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Schiave in una sartoria: la storia di due ragazze birmane torturate per 5 anni

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Le due bambine a 11 e 12 anni furono mandate dalle loro famiglie a lavorare in una sartoria della capitale Yangon. Il presidente birmano ha avviato un'inchiesta sul caso

Tenute prigioniere, torturate, private del sonno e del cibo. È la storia di due ragazze birmane che quando avevano 11 e 12 anni sono state mandate dalle loro famiglie a lavorare in una sartoria della capitale birmana, Yangon. La stessa sartoria dove sono state seviziate e sfruttate per 5 anni. Il presidente birmano Htin Kyaw ha ora avviato un’inchiesta sul caso.

Le ragazze sono state liberate la scorsa settimana dopo che un giornalista le ha aiutate e sono tornate nel loro villaggio. Il sarto è stato arrestato, insieme ai suoi due figli maggiori

Per le famiglie povere birmane si tratta di una decisione dolorosa, ma tristemente comune quella di mandare i figli da piccoli a lavorare nelle grandi città. Le Nazioni Unite stimano che almeno un milione di bambini birmani sono costretti a rinunciare all’istruzione e andare a lavorare in giovanissima età.

 Quello che per le due ragazzine era iniziato come un lavoro retribuito si è trasformato in una schiavitù moderna. Non veniva loro permesso il contatto con i genitori, non potevano uscire e non venivano nemmeno più pagate. 

In seguito sono arrivati anche gli abusi. Ai giornalisti che le hanno incontrate, hanno mostrato le ferite e le cicatrici sulle braccia che gli sono state inferte dai gestori della sartoria. 

“Questa è la cicatrice lasciata da un ferro da stiro che è stato impresso sulla mia gamba”, ha raccontato una delle due ragazze, che adesso ha 16 anni. 

“Quest’altra è una ferita che mi è stata fatta con un coltello, perché la mia cucina non era molto buona”, ha proseguito, mostrando un segno sul suo naso.

L’altra ragazza, che ora ha 17, ha mostrato le sue dita bruciate e storte, dopo che gli erano state rotte dai suoi rapitori per punizione. 

La madre di una delle ragazze ha raccontato di aver chiesto aiuto alla polizia ma di aver ottenuto poco o niente fino a quando il caso è diventato di dominio pubblico. 

Le accuse di maltrattamenti sono scioccanti, ma è l’indifferenza delle autorità incaricate del caso ad aver davvero fatto infuriare l’opinione pubblica birmana. Molti lo vedono come una prova ulteriore del fatto che il sistema giudiziario non faccia nulla per i più poveri e i più vulnerabili.

In diverse occasioni nel corso degli ultimi cinque anni, le famiglie delle ragazze hanno chiesto l’intervento della polizia birmana ma non sono mai state ascoltate. 

È stato solo quando un giornalista, Swe Win, è stato coinvolto, che le cose hanno cominciato a muoversi. Anche l’uomo inizialmente non era stato preso sul serio dalla polizia. Decise allora di portare la questione davanti alla Commissione nazionale per i diritti umani.

Grazie al suo intervento, la Commissione ha agito, negoziando con il sarto il rilascio delle ragazze per una somma pari a circa 4.000 dollari.

La storia delle due bambine è ormai divenuto un caso nazionale, ampiamente discusso su media e social network. 

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