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L’emergenza Coronavirus stravolge la battaglia per gli Eurobond: la strana alleanza contro la Germania

Il Coronavirus resuscita lo scontro sull'austerity. Una frizione che va avanti dalla crisi greca, tra due modi di vedere le cose: la dottrina Draghi da un lato e quella Schaeuble dall'altro, che trova spazio nella mossa di Lagarde. E oggi tra chi è pro e chi è contro gli eurobond ci sono delle alleanze completamente nuove

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 25 Mar. 2020 alle 19:42 Aggiornato il 25 Mar. 2020 alle 20:00
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Euro Credits: Ansa

Eurobond Coronavirus: chi sta con chi

È diventata una battaglia. Ormai ogni giorno viene lanciato da accademici, esponenti politici e governativi, un appello ad emettere degli Eurobond (cioè dei titoli di stato europei) per finanziare gli interventi necessari a fronteggiare la crisi del Coronavirus. Qualcuno li ha addirittura chiamati CoronaBond, l’avrete sentito. Sembrano in effetti essere la soluzione a tutti i mali della situazione attuale. Consentirebbero agli stati europei di reperire capitali per sostenere maggiori spese o minori entrate, senza indebitarsi direttamente. L’idea sembra geniale, ma tanti sono i punti in discussione.

Eurobond Coronavirus, chi sta con chi

“È necessario lavorare su uno strumento comune di debito, emesso da una istituzione europea, per raccogliere fondi sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati membri, assicurando un finanziamento stabile di lungo termine per le politiche necessarie contrastare i danni provocati dalla pandemia di Coronavirus”. È quanto chiedono in una lettera al presidente del consiglio europeo, Charles Michel, i nove capi di governo di Italia, Francia, Spagna, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia, in vista del vertice dei 27 che si terrà domani.

L’emergenza è dunque un punto di svolta economico? Per la prima volta nella storia dell’Ue paesi come il Belgio o il Lussemburgo si schierano per i titoli di stato in soccorso delle ferite economiche più gravi. Dal canto suo, la Bce sta esercitando una forte pressione affinché i governi dell’Eurozona lavorino per lanciare il Coronabond come segno di grande forza dell’unione monetaria. A resistere strenuamente in senso contrario sono invece Germania e “fronte del Nord”.

Perché stavolta si tratta di Bond diversi

Secondo l’agenzia Radiocor l’iniziativa di arrivare al vertice dei 27 il 26 marzo con una posizione comune è del premier Conte. Il ragionamento dei 9 leader si fonda sulla constatazione che la crisi attuale è un tipico shock asimmetrico che non chiama in causa la responsabilità dei singoli Stati visto che è stata importata e i cui devastanti effetti si scaricano su tutti. Niente a che vedere con le crisi finanziarie del passato. Ciò rafforza la convinzione che “siamo collettivamente responsabili di una effettiva e unita risposta europea”. Il Coronabond, è scritto nella lettera, “dovrebbe avere una dimensione sufficiente e una scadenza lunga per essere pienamente efficace ed evitare rischi allungamento delle scadenze adesso come in futuro”.

Il mercato dei bond sovrani europei è frammentato: ogni stato emette i suoi titoli in base alla strategia di finanziamento pubblicata annualmente. Questo fabbisogno in genere si scompone in nuove emissioni che rimpiazzano i bond in scadenza e – se necessario – nuove emissioni che finanziano un deficit di bilancio sui mercati. Ovviamente, la frammentazione del mercato e delle economie dell’Unione è evidente anche dal costo di rifinanziamento dei singoli emittenti: per esempio la Germania paga -0.4 per cento per un finanziamento a 10 anni, mentre l’Italia paga +1.65 per cento sulla stessa scadenza.

Eurobond Coronavirus, quali sono i nodi da sciogliere

Il dibattito su questo strumento è scattato nel 2011 in piena crisi dei debiti sovrani. L’Italia li ha invocati per prima ma ha incontrato lo stop dell’Ue e delle istituzioni internazionali. Ora un po’ tutti chiedono gli Eurobond. Perché, allora, non vengono ancora emessi? I motivi sono diversi:

1. Un problema è legato all’assenza di una unione a livello fiscale. Fino a oggi, la raccolta delle tasse e l’impiego delle risorse fiscali è a discrezione dei singoli paesi membri. Ogni ingerenza da parte di altri paesi o di Bruxelles viene vista come un affronto, quasi si trattasse di un atto bellico. Prova ne è lo stigma che fu in passato associato ai programmi di aiuto per la Grecia, la Spagna e il Portogallo. L’allora governo Berlusconi si oppose con fermezza all’ingresso della Trojka a Roma, come anche alla creazione di una bad bank per il sistema finanziario.

2. Un secondo problema è l’utilizzo regionale delle risorse che verrebbero create attraverso un Eurobond universale. Alcuni paesi potrebbero necessitare di un volume di investimenti sproporzionato, il che farebbe essenzialmente ricadere il costo netto del finanziamento su altri paesi. I contribuenti di questi ultimi potrebbero ragionevolmente chiedersi il perché. È quindi necessario un iter politico per arrivare a questa soluzione.

3. Per finire, l’annosa questione del risk-sharing, cioè la distribuzione dei costi nel malaugurato caso di dover assistere a un default sovrano piuttosto che a una ristrutturazione controllata del debito. Anche qui è ragionevole chiedersi perché un paese membro dovrebbe mettere mano nelle tasche dei suoi contribuenti per “salvare” le finanze di un altro paese. Magari di un paese che per decenni ha vissuto “a prestito”, con tassi di crescita del Pil talmente bassi da non poter garantire la sostenibilità del suo debito pubblico.

Nella lettera firmata anche dall’Italia viene indicato che “la pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock produce sulle economie europee”. Chissà quale fazione la spunterà, in questa guerra degli Eurobond.

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