre 2025 entrava in vigore la tregua a Gaza. Sei mesi dopo, attacchi aerei, bombardamenti e sparatorie continuano a colpire la popolazione civile, mentre progressivamente si espande il controllo militare di Israele sulla Striscia. Al 9 aprile, secondo i dati del ministero della Salute del territorio costiero, erano state uccise almeno 738 persone e altre 2.036 erano rimaste ferite. Non si tratta di episodi isolati, secondo diverse ong internazionali presenti nella Striscia, ogni mese si registrano violenze con numerosi feriti, anche tra i minori.
“Negli ultimi sei mesi, da quando è stato concordato il cessate il fuoco per Gaza, almeno due bambini al giorno sono stati uccisi o feriti”, ha denunciato in una nota Inger Ashing, direttrice di Save the Children International. “Questa non è pace per i bambini di Gaza. L’accordo di cessate il fuoco non si è tradotto in una protezione concreta per i bambini né ha creato le condizioni per la ripresa. Persino le sue disposizioni umanitarie – le più semplici da attuare – sono ancora ostacolate”.
Intanto, secondo Medici Senza Frontiere (Msf) il sistema sanitario della Striscia, già devastato da oltre due anni di guerra, fatica a garantire le cure necessarie a decine di migliaia di pazienti con ferite da traumi, causate da armi da fuoco, esplosioni e raid aerei, che richiedono un’assistenza costante. Dal 7 ottobre 2023, secondo i dati del ministero della Salute di Gaza, almeno 72.317 persone sono state uccise e 172.158 sono rimaste ferite, molte in modo grave. Anche le evacuazioni a scopo di salute però sono quasi ferme al palo, dopo la sospensione decisa in settimana dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) per l’incapacità delle autorità locali e delle potenze vicine di garantire la sicurezza. Così, all’8 aprile, oltre 18.500 persone, tra cui circa 4.000 minori, attendono ancora di poter lasciare Gaza per ricevere cure specialistiche.
La crisi umanitaria inoltre è aggravata dalla carenza di beni essenziali come acqua potabile, cibo, elettricità e farmaci. “L’accesso umanitario rimane gravemente limitato”, denuncia in una nota il Consiglio Norvegese per i Rifugiati. “Le consegne di aiuti continuano a essere ben al di sotto dei livelli concordati, con un numero di camion insufficiente a soddisfare i bisogni primari. Allo stesso tempo, l’ingresso delle merci e il ripristino delle infrastrutture non sono considerate questioni operative, ma sempre più legate ai negoziati politici sul futuro di Gaza”.
Intanto quasi il 90% dei 2 milioni di residenti palestinesi della Striscia è stato costretto ad abbandonare, spesso più volte, la propria casa. La popolazione vive per lo più in tende o rifugi improvvisati, in condizioni di sovraffollamento che favoriscono malattie respiratorie, infezioni cutanee e diarrea. “Lo spazio abitabile si riduce sempre più, mentre vaste aree della Striscia
diventano inaccessibili o pericolose”, denuncia Msf, a cui dal 1° gennaio le autorità di Israele impediscono di “portare qualsiasi tipo di fornitura medica o umanitaria a Gaza”. Ma le restrizioni all’ingresso di aiuti, comprese le forniture sanitarie, rischiano di compromettere terapie salvavita e cure per pazienti con malattie croniche. “Nonostante la diminuzione dell’intensità della violenza, gli attacchi israeliani sono continui e la situazione rimane catastrofica. I bisogni della popolazione sono enormi, eppure le autorità israeliane continuano a limitare sistematicamente l’ingresso degli aiuti umanitari”, afferma Claire San Filippo, responsabile delle emergenze di Msf.
Le prospettive non appaiono positive, né per la pace né per la popolazione locale. “I colloqui in corso, guidati dal Board of Peace, hanno introdotto nuove condizioni che collegano la ricostruzione, la revoca delle restrizioni e il ritiro delle forze israeliane al disarmo di Hamas”, ha denunciato Jan Egeland, segretario generale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati. “Il fallimento di questi negoziati potrebbe innescare una ripresa delle ostilità su larga scala”. “Il presidente Trump aveva promesso una ripresa straordinaria e aveva dichiarato un ‘nuovo giorno’ per Gaza. Invece, il suo piano di pace è in fase di stallo e la sua attenzione si è allontanata dalla crisi”, ha commentato Abby Maxman, presidente e direttrice di Oxfam America. “Sei mesi dopo, i palestinesi continuano a vivere la stessa situazione: vanno a letto affamati in tende allagate, affrontano lunghe code per l’acqua potabile e soccombono a malattie e ferite senza un sistema sanitario o forniture mediche di base. Tutto questo mentre il governo israeliano bombarda e taglia gli aiuti vitali e salvavita con il supporto degli Stati Uniti”.