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“Ho paura ma tornerò a studiare”: il coraggio di Arifa, la studentessa di 17 anni sopravvissuta alla strage di Kabul

Immagine di copertina
Credit: Ansa foto

Sarà un caso, sarà il destino, ma se si cerca il significato del nome “Arifa” si scoprirà che è proprio quello di “istruito, esperto, erudito”. Arifa è il nome di una studentessa di 17 anni sopravvissuta al triplo attentato di fronte a una scuola di Kabul che lo scorso sabato 8 maggio ha causato la morte di 68 persone e ferito altre 165.

Arifa porta i segni di quell’attentato, si trova in un letto d’ospedale, è impaurita ma determinata: tornerà a studiare, nonostante tutto. “La paura ci sarà, ma continuerò i miei studi”, ha detto al giornalista Richard Engel della NBC.

Le esplosioni sono avvenute nel distretto di Dasht-e-Barchi, abitato principalmente dalla minoranza sciita hazara, a ovest della capitale afghana, mentre i residenti stavano facendo acquisti per l’avvicinarsi della festa musulmana di Eid al-Fitr che segna la fine del mese di digiuno del Ramadan, prevista questa settimana. La scuola era un liceo frequentato da ragazzi e ragazze, che studiano in tre diverse fasce orarie, la seconda delle quali era quella delle ragazze.

“Forse non vogliono che studiamo, ci istruiamo e andiamo avanti”, prova a dire Arifa cercando di dare una motivazione a quanto accaduto. Con l’annuncio che gli americani e le truppe Nato lasceranno l’Afghanistan l’11 settembre, dopo vent’anni, la paura delle donne nel Paese cresce di giorno in giorno. Ciò che più spaventa è la minaccia che venga nuovamente imposto uno stop all’istruzione per le donne afghane. Nonostante le violenze ai danni di civili, tra cui moltissime donne, abbiano continuato a segnare l’Afghanistan in questi anni, soprattutto l’ultimo, nel Paese in questo momento ci sono donne soldato, ministre, governatrici, poliziotte, giudici, oltre che parlamentari. Ma le attiviste per i diritti delle donne, spesso escluse dai tavoli dei colloqui di pace, dove ora siedono in quattro nella squadra che rappresenta l’esecutivo di Kabul, avvertono: “Con il ritiro americano, rischiamo di perdere le conquiste raggiunte in questi anni, oltre che la pace”.

Il timore è che il governo afghano, pur di raggiungere un’intesa, seppur debole con i talebani, sacrifichi ancora una volta la causa femminile sull’altare di un’eventuale pace, a dir poco vacillante. E se un accordo non si troverà e i talebani prenderanno il controllo, c’è la certezza che svaniranno anche i pochi diritti, tra cui quello all’istruzione.

“Sono caduta a terra. Il mio amico mi ha tirato la mano”, ricorda Arifa del momento dell’esplosione. In un letto d’ospedale accanto al suo c’è una seconda sopravvissuta, Miriam, che ha riportato ustioni al viso, piedi e gambe.” Sono uscita da scuola. Stavo tornando a casa, poi ho sentito un forte boato, poi ho visto fiamme rosse e fumo. Mentre correvo ho visto del sangue sui miei piedi, ho controllato e ho visto che le schegge mi avevano colpita”, racconta.

Le famiglie delle vittime dicono che la colpa è del governo afghano e dei loro alleati occidentali per non aver fermato la violenza che ancora sta consumando il loro paese. I parenti delle vittime hanno iniziato a seppellire i morti in un sito in cima a una collina noto come il “cimitero dei martiri”, dove riposano le vittime degli attacchi contro la comunità hazara. Gli hazara sono musulmani sciiti e considerati eretici dagli estremisti sunniti. I musulmani sunniti costituiscono la maggioranza della popolazione afghana.

Leggi anche: “Io, afghano della minoranza hazara, nel mio paese non meritavo neanche di vivere, oggi faccio l’attore”

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