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Home » Economia

Stipendi bassi, poco tempo libero, alienazione garantita: così il lavoro ci ha reso più tristi

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Credit: Christian Erfurt

Il sogno neoliberista sembrava destinato a estirpare la piaga dell’estraniazione. Che oggi invece ritorna più forte che mai sotto forma di mancato legame emotivo

Nel 1844, il filosofo tedesco Karl Marx scrisse i Manoscritti economico-filosofici, teorizzava il concetto di lavoro alienato pensando al lavoro degli operai nelle fabbriche. Secondo Marx, l’uomo si distingue dagli animali per la sua capacità di fare e creare in maniera consapevole e libera. Condizione che poco aveva a che fare, invece, con la realtà. Un operaio in fabbrica produce un oggetto estraneo, la merce che dà profitto al suo capo, alimentando il capitale finanziario e trasformando la propria attività in un mezzo di sopravvivenza che produce alienazione dagli altri uomini e alienazione rispetto a chi possiede il prodotto del suo lavoro.Il concetto di alienazione teorizzato quasi due secoli fa da Marx sembrava essere stato dimenticato. Come se il neoliberismo, con la sua retorica dell’essere imprenditori di sé stessi e sentirsi costantemente in competizione con gli altri al pari di un’impresa sul mercato, avesse davvero cancellato quel concetto che fino alla prima metà del Novecento aveva invece caratterizzato le forme e le norme capitalistiche di produzione e di organizzazione del lavoro. Tuttavia, negli ultimi anni, si è reso di nuovo necessario tornare a parlarne, perché si è compreso che i processi di modernizzazione non hanno interessato solo il mondo del lavoro, ma anche le forme di alienazione stessa. Oggi ci si sente alienati perché costretti alla disoccupazione, al precariato, alla discontinuità lavorativa o anche a un lavoro talmente professionalizzato da non rendere più possibile una distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita.

Si è ristretta la base operaia ed è cambiata l’organizzazione del lavoro in fabbrica, ma non vuol dire che non ci sia una classe operaia diversa. Basti pensare alle centinaia di rider che, in giro per le strade delle città, a colpi di pedalate sulle loro biciclette, si affannano per effettuare decine di consegne al giorno nel minor tempo possibile. Il lavoro automatizzato della catena di montaggio dei secoli scorsi si è messo indosso le maschere della libertà, dell’autonomia e dell’indipendenza, continuando a sfruttare operai nuovi convinti di cose che, in realtà, non esistono. Insieme alla retorica degli imprenditori di sé stessi, infatti, ci sono quelle della condivisione, del fare community sui social, del lavoro in smart-working, più flessibile perché svolto da casa. Gli scritti del giovane Marx sono più che mai attuali.Secondo Giorgio Fazio, ricercatore di Filosofia politica all’Università La Sapienza di Roma, «l’alienazione, riprendendo la rivisitazione di questo concetto della filosofa Rahel Jaeggi, è una relazione in assenza di relazione. Quindi, possiamo parlare di alienazione quando siamo in forme di rapporto con altri, da cui è venuta meno una forma di relazione compiuta e identificante». In altre parole, è come se una forza esterna impedisse al lavoratore contemporaneo di riconoscersi in ciò che fa, pur rimanendo attivo.

«Queste relazioni – infatti – sono sempre attivate da noi, dunque l’alienazione non indica una semplice eteronomia, come se fossimo solo impediti da un potere che esternamente ci vieta di fare qualcosa, è una forma di blocco delle nostre attività più sottile e molto più pervasiva», spiega Fazio, puntualizzando che si può essere alienati pur agendo, in apparenza, liberamente, ma senza mai sentirsi realizzati, perché non si agisce in piena autonomia.

L’inganno ideologico

Nonostante il lavoro degli operai nelle fabbriche non sia del tutto scomparso, oggi c’è stata una trasformazione del mondo del lavoro che, come spiega Fazio, ha fatto credere di aver allargato le possibilità di autonomia dei soggetti. «In realtà, non è avvenuto e, al contrario, ci troviamo davanti a forme nuove di alienazione.

Esistono, infatti, moltissimi lavori che sembrano offrire il massimo dell’autonomia ai dipendenti. Vengono richieste skills come l’inventiva, la creatività, la flessibilità, tutto ciò che è all’opposto di un lavoro monotono. Eppure, anche questi lavoratori «sono inseriti in forme di controllo e dominio forti, manchevoli di una vera autonomia rispetto a quelle che sono le scelte del fine ultimo del lavoro prodotto», dice Fazio. Si instaurano «nuove forme di relazione, che a volte sono molto più pervasive rispetto a quelle del passato, che intervengono nella sfera psicologica del soggetto, perché richiedono una mobilitazione di competenze che hanno delle ripercussioni profonde anche nella sfera personale emotiva», prosegue Fazio. È proprio per questo che negli ultimi anni si sente sempre di più parlare di casi di burnout sul lavoro, talvolta seguiti da suicidio: cambia il nome, ma non la sostanza. «Si tratta di nuove forme di alienazione. Bisogna avere la capacità di riconoscere le nuove forme di dominio e controllo presenti e molto più pervasive, per poi comprendere quando si arriva all’alienazione di sé», spiega il ricercatore. Per quanto, dunque, il mondo del lavoro sia sempre più smart, l’alienazione esiste e può avere risvolti drammatici se non si è in grado di riconoscerla in tempo.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha definito il burnout come «un fenomeno occupazionale, lavorativo, conseguenza di uno stress cronico e prolungato sul posto di lavoro». Si verifica quando ci si sente incapaci di soddisfare le costanti richieste esterne e può manifestarsi attraverso sintomi sia mentali che fisici, fino alla perdita dell’identità. «Il lavoro è un ambito di vita ed espressione, di impegno, dove ancora le persone proiettano la realizzazione di sé. Il lavoro riveste ancora un ruolo molto importante nella vita delle persone, sia perché obbligati a lavorare per vivere, sia perché è tuttora un mezzo per partecipare alla cooperazione sociale», dice Fazio.

Lavorando, infatti, ci si sente riconosciuti socialmente, si acquisisce un certo grado di esclusività nel mettere alla prova le proprie capacità. Il lavoro, nelle credenze socialmente condivise, porta a emanciparsi, a crescere e anche se, oggi, le persone riescono a realizzarsi anche in altri ambiti della propria vita, la sfera lavorativa continua a essere quella principale: «Le persone potrebbero accontentarsi di lavoretti e proiettare soddisfazione in altre sfere sociali, invece arrivano piuttosto a sentirsi alienate quando non si sentono realizzate a livello professionale. È un tema che va di pari passo con quello della ricerca della felicità e che ci chiede di avere un concetto di autonomia e libertà molto più profondo e complesso di quello che è diventato con il neoliberismo, che ha ridotto la libertà al fare o non fare ciò che si vuole», prosegue  Fazio, il quale, infine, afferma che «l’idea che il lavoro rende felici è solo il frutto di un broglio ideologico del neoliberismo che ha veicolato questo tipo di messaggi per fare gli interessi del grande capitale finanziario e basta».

Un lavoratore su tre è triste

L’Italia è ultima in Europa per percentuale di persone che si dichiarano “coinvolte” nel proprio lavoro: sono solo il 4 per cento. A rilevarlo è l’ultimo rapporto sullo “Stato globale del mondo del lavoro” pubblicato lo scorso 14 giugno da Gallup, società di ricerche di mercato indipendente che ha intervistato 230mila lavoratori in tutto il mondo. Siamo quindi al 38° posto, in fondo alla classifica, per “employee engagement”, coinvolgimento dei dipendenti sul lavoro. A livello globale, a questo pessimo risultato si avvicina solo il Giappone, con un 5 per cento, mentre la media è del 21 per cento.Ma cosa si intende con l’espressione “coinvolgimento dei dipendenti”? Si tratta di una definizione non semplice, che di solito «si riferisce a una combinazione di entusiasmo, senso di appartenenza, frequenza con cui si entra in uno stato di “flusso” di profonda concentrazione e trovare il proprio lavoro significativo e gratificante», spiega il Financial Times in un articolo di Sofia Smith, citando Constance Hadley, psicologa organizzativa e docente presso la Questrom School of Business della Boston University.

Il team Gallup ha sviluppato 12 domande, la Q12 di Gallup, che misurano il coinvolgimento in un modo più pratico e che ruotano intorno a tre grandi temi: le condizioni materiali sul posto di lavoro, le relazioni e la presenza di opportunità.  «Il coinvolgimento potrebbe non sembrare importante, ma i dipendenti altamente coinvolti in realtà contribuiscono direttamente a migliorare le prestazioni aziendali», si legge nell’articolo del Financial Times. «Le aziende con dipendenti impegnati registrano profitti superiori del 23 per cento rispetto alle aziende con dipendenti infelici, secondo uno studio del 2020 di Gallup, per non parlare di maggiore produttività, fedeltà dei clienti e fatturato superiore».

Al record negativo per l’Italia sul coinvolgimento dei dipendenti si aggiungono altri dati allarmanti: il 27 per cento dei lavoratori italiani – quasi uno su tre – ha dichiarato di aver provato un’intensa tristezza nella giornata lavorativa precedente. Peggio dell’Italia in questo dato solo Cipro, che arriva al 28 per cento. A sentirsi arrabbiato è invece solo il 16 per cento dei lavoratori italiani: il che ci porta al 21° posto in classifica. Insomma, gli italiani a lavoro si sentono tristi, ma non si arrabbiano, un quadro che trasmette un’estrema rassegnazione per la situazione in cui vivono. Non pensano nemmeno che la situazione possa migliorare in futuro. «Immagina una scala con gradini numerati da zero in basso a dieci in alto. Supponiamo che la parte superiore della scala rappresenti la migliore vita possibile per te, e il fondo della scala rappresenti la peggiore.

Su quale gradino della scala diresti di sentirti personalmente in questo momento?». Nella risposta a questa domanda, solo il 40 per cento delle persone sentono di andare nella direzione della prosperità, mentre il restante 60 per cento non vede possibili miglioramenti della propria condizione nel futuro. Questo colloca l’Italia al 28° posto in Europa, seguita da un gruppo di nazioni dell’est europeo.

Lo stress è dichiarato dal 49 per cento dei lavoratori italiani, che al 45 per cento si dichiarano anche preoccupati. Infine, l’Italia arriva per ultima anche in un’altra classifica, che stavolta riguarda il clima lavorativo. La domanda è la seguente: «Pensando alla situazione lavorativa nella città o nella zona in cui vivi oggi, diresti che ora è un buon momento o un brutto tempo per trovare un lavoro?». Ebbene, solo il 18 per cento degli italiani pensa che sia un frangente positivo. «Se i capi non prestano attenzione al benessere dei loro dipendenti, è probabile che vengano presi alla sprovvista dal burnout da parte di chi offre le migliori prestazioni e dagli alti tassi di abbandono», ha scritto Ryan Pendell, che si occupa di questi temi per Gallup, sulla Harvard Business Review. I suoi suggerimenti ai datori di lavoro sono tre: pensare al benessere dei dipendenti, raccogliere i dati sul loro benessere e, infine, rendere la cura dei dipendenti una parte permanente della propria cultura del lavoro.

Il fallimento non è individuale

Tanto tristi, ma poco arrabbiati. Perché? Secondo Fazio, i lavoratori in Italia fanno fatica a sentirsi parte di uno stesso sistema, che li condanna a una condizione di sfruttamento. «I fattori di identificazione collettiva sono altri e questo a causa delle trasformazioni del mondo del lavoro stesso», afferma.La più grande vittoria del neoliberismo è stata e continua a essere, infatti, quella di aver fatto credere a tutti che i fallimenti e i successi sono una questione strettamente individuale: «sia che si riesca a vincere sia che si fallisca, come di solito accade, è merito o, viceversa, demerito solo dell’individuo», prosegue il ricercatore, perché «c’è stato un racconto ideologico secondo cui responsabilità che affondano le proprie radici nelle logiche del profitto e della competizione, che regola i rapporti economici nel capitalismo, sono state trasformate in responsabilità individuali e dei lavoratori». Quel lavoratore su tre che avverte una profonda tristezza sul posto di lavoro, probabilmente, non si arrabbia perché non attribuisce la responsabilità della propria infelicità al luogo di lavoro stesso in cui si reca quotidianamente, ma a sé stesso, trasformando quello stato d’animo in una sorta di fallimento personale. «I lavoratori dovrebbero riconoscere delle connessioni fra lavori diversi, e quindi fare fronte comune contro i poteri forti, contro chi trae un vantaggio da questa situazione.

Se non accade è proprio perché non si vuole rinunciare al percorso individuale nel mondo del lavoro», precisa Fazio. Sul fatto che la situazione nel mondo del lavoro possa cambiare, Fazio si mostra indomito: «I cambiamenti che vanno nella direzione di allargare la sfera dei diritti e le forme di riconoscimento di autonomia, libertà, uguaglianza avverranno solo se ci saranno scelte politiche e movimenti sociali che spingeranno in quella direzione, non accadranno in modo automatico e l’abbiamo già visto negli ultimi decenni, con la rivoluzione informatica», afferma. Esperimenti, in questo senso, nel mondo del lavoro in corso ce ne sono, ma sono ancora pochi. Un esempio fra tutti, la settimana corta, che prevede una riduzione dei giorni lavorativi da cinque a quattro, mantenendo lo stesso stipendio.

Tra i primi Paesi ad averla attuata ci sono Scozia e Islanda, seguiti da Spagna, Regno Unito, Giappone e Belgio. In Italia, invece, al di là dello scontro politico sulla possibilità di mantenere lo smart working o lavorare in modalità mista (in ufficio e da casa), lavorare solo quattro giorni a settimana è un’opzione ancora lontana. Sono, infatti, poche le situazioni in cui è stata introdotta la settimana lavorativa corta, fatta eccezioni per piccole realtà. L’unico modo per ottenere un cambiamento effettivo, secondo Fazio, è quello di «creare fronti comuni contro il capitale finanziario e chi detiene le leve del potere».

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