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Elezioni parlamentari in Iran: migliaia di candidati riformisti e moderati esclusi dal voto

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Credits: EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

La controversa decisione del Consiglio dei guardiani, che decide sull'ammissibilità delle candidature e che da sempre è vicina al fronte conservatore appoggiato dalla Guida suprema. Conservatori verso una vittoria scontata

Elezioni parlamentari Iran: migliaia di candidati riformisti e moderati esclusi

Mancano poche ore all’apertura dei seggi per le elezioni presidenziali in Iran di domani, venerdì 21 febbraio 2020: ma a Teheran ci sono già grosse polemiche in seguito all’esclusione di migliaia di candidati, soprattutto riformisti e moderati, al punto che l’esito del voto viene considerato già scontato, con una vittoria dei conservatori che sembra ormai certa.

Quest’anno sono state circa 14mila le candidature arrivate al Consiglio dei guardiani, l’organo che detiene il potere di giudicare sull’ammissione dei candidati alle elezioni in Iran. Il Consiglio è composto da 12 membri (sei religiosi, nominati direttamente dalla Guida suprema, e sei giuristi, nominati indirettamente dallo stesso Khamenei) ed è fortemente influenzato dalla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che appoggia – neanche troppo velatamente – proprio il fronte conservatore e ultraconservatore.

Sulle 14mila candidature, 6.850 sono state respinte dal Consiglio. La stragrande maggioranza dei candidati non ammessi alle elezioni presidenziali in Iran fanno parte proprio del fronte dei moderati e dei riformisti. Quello che, per intenderci, appoggia il presidente Hassan Rouhani. Le esclusioni sono legate ad accuse, nei confronti dei candidati, di frode, appropriazione indebita e soprattutto mancata pratica della religione musulmana. Sono stati esclusi dalla tornata anche una ottantina di deputati dell’attuale legislatura.

Il giudizio del Consiglio dei guardiani è insindacabile e così, alla vigilia del voto, i riformisti e i moderati – in alcune città – si sono ritrovati addirittura senza rappresentanti di peso. Perdendo, di fatto, anche quelle poche speranze di ottenere voti sufficienti a insidiare la quasi certa vittoria dei conservatori.

Nei giorni di campagna elettorale, Rouhani è intervenuto sul tema delle esclusioni dei candidati riformisti dalle elezioni: “Se il sistema sostituisce le elezioni con le nomine – ha detto – e le elezioni diventano solo una formalità, sarà il pericolo più grande per la democrazia e la sovranità nazionale. Dovremmo ottenere la fiducia del popolo e garantire che non c’è un regime del partito unico come nel comunismo. Oggi invece è come se si andasse al negozio per comprare qualcosa, ma fosse poi permesso di scegliere solo una marca”.

Un’altra possibile conseguenza della mancata ammissione di molti candidati alle elezioni in Iran potrebbe essere il crescente astensionismo. Vista la vittoria quasi certa dei conservatori, i riformisti stanno infatti pensando di non recarsi al voto e scegliere quindi la strada del boicottaggio di un’elezione considerata pilotata.

Allo stesso tempo, però, quello di domani è un voto importantissimo per l’Iran, soprattutto perché si tratta del primo appuntamento elettorale dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani, morto a Baghdad in un raid americano nella notte tra il 2 e il 3 gennaio. L’obiettivo dei conservatori è quello di ottenere la maggioranza in Parlamento, per poter subito rompere l’accordo sul nucleare firmato con l’Occidente e in generale rivedere al ribasso i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti.

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