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La “Erdoganonomics” e il difficile mestiere del banchiere centrale in Turchia

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Il presidente turco Erdogan. Credit: ANSA/EPA/TURKISH PRESIDENTIAL PRESS OFFICE

Il presidente turco non accetta le teorie economiche tradizionali: per lui gli alti tassi d'interessi non servono a contenere l'inflazione, ma la alimentano. Se la banca centrale li alza, lui licenzia il governatore (ne ha cambiati 3 in 3 anni). Così la lira turca crolla e l'economia può rischiare il default

L’indipendenza della banca centrale è da almeno qualche decennio un’architrave negli Stati che, per definizione, si definiscono moderni. Con la separazione della politica monetaria da quella fiscale si è deciso di tracciare un confine per tenere alla larga la politica dal frutto proibito della politica monetaria. Non è così in Turchia, paese cerniera fra Oriente e Occidente, geograficamente strategico e da anni nel novero dei paesi definiti “emergenti”.

La lira turca di recente è stata protagonista delle scene con un forte calo del 15% messo a segno il 22 marzo. Il cambio, durante quella giornata, è passato da 7,20 sul dollaro USA a oltre 8,28, prima di assestarsi intorno al valore di 8,00. Per i non addetti ai lavori, questo significa che è aumentato l’ammontare di lire turche necessarie per avere in cambio un dollaro americano, considerato la regina delle valute.

Ciò è avvenuto per un motivo ben preciso, come conseguenza di una repentina decisione di qualche giorno prima da parte del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.

Infatti,  Naci Agbal, il governatore della banca centrale sino a quel giorno di marzo, è stato licenziato per volere dello stesso Erdogan.

Pallottoliere alla mano, è la terza volta che il presidente licenzia un governatore da quando è stato eletto presidente della Turchia nel giugno 2018 con la riforma costituzionale dopo il referendum. Un simile “turnover” di governatori nell’era delle banche centrali indipendenti è davvero insolito,  se si aggiunge che nell’ultimo decennio è il sesto cambio al timone.

Erdogan e i suoi supporter sostengono che gli alti tassi di interesse causino un’inflazione elevata, un concetto esattamente contrario all’ortodossia economica, secondo la quale l’aumento dei tassi di interesse è invece uno degli antidoti dell’inflazione.

Agbal è stato licenziato il giorno dopo aver aumentato i tassi di interesse, la causa di tutti i mali secondo la visione economica di quello che è stato più volte definito – de facto – il nuovo sultano ottomano.

La serie dei banchieri

Ma facciamo un passo indietro. Il primo governatore a servire sotto il nuovo Erdogan ancora fresco di nuova Costituzione è stato Murat Cetinkaya, silurato nel luglio 2019 presumibilmente per essersi rifiutato di tagliare i tassi di interesse, citando legittimamente l’indipendenza della banca centrale, una delle caratteristiche chiave di ogni Stato moderno.

Al suo posto è arrivato Murat Uysal, che ha dato il via a drastici tagli dei tassi dopo essere entrato in carica. Ciò ha addirittura portato i tassi in territorio negativo una volta presa in considerazione l’inflazione, che in Turchia si muove abitualmente in doppia cifra mentre il mandato della banca ha un target del 5% (alla Banca Centrale Europea, per avere un termine di paragone, è del “vicino ma inferiore al 2% nel medio periodo”).

Questo approccio, per quanto in sintonia con le opinioni di Erdogan sull’economia, non ha sicuramente convinto i mercati, che – come al solito – sono arrivati prima. È seguito, sì, un un boom del credito a buon mercato, ma l’effetto collaterale è stato quello di alimentare ancora l’inflazione e vedere la lira indebolirsi al punto da toccare i minimi storici sia nei confronti del dollaro che dell’euro. Ed è così che, nel novembre 2020, anche il buon Uysal è stato licenziato senza tanti convenevoli.

Arriviamo quindi all’ultimo “martire” della banca centrale di Ankara. Quando Naci Agbal ha sostituito Uysal, gli investitori erano, seppure cautamente, ottimisti. Agbal era stato ministro delle Finanze e dell’Economia nell’ultimo esecutivo basato su un sistema parlamentare, prima di essere sostituito dalla presidenza nel 2018 all’indomani delle riforme portate con il referendum costituzionale.

Una volta divenuto governatore della banca centrale, Agbal ha invertito le politiche basate sui bassi tassi di interesse del suo predecessore e ha iniziato ad aumentare i tassi. Ha ripetutamente sottolineato l’importanza della stabilità dei prezzi e della bassa inflazione, come d’altronde prevede il mandato.

In quel periodo, non solo Agbal operava secondo lo statuto, chiaramente ribadito dalla legge del 1970 che ne regola il funzionamento, ma sembrava avere l’approvazione del presidente.

Solo due giorni dopo che Agbal ha assunto la carica, Berat Albayrak, che tra le altre cose è il genero di Erdogan e che aveva supervisionato la politica economica in qualità di ministro delle Finanze e dell’Economia,  si è dimesso. Ex addetti ai lavori del partito – divenuti per l’appunto ex – hanno affermato che Agbal era stato critico nei confronti delle politiche di Albayrak, comprese le restrizioni che impose sulla fluttuabilità della valuta e la “presunta” vendita di circa 128 miliardi di dollari in riserve della banca centrale per sostenere la lira oramai in caduta libera. Ciò aveva portato a significativi deflussi di capitali dalla Turchia rinforzando crescenti interrogativi se questa fosse un mercato emergente ancora vitale e affidabile per gli investimenti esteri.

Intanto, Erdogan ha sottolineato più volte l’importanza della stabilità dei prezzi e di una governance economica favorevole al mercato in vari discorsi durante il mandato di Agbal. Tutto sembrava suggerire quindi che avesse invertito le sue insolite convinzioni economiche. Forse tre anni di tassi di interesse bassi, inflazione elevata e cicli inebrianti di boom alternati a crisi valutarie avrebbero potuto finalmente finire.

Gli investitori hanno così risposto in maniera egregia. Secondo Reuters, circa 15 miliardi di dollari sono entrati in Turchia sulla scia dei tassi di interesse della lira attraverso operazioni di swap valutari nel periodo che intercorre tra la nomina di Agbal, il 7 novembre, e il 19 marzo.

Durante questo periodo, la moneta turca si è apprezzata maggiormente rispetto al dollaro rispetto a qualsiasi altra valuta dei mercati emergenti. Inoltre, ancora secondo Reuters,  l’esposizione di fondi stranieri su azioni e bond denominati in lira supera abbondantemente i 3 miliardi di dollari.

Ma, dopo un ulteriore aumento finale del tasso di interesse al 19% (sui repo settimanali) per domare l’inflazione – il cui tasso ufficiale di oltre il 16% è presumibilmente sottostimato – Agbal si è rivelato essere il governatore più breve in servizio sotto la presidenza Erdogan. Un rapporto intenso, ma troppo breve.

Non è un momento facile, forse non lo è mai stato, quello di assumere la direzione dell’economia turca, ancora di più sul lato della politica monetaria. Oltre all’elevata inflazione e ai tassi di interesse, i risparmiatori turchi sembrano aver perso la fiducia nella lira, visto che le loro disponibilità in valuta estera hanno raggiunto livelli record, come dimostrano gli stessi dati disponibili sul sito della banca centrale di Ankara. Il totale a fine marzo ha raggiunto i 223 miliardi di valore se misurati in valore di dollari americani.

Niente di tutto questo fa ben sperare per un paese con un debito pubblico e privato considerevole, per un totale equivalente di circa 440 miliardi dovuti a creditori esteri e per lo più denominati in dollari, il ché ne determina un appesantimento se la valuta perde valore.

Arriva Kavcioglu, l’uomo della teoria della bassa inflazione e dei bassi tassi, ma che a sorpresa conferma il tasso

Il nuovo governatore della banca centrale è adesso Sahap Kavcıoglu, un ex banchiere e professore di banca e finanza. È stato editorialista di un quotidiano filogovernativo, dalle cui colonne accusava Agbal di cospirazione contro l’economia turca sino a qualche giorno prima che il banchiere fosse licenziato.

Kavcıoglu ha scritto a lungo a sostegno delle politiche note come “Erdoganomics”, inclusa la sua teoria di bassa inflazione a basso tasso di interesse. Si può quindi facilmente capire perché sia stato nominato. Alla sua prima riunione, però, il neo-governatore ha conservato lo status quo, mantenendo invariato il tasso d’interesse principale.

Probabilmente assisteremo a successivi tagli dei tassi quando il comitato di politica monetaria della banca centrale si riunirà nei suoi regolari incontri con cadenza mensile. Questo sarà probabilmente seguito da un altro boom economico alimentato da credito a buon mercato insieme a un’inflazione incontrollata. Il tutto mentre Erdogan ha già preso la rincorsa per le elezioni presidenziali del 2023.

Data la mancanza di solidità della “Erdoganomics”, per un’economia aperta come la Turchia probabilmente vedremo ancora nuovi minimi record per la lira.

Le accuse alla finanza straniera di Erdogan e i numeri incoraggianti di Agbal prima del licenziamento

Il presidente Erdogan intrattiene da tempo un rapporto conflittuale con i gestori di fondi stranieri. Essendo infatti un fiero oppositore della politica degli alti tassi di interesse, che in precedenza aveva etichettato come “la madre e il padre di tutti i mali”,  ha passato diversi anni inveendo contro le misure che, secondo concordi opinioni tra gli economisti tradizionali, aiutano a raffreddare l’inflazione.

Durante la crisi della lira del 2018, Erdogan ha fatto riferimento a un’oscura “lobby dei tassi di interesse” di finanzieri occidentali che avrebbero cercato di minare il suo governo. Ma l’ortodossia e il buonsenso hanno prevalso alla fine dell’anno scorso. Agbal è stato nominato per dirigere la banca centrale imprimendo una cura da cavallo che, come detto, Berat Albayrak, il ministro delle Finanze e genero di Erdogan, ha sempre obbiettato.

Agbal nel suo breve incarico ha stabilito una serie di sostanziali aumenti dei tassi di interesse per un totale di 8,75 punti percentuali, sino a quando Erdogan lo ha licenziato ponendo ottimi passi per la stabilizzazione.

Con Agbal il valore della lira è aumentato del 18% in soli quattro mesi. Dalla crisi finanziaria del 2008 nessun capo della banca centrale era riuscito a portare a un rafforzamento serio della valuta: un grande passo verso il controllo dell’inflazione, che è ancora intorno al 16% su base annua.

Nel cruscotto degli indicatori economici, inoltre, ci sono le riserve estere  – fondamentali per le operazioni di stabilizzazione della valuta – che diminuiscono ancora: alla fine di marzo il conto segnava un valore di circa 53 miliardi in dollari americani, secondo i dati della banca centrale di Ankara. La Turchia presenta infine un saldo delle partite correnti negativo, mentre la bilancia commerciale con il segno meno, il ché fa della Turchia uno Stato importatore.

Ma è “legale” in Turchia licenziare il governatore?

Eppure, la  legge in Turchia è abbastanza chiara nella sua formulazione: il governatore della banca centrale può essere licenziato solo per due motivi. Primo: se si trovasse a violare un determinato numero di divieti, come quello di intraprendere attività commerciali o detenere azioni in banche e altre società. Secondo: se si verificano situazioni che rendono il governatore indefinitamente incapace di svolgere i suoi doveri, comprese circostanze estreme come malattia permanente o morte.

Ad eccezione di questi due casi, la legge chiarisce che il governatore non possa essere revocato e debba rimanere in carica per l’intera durata del suo mandato. E questi due casi, dati alla mano, non si sono verificati. La nomina del banchiere centrale viene fatta con decreto del presidente, il cui mandato ha una durata di quattro anni, sebbene la nuova Costituzione gli dia un potere quasi assoluto.

Sentito da TPI, Emanuele Canegrati, economista e senior analyst per il broker londinese BP Prime,  ha commentato: “La Turchia rischia di veder peggiorare la sua crisi, che è prima di tutto valutaria, poi economica e infine politica. Le decisioni ripetute del presidente Erdogan di licenziare qualsiasi governatore della banca centrale che non fosse disposto ad assecondare la sua politica di bassi tassi di interesse per espandere il credito nel settore privato ha provocato una perdita di credibilità enorme da parte degli investitori internazionali nei confronti della banca centrale turca”.

“La percezione è quella che, andando avanti di questo passo, Ankara non si adopererà seriamente per combattere l’elevata inflazione che sta affliggendo il paese, provocando una pesante perdita del potere di acquisto del popolo turco, già duramente messo alla prova dalla crisi sanitaria”, sottolinea l’economista.

“Anche la strategia di voler difendere la valuta domestica attraverso la vendita continua di riserve valutarie ed auree non ha sortito gli effetti sperati, in assenza di una strategia credibile sull’aumento dei tassi. Al contrario, tali riserve si stanno velocemente esaurendo”.

“Alla fine del processo, la lira turca potrebbe svalutarsi sempre più contro il dollaro. L’inflazione raggiungere livelli insostenibili e, senza più riserve a disposizione, il default valutario per la Turchia comincia diventare uno scenario a cui è bene pensare”, ha concluso Canegrati.

Secondo Bepi Pezzulli, direttore de La Voce Repubblicana ed esperto di mercati finanziari, “Erdogan è noto per la sua posizione dogmatica contro gli alti tassi di interesse. L’Islam li proibisce, ma lui crede anche che alti tassi d’interesse portino ad un’alta inflazione, una teoria controversa ed eterodossa che ha radici nella sua educazione ideologica durante gli anni di Refah Partisi, il Partito del Benessere Islamico”.

Pezzulli pone attenzione anche al fenomeno del carry trade, ovvero la strategia di investimento spesso utilizzata sui mercati internazionali. Distillando al massimo, questa operazione consiste nel prendere a prestito capitale in una determinata valuta per investirlo in strumenti finanziari denominati in altre valute con un rendimento superiore al costo del prestito. In questa differenza tra i rendimenti tra la parte presa in prestito e quella investita, risiede il margine a favore dell’investitore, frutto del carry trade.

Pezzulli sottolinea: “Tuttavia, è vero che gli alti tassi di interesse potrebbero mettere la Turchia in un circolo vizioso di ulteriori aumenti. La strategia degli alti tassi d’interesse non sta funzionando e il Tesoro turco sta direttamente finanziando la speculazione, alimentando il carry trade: se non aumenta i tassi di interesse, il tasso di cambio sale e gli speculatori ritirano forex dalla Turchia facendo profitto. Ma, se aumenta i tassi, paga un reddito da interessi molto alto sul monetario in lire turche”.

“Al momento, gli speculatori internazionali possono lucrare dal 20 al 25 per cento di profitto o sui tassi d’interesse o sul tasso di cambio in ogni caso. Aumentare il tasso d’interesse non è una soluzione. L’unica strada possibile per domare l’inflazione è ridurre il deficit di bilancio, tagliando in particolare i colossali appalti pubblici per progetti infrastrutturali megalomani”, conclude Pezzulli.

E poi, per concludere, come detto, nel 2023 in Turchia si vota. Ma questa è tutta un’altra storia. Forse.

Leggi anche: Il linguaggio dei banchieri centrali: come è cambiato negli anni e quanto è capace di influenzare i mercati

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