Le Americhe di Trump: dopo il Venezuela, toccherà a Cuba?
L’inflazione galoppante. La crisi energetica. L’embargo dagli Usa. L’economia dell’isola si regge su equilibri sempre più instabili. E ora ecco anche la caduta dell’alleato Maduro e le minacce di Trump
All’Avana la crisi non è più un concetto astratto. È un prezzo scritto sul cartellino del latte, è una notte senza elettricità, è un salario che non basta nemmeno per capire come si faccia a sopravvivere. «Se devo spiegare la situazione di oggi rispetto a cinque o dieci anni fa, non posso che dire che è peggiore. Molto peggiore», racconta a TPI Jován Rodéris, guida turistica cubana, abituata a tradurre l’economia in esempi concreti per chi arriva dall’Europa o dagli Stati Uniti. Per lui il punto di svolta è chiarissimo: prima e dopo il 2020.
«Il 2020 è stato un anno brutto per noi: è arrivato il Covid. Poi è cominciata la guerra tra Russia e Ucraina e, soprattutto, è partita un’inflazione che non avevamo mai visto». I numeri, dice, non rendono l’idea finché non li si porta nella vita quotidiana. «Prima del 2020 un litro di latte costava 50 pesos cubani. Oggi lo paghiamo 3.000». Un dato che da solo racconta il crollo del potere d’acquisto.
Come si vive, allora, con stipendi che restano inchiodati a pochi euro al mese? Rodéris risponde con una battuta che ormai ripete spesso: «Io dico sempre che ci sono tre grandi misteri nella storia dell’umanità: l’esistenza di Dio, come sono state costruite le piramidi in Egitto e come noi cubani riusciamo a sopravvivere con uno stipendio medio di 20 euro al mese». Non è retorica. Nemmeno per chi, come lui, lavora nel turismo e sta meglio della media. «È molto difficile spiegare come facciamo. A volte non lo capisco nemmeno io. Però nel nostro Dna culturale c’è una lunga storia di resistenza. Oggi a Cuba si parla di “resistenza creativa”: il cubano, anche in ospedale, trova il modo di sorridere, di aiutare gli altri, di trovare un’unione con la realtà che ha dentro».
Nonostante l’incertezza economica, Jován non crede a uno scenario di aumento della criminalità. «Guarda, per fortuna, anche se la situazione economica è dura, la criminalità non è un problema serio», assicura. «La prima cosa è che qui le armi sono vietate. Non circolano pistole, non c’è la possibilità di fare qualcosa con le armi come in altri Paesi». A questo si aggiunge una legislazione severissima sul fronte della droga. «Non c’è traffico di droga, e la legge è molto rigorosa. La marijuana è ancora proibita del tutto: per questo puoi prenderti anche 15 o 20 anni di galera».
Secondo lui, quindi, nessuna prospettiva di destabilizzazione dall’interno: «Magari possono esserci proteste, qua e là, ma gruppi armati, violenza organizzata… no, questo qui non lo vedo proprio».
La rottura dei pilastri
In un’intervista rilasciata ad Americas Quarterly, l’economista cubano Ricardo Torres, docente alla American University di Washington, spiega che l’inflazione cubana non è un episodio momentaneo ma l’effetto della rottura simultanea di tutti i pilastri esterni su cui si reggeva l’economia dell’isola». Per Torres, il 2020 ha soltanto accelerato processi già in corso: «Quando il Venezuela riduce drasticamente le forniture di petrolio e il turismo collassa, lo Stato perde immediatamente margini di manovra: senza valuta e senza energia, ogni squilibrio interno si amplifica».
Anche Jován, che ogni giorno vive la realtà cubana, osserva questo scenario con crescente preoccupazione. Quando gli chiedo delle tensioni politiche con gli Stati Uniti, risponde senza esitazioni. «La maggioranza dei cubani non sopporta Trump», dice. «Non solo per quello che ha fatto contro Cuba a livello politico ed economico, direttamente o indirettamente. C’è anche un altro motivo: quasi il 66-70% dei cubani che vivono qui ha parenti negli Stati Uniti».
Il suo tono si fa più serio quando affronta l’effetto delle politiche anti-immigrazione. «Con la guerra contro gli immigrati che sta portando avanti Trump, il danno è doppio. Da una parte colpisce Cuba, dall’altra i nostri parenti negli Usa. Molti rischiano il lavoro, vivono nella paura dell’Ice. Lo sappiamo tutti».
L’osservazione di Jován coincide con quella di molti studiosi. Per il politologo statunitense William LeoGrande, uno dei massimi esperti delle relazioni tra Washington e l’Avana, «le politiche di pressione economica non producono i cambiamenti politici auspicati dagli Stati Uniti, ma hanno un effetto diretto sulle famiglie cubane, soprattutto su quelle divise tra l’isola e la Florida». LeoGrande, in diverse interviste, parla apertamente di «paradosso strutturale»: mentre lo Stato cubano si indebolisce, il settore privato – proprio quello che gli Stati Uniti dichiarano di voler favorire – diventa sempre più dipendente da relazioni economiche transfrontaliere che l’embargo rende al tempo stesso necessarie e complicate.
Non solo petrolio
È proprio su questo intreccio tra pressione esterna e fragilità interna che interviene lo storico dell’economia Alessandro Volpi, che a TPI sottolinea come l’arresto di Nicolás Maduro «cambi in maniera significativa» gli equilibri economici tra Venezuela e Cuba. I due Paesi, spiega, avevano «relazioni molto strette e molto importanti», soprattutto sul fronte energetico, e qualunque sarà la nuova configurazione politica venezuelana «questo tipo di relazioni cambierà profondamente».
Volpi legge l’intervento statunitense a Caracas come un tentativo di riportare nel Paese le grandi compagnie petrolifere americane: «Penso che l’operazione avviata dagli Stati Uniti abbia la funzione di far tornare in Venezuela ConocoPhillips, ExxonMobil, Chevron, per riavviare estrazione e produzione di petrolio e sostenere la bolla finanziaria legata ai titoli energetici negli Usa». In questo quadro, aggiunge, Cuba rappresenta «solo un ostacolo».
Nonostante la centralità del petrolio, Volpi non ritiene che la crisi energetica sia il principale fattore del collasso cubano. «C’è un problema più generale nel posizionamento dell’isola», spiega. L’inflazione galoppante dipende «dalla difficoltà a controllare la moneta» e dalla «parziale dollarizzazione» introdotta negli ultimi anni, che avrebbe dovuto stabilizzare l’economia ma che ha finito per «indebolire ulteriormente il peso cubano». A questo si somma «la crescente fuga di popolazione, compresi professionisti e lavoratori qualificati», che sta erodendo l’ossatura sociale del Paese.
La crisi energetica, dunque, è «l’elemento più vistoso», ma non il più profondo. Le sanzioni, racconta Volpi, sono vissute come una ferita aperta: «Nella realtà dei cubani le sanzioni sono state devastanti». Hanno frenato gli scambi, complicato le importazioni e aggravato la vulnerabilità energetica. Ma gli Usa restano comunque il partner con cui molti cubani sperano di riaprire canali economici, un paradosso che alimenta disorientamento. «Non so quanto spazio ci sia per una piccola imprenditoria cubana», osserva, perché senza mercati di destinazione «diventa difficile esportare».
Trasformazioni e paradossi
Per capire la crisi cubana di oggi, bisogna tornare indietro di almeno vent’anni e guardare a Caracas. Dopo il collasso dell’Unione Sovietica, Cuba entra negli anni Novanta nel cosiddetto «Periodo Especial»: una recessione drammatica che riduce il Pil di oltre il 30%. È in quel vuoto che, all’inizio degli anni Duemila, si inserisce il Venezuela di Hugo Chávez. L’accordo è tanto politico quanto economico: petrolio venezuelano a condizioni estremamente favorevoli in cambio di medici, insegnanti e cooperazione tecnica cubana.
Attraverso la sua compagnia petrolifera statale, Pdvsa, il Venezuela arriva a fornire a Cuba oltre 100mila barili di petrolio al giorno, spesso pagati in servizi e non in valuta. Per l’economia cubana significa una cosa fondamentale: energia stabile senza doverla comprare sul mercato internazionale. Un lusso che nessun altro partner era disposto a garantire.
Per oltre un decennio questo asse tiene, e il Venezuela diventa per Cuba ciò che l’Urss era stata prima del 1991: non solo un alleato politico, ma un ammortizzatore strutturale.
Il problema è che questa dipendenza funziona solo finché l’economia venezuelana regge. Con la crisi di Pdvsa, il crollo della produzione petrolifera e il caos economico sotto Nicolás Maduro, le forniture cominciano a ridursi drasticamente già prima del 2020. Quando poi arrivano sanzioni, Covid e collasso globale dei flussi, l’asse si spezza quasi del tutto. È qui che la crisi cubana cambia natura: non è più una crisi di inefficienza interna, ma una crisi energetica ed esterna.
Per oltre sessant’anni l’economia cubana è stata costruita su un principio chiaro: lo Stato controllava tutto. «Dopo il 1959 abbiamo avuto una centralizzazione totale, quello che si può chiamare statalismo. Lo Stato gestiva i mezzi produttivi, sociali e culturali», spiega bene Rodéris. Oggi però qualcosa si è rotto. «Per la prima volta dopo tanti anni l’impresa privata è riconosciuta come 100% cubana. È qualcosa che non pensavo di vedere mai nella mia vita». Rodéris non idealizza il processo. «Certo, si può sempre fare meglio, non siamo perfetti. Ma il punto centrale è che oggi esiste una volontà politica di dire: lasciamo ai cubani la possibilità di avere un’impresa, di sviluppare i propri sogni nel loro Paese».
La società cambia più in fretta dell’ideologia, soprattutto nella sfera pubblica. Ma il segnale, dice, è evidente. Il tema dell’embargo divide da decenni osservatori e governi. Rodéris non ha dubbi sulla sua concretezza. «Non è solo propaganda giornalistica. È qualcosa che vivi sulla tua pelle». Ripercorre la storia: dal blocco navale dopo la crisi dei missili del 1962 alle leggi degli anni Novanta, fino all’inasprimento più recente. Il vero choc, però, arriva con Donald Trump. «Nel 2018 ha detto: niente più crociere, niente più turismo americano a Cuba. Questo dopo l’apertura di Barack Obama, che nel 2016-2017 aveva portato quasi 5 milioni di turisti sull’isola. Oggi non arriviamo a un milione e mezzo, e quest’anno sarà peggio».
Poi racconta un episodio personale. «Ero al porto ad aspettare un gruppo di turisti americani. A 60 chilometri dall’Avana la nave ha ricevuto una chiamata dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti: «Non potete entrare a Cuba». Hanno virato verso il Messico o la Repubblica Dominicana. In due ore il lavoro di mesi è sparito».
Eppure, proprio mentre l’embargo si irrigidisce contro lo Stato cubano, nasce un paradosso. «Oggi a Cuba ci sono più di 10mila imprese private. E il 60-80% dei loro partner sono cubano-americani», racconta Rodéris. Come è possibile? «Perché negli Stati Uniti l’idea è sempre stata quella di sostenere il settore privato cubano. Anche Obama lo disse chiaramente nel suo discorso all’Avana: solo il settore privato può garantire benessere e indipendenza».
Oggi gran parte del cibo e delle macchine arriva dagli Stati Uniti attraverso questi canali. «Grazie al settore privato importiamo frigoriferi, elettrodomestici, macchinari. Prima del 2020 un frigorifero costava 800-900 euro. Oggi trovi un Samsung a 400-500 dollari. Senza il settore privato i prezzi sarebbero impossibili».
Tra Caracas e Pechino
Oggi il nodo strategico delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti è chiaro: Washington cerca di indebolire lo Stato cubano, ma allo stesso tempo finisce per sostenere – direttamente o indirettamente – il settore privato, che cresce proprio grazie ai legami economici con Miami. Il risultato è una relazione asimmetrica, in cui Cuba dipende da un settore privato che a sua volta dipende dagli Stati Uniti, mentre lo Stato cerca di riformarsi senza avere davvero gli strumenti per farlo.
Il collasso dell’asse con il Venezuela è stato un altro colpo. A ricordarlo è ancora Jován Rodéris: «Dopo la fine dell’Unione Sovietica, negli anni Novanta, il Venezuela di Chávez è diventato il nostro partner principale, soprattutto per l’energia». Oggi, spiega, quell’equilibrio non esiste più. «La Russia, con la guerra in Ucraina, non può aiutarci. E con questa inflazione lo Stato cubano non ha i mezzi per pagare il petrolio». Il problema di fondo, osserva, è che Cuba oggi non ha un partner strategico capace di fornire energia o valuta in modo stabile. Senza un alleato di quel tipo, l’economia è costretta a funzionare con risorse interne che non bastano. Il risultato è una fragilità strutturale: centrali elettriche vecchie, blackout frequenti, costi altissimi. «Abbiamo otto-dieci centrali degli anni Ottanta che consumano tantissimo petrolio e si rompono continuamente», racconta.
In questo contesto entra in gioco una delle scommesse più inattese: le rinnovabili. Lo Stato e il settore privato stanno investendo nei pannelli solari, anche con la Cina. «Nel settore privato oggi puoi comprare batterie e pannelli, installarli e avere elettricità per 8-20 ore senza collegarti alla rete nazionale. Non è una soluzione immediata, ma è già una risposta».
L’altra partita cruciale è quella della valuta. «Il grande problema oggi è comprare dollari o euro in banca», spiega ancora Rodéris. «Gli imprenditori sono costretti al mercato nero». Per questo il governo ha annunciato un accordo con Cubamax, società cubano-americana con sede a Miami. «All’inizio sarà per gli imprenditori, poi per tutti. Comprare dollari a un tasso controllato cambia tutto: investimenti, macchine, sviluppo».
Alla fine, Cuba resta sospesa: senza il Venezuela, con una Russia distante, in conflitto politico con Washington ma legata economicamente al suo settore privato. «Questo è un momento storico», conclude Rodéris. «Per la prima volta il cubano che vive qui ha la possibilità di costruire un futuro senza aspettare un altro Venezuela o un’altra Russia. Non è facile, non è veloce, ma almeno oggi esiste una strada».
Questa transizione va letta, secondo lo storico Volpi, all’interno di un quadro multipolare in rapido consolidamento. «La Cina è già il secondo partner commerciale di Cuba dopo il Venezuela, ed è l’unico candidato credibile per sostituire il ruolo che Caracas non può più svolgere», spiega. L’isola, aggiunge, ha una «capacità di indebitamento pressoché esaurita» e ha bisogno di un grande finanziatore. Pechino potrebbe «acquistare una parte del debito cubano e rinegoziarlo a condizioni più favorevoli», aprendo la strada a un ingresso più strutturale nell’isola. Uno scenario che non sarebbe privo di conseguenze geopolitiche.
«Sarebbe un ulteriore elemento di tensione con gli Stati Uniti», avverte Volpi. Donald Trump, in particolare, ha già mostrato di voler riaffermare il controllo americano nell’area: «Ha fatto capire che il Golfo del Messico deve chiamarsi Golfo degli Stati Uniti». In questa visione, Cuba è «un ostacolo da superare». Sul piano energetico, osserva ancora Volpi, molti cubani stanno già passando al fotovoltaico acquistando pannelli solari dalla Cina. «Non sarà una transizione semplice», commenta, «ma è l’unica strada praticabile». Anche questa evoluzione, però, potrebbe alimentare nuove frizioni tra Washington e Pechino.