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Home » Esteri

Mosul è come una grande prigione, racconta un ragazzo iracheno sfuggito all’Isis

Immagine di copertina

Ahmed è riuscito ad abbandonare la capitale del califfato in Iraq, ma prima di fuggire ha registrato un diario audio in cui racconta la vita sotto i miliziani

Come si vive a Mosul, la capitale irachena del sedicente Stato islamico? Cosa significa essere gli involontari sudditi dell’auto proclamato califfato di Abu Bakr al-Baghdadi?

Possiamo solo immaginarlo, figurandoci ogni tipo di orrore, le privazioni, le umiliazioni quotidiane, la paura che non ti abbandona mai.

Ma quale realtà ci racconterebbe una persona fuggita chissà come e chissà a quale prezzo da Mosul?

Qualcuno in effetti è riuscito a scappare e ha portato con sé il suo diario audio dove, rischiando molto, aveva registrato le sue ultime settimane da cittadino dello Stato islamico.

La Bbc ne ha pubblicato alcuni estratti. Ahmed, questo lo pseudonimo usato dall’autore, era uno studente di ingegneria quando a Mosul arrivarono i miliziani dell’Isis.

Era il 2014 e nessuno aveva mai sentito parlare di loro. Sembravano miliziani di qualche tribù in conflitto con l’esercito iracheno, ma poi proclamarono un califfato.

Dissero agli uomini che non potevano tagliarsi la barba e alle donne che dovevano coprirsi il volto e le mani. Bandirono internet, i telefoni e la televisione. Vietarono persino le sigarette.

L’Isis va di casa in casa a perquisire alla ricerca di telefoni cellulari, non vuole che qualcuno comunichi con l’esterno. Nessuno si sente più al sicuro nemmeno nella propria abitazione.

Se infrangi le loro regole severe, ti pestano e finisci in prigione. Nessuno può ribellarsi e nessuno può contraddirli. Se lo fai ti uccidono.

Giustiziano le persone per strada se le sentono parlare di argomenti che non gradiscono. Uccidono per una ragione qualsiasi e corrompono la parola di Dio per i loro interessi.

E intanto i luoghi pubblici sono diventati posti pericolosi. E i prodotti cari e introvabili. La gente coltiva da sé la verdura ma è difficile trovare farina, zucchero o riso.

L’università ormai non esiste più. I miliziani la usavano come centro congressi per le riunioni dei loro leader e i laboratori servivano a fabbricare trappole esplosive, per questo gli aerei della coalizione l’hanno bombardata.

Allora l’Isis ha confiscato delle case e le ha date ai suoi miliziani, perché la presenza dei civili dissuadesse la coalizione dal colpirli.

La gente vive nella paura perché i raid arrivano comunque e a volte colpiscono i civili, e l’Isis ne gioisce perché così può incitare la popolazione contro la coalizione. Ma nessuno li sta a sentire quando invitano a unirsi a loro.

Sono tutti in attesa che l’esercito iracheno venga a liberare la città, ma cosa accadrà dopo? Gli abitanti di Mosul finiranno nei campi e non potranno uscirne se non troveranno uno sponsor che garantisca per loro, racconta Ahmed.

“Mi sento come se fossi in una prigione, dove non posso fare nemmeno le cose più semplici e banali, tutto per colpa di un gruppo che dice di rappresentare l’islam eppure è così lontano dall’islam”, diceva il giovane iracheno al suo diario.

“Mi sento come se stessi vivendo un incubo. Mi domando quando mi sveglierò e tornerò alla vita di tutti i giorni”.

E così, Ahmed ha deciso di tentare la sorte e scappare. I miei sogni, dice, sono gli stessi degli altri ragazzi: vivere una vita normale, finire di studiare, trovare un lavoro, mettere al sicuro il mio futuro.

Oggi Ahmed si trova in un’altra città irachena e ha ripreso gli studi, ma la sua famiglia è ancora a Mosul. Presto, le truppe irachene e i suoi alleati lanceranno la campagna per riprenderla.

Il video con la voce narrante di Ahmed è disponibile qui.

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