Rapporto Svimez 2019, Conte: “Lavoro è ormai emergenza nazionale”

L'intervento del presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla presentazione del Rapporto Svimez 2019

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 4 Nov. 2019 alle 15:02 Aggiornato il 4 Nov. 2019 alle 15:58
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Rapporto Svimez 2019, Conte: “Lavoro è ormai emergenza nazionale”

“Il lungo ciclo della crisi economica avversa ha acuito un sentimento di smarrimento presso le nostre comunità. Unito a un senso di declino percepito dai nostri giovani come inesorabile. Si sono diffusi sentimenti di sfiducia e rassegnazione. Anche i grafici illustrati che riguardano il sud ci dicono che questi sentimenti hanno un fondamento oggettivo e razionale. I dati macro economici e i dati analitici dimostrano che il tessuto sociale economico delle nostre comunità e in particolare del nostro Sud, sta soffrendo. E sta soffrendo da vari anni”.

Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla presentazione del Rapporto Svimez 2019 su economia e sviluppo nel Mezzogiorno.

Il premier ha commentato i dati diffusi dall’agenzia che raccontano un paese ancora in forte difficoltà.

Secondo il rapporto, nel 2018 il Pil del Mezzogiorno è ancora oltre 10 punti al di sotto dei livelli del 2008. A pesare nel 2018 soprattutto la stagnazione dei consumi alimentari privati. Con un evidenza del – 0,5% al sud.

Il premier ha analizzato i dati diffusi e ha sottolineato quanto la piaga della disoccupazione resti la principale preoccupazione del governo unita a un evidente calo demografico:

“Tra le più grandi criticità che stanno acuendo queste diseguaglianze registro con preoccupazione la crisi demografica acuita da una riduzione senza precedenti del tasso di natalità, l’aspetto forse più preoccupante, coniugato a una crescente migrazione verso l’estero e verso il nord del Paese”, ha proseguito Conte.

Dall’inizio del 2000 “hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti: la metà sono giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% circa si sono trasferiti all’estero”. E di questi, oltre 850 mila di loro non tornano più nel Mezzogiorno”, si legge infatti nel report Svimez.

Nel 2017, in presenza di un tendenziale rallentamento della ripresa economica, “si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 132 mila residenti, un quarto dei quali ha scelto un Paese estero come residenza, una quota decisamente più elevata che in passato, come più elevata risulta la quota dei laureati, un terzo del totale”

E sulla emigrazione il premier ha detto: “Tra il 2002 e il 2017 sono emigrate dalle regione del sud oltre 2 milioni di persone. Come risulta dal rapporto se procediamo con questo trend, il sud perderà 5 milioni di persone. A condizioni date, circa il 40% del Pil. La dinamica migratoria è sfavorevole e determinata dalla carenza di solide prospettive di lavoro.

La crisi dell’occupazione ha assunto il carattere di una vera emergenza nazionale e gli sforzi compiuti non hanno dato quelle prospettive per rimediare a questa emergenza”.

Alla presentazione è intervenuto anche il ministro per il Sud e la coesione territoriale, Peppe Provenzano.

“Il Rapporto è la radiografia di una frattura profonda, trascurata in decenni di disinvestimento pubblico nel Mezzogiorno che hanno prodotto, con la sofferenza sociale e l’arretramento produttivo nell’area, un indebolimento dell’Italia nello scenario europeo e la rottura dell’equilibrio demografico. Con l’Italia che si è fermata nei primi mesi del 2019, oggi la Svimez conferma quanto temevo poche settimane fa al mio insediamento, l’eredità pesante di un Sud entrato in recessione”.

“Ma queste analisi – prosegue – non devono indurre allo scoraggiamento, devono spingere a un impegno ancora maggiore che deve investire l’intero governo, a un’urgenza condivisa. Perché il Rapporto Svimez non è solo un grido di dolore, va letto per intero, indica politiche di cambiamento possibile e di rilancio dello sviluppo, nell’interesse dell’intero Paese”.

Le conclusioni cui arriva il Rapporto Svimez “confermano anche che abbiamo messo a fuoco le giuste priorità, già in questi primi atti di governo e nella legge di Bilancio che ha un corposo capitolo dedicato al Sud: dalla vera attuazione della clausola del 34% all’accelerazione della spesa dei fondi nazionali di coesione, dal sostegno all’industria che innova al rafforzamento della dotazione di servizi nei Comuni del Sud”.

“È inutile nasconderlo, nel Piano per il Sud, che è un Piano per l’Italia, ci ispireremo molto alle indicazioni della Svimez. Istruzione, Innovazione, Ambiente, Lavoro sono le priorità emerse in questo Rapporto. In particolare l’occupazione femminile, che ha bisogno non solo di un welfare capace di attivarla ma di un provvedimento shock sui cui sono al lavoro e che condividerò con gli altri ministri”, sottolinea.

Invertire le previsioni negative “si può, si deve, lo dice la stessa Svimez, non possiamo perdere altro tempo. Colmare i divari territoriali è la vera grande priorità dell’Italia, ciò su cui dovremmo concentrare tutte le nostre discussioni e i nostri sforzi”.

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Il rapporto Svimez: cosa è emerso

La crisi emigratoria

La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

Le persone che sono emigrate dal Mezzogiorno sono state oltre 2 milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, pari a 21.970). Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Nel solo 2017 sono andati via 132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70 mila unità.

La Svimez ha rilevato come la “nuova migrazione” sia figlia dei profondi cambiamenti intervenuti nella società meridionale, un’area che sta invecchiando e che non si dimostra in grado di trattenere la sua componente più giovane – appartenente alle fasce di età 25-29 anni e 30-34 anni – sia quella con un elevato grado di istruzione e formazione, sia coloro che hanno orientato la formazione verso le arti e i mestieri.

Nel 2017 gli appartenenti a queste due classi di età che lasciano definitivamente una regione del Sud ammontano rispettivamente, a 16 mila e a 12 mila unità.

Oltre il 68% dei cittadini italiani che nel 2017 ha lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro-Nord, aveva almeno un titolo di studio di secondo livello: diploma superiore il 37,1% e laurea il 30,1% (nel 2010 le quote risultavano rispettivamente pari al 38,7 e a 25,1%). La consistente perdita dei giovani laureati interessa tutte le regioni del Mezzogiorno e assume un rilevo maggiore in Basilicata e in Abruzzo, rispettivamente il 33,9% e il 35,0%.

Nelle altre regioni del Mezzogiorno la quota dei laureati che si trasferisce al Centro-Nord supera sempre il 30% con l’eccezione della Campania (29,1%) e della Sardegna (28%).

Il calo del Pil

Nel 2018 il Sud ha fatto registrare una crescita del Pil appena del +0,6%, rispetto al +1% del 2017, ancora oltre 10 punti al di sotto dei livelli del 2008; nel Centro-Nord mancano ancora 2,4 punti percentuali”.

Il dato che emerge è di “una ripresa debole, in cui peraltro si allargano i divari di sviluppo tra le aree del Paese. Con la significativa eccezione del 2015, anno segnato da fattori congiunturali positivi e dalla chiusura del ciclo dei fondi europei che ha determinato una modesta ripresa dell’investimento pubblico nell’area, anche nel 2016 e nel 2017 il gap di crescita del Mezzogiorno è stato ampio”.

“Uno dei lasciti negativi della crisi è l’ampliamento dei divari di competitività tra aree forti e deboli del Paese, a svantaggio di quest’ultime. Nel 2018 la produttività è stata stagnante in entrambe le aree, il prodotto per occupato è rimasto sostanzialmente invariato nell’industria e nei servizi, ed è calato in agricoltura.

Cosa aspettarsi

Cosa accadrà?

Le previsioni evidenziano ancora nel 2019 una riduzione del pilastro dello 0,2 %, una debole recessione nel mezzogiorno. Con sostanziale stagnazione. Leggera ripresa prevista per il 2020, ma a politiche invariate. Più debole nel sud.(La variabile è quella degli investimenti, se riuscissimo ad attivarli, ci potrebbero essere significativi cambiamenti). L’attivazione delle clausole iva avrebbero avuto un impatto pesante. E’ importante aver sterilizzato l’iva.

Se avessimo fatto scattare l’aumento dell’iva aumento di 4 decimi di punto in meno. Ossia ancora recessione nel 2020.

Dopo il 2014 c’è stata una ripresa degli investimenti privati. Industriali nel particolare. Contratti di sviluppo, legge santi, credito imposta sud: buon impatto.

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