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Home » Economia

“Ripensare il ruolo dello Stato è l’unica alternativa agli oligopoli dei nostri tempi”

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"In Europa e Usa c'è una deriva oligopolistica. E le privatizzazioni trainate dalla finanza hanno fatto disastri. Così la spesa sociale continua a crescere. Il problema è che i soldi non bastano. Che fare? Istituire imprese pubbliche che sfidino gli oligopolisti sul mercato. E coinvolgere le comunità locali nei processi decisionali. Si può fare. Ma l'Ue è nel panico di fronte alle sfide del presente. La sinistra? Abbia il coraggio di mettere la società al centro". Intervista al prof. Massimo Florio, autore de "Il Capitale contro lo Stato"

 

Massimo Florio, professore emerito di Scienza delle finanze all’Università di Milano, ha pubblicato per Feltrinelli Il Capitale contro lo Stato, un saggio sull’offensiva del capitalismo oligarchico contro le istituzioni pubbliche.

Professore, nel suo libro lei analizza il rapporto conflittuale tra capitale e Stato che ha caratterizzato, a fasi alterne, gli ultimi quattro decenni in Europa e negli Stati Uniti. Ma perché il mondo del capitale ce l’ha tanto con lo Stato?
«Innanzitutto va precisato che non è sempre stato così. All’inizio del Novecento e per tutto il “trentennio glorioso” venuto dopo il secondo dopoguerra abbiamo assistito a una co-evoluzione pacifica fra il tasso di crescita del Pil generato dal settore privato e il tasso di crescita della spesa pubblica. Quell’armonia si rompe tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, quando, una volta eletti, Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Reagan negli Stati Uniti vanno all’assalto dei fondamenti dello Stato sociale e dei meccanismi di programmazione e regolazione economica. Lì inizia una stagione di forte ostilità nei confronti del pubblico, benché la spesa pubblica vada comunque allargandosi. In seguito alla crisi del 2008 e alla pandemia di Covid-19 abbiamo registrato un “ritorno” dello Stato. Oggi, però, Donald Trump incarna una nuova rottura, molto virulenta».

Cosa c’è dietro questa ostilità ricorrente?
«Io ritengo ci sia una ragione più strutturale che ideologica. In altri termini, non credo che il periodo di co-evoluzione pacifica dipendesse dal prevalere di un’ideologia più socialdemocratica, così come non penso che la conflittualità successiva sia figlia di un’impostazione più reazionaria. Dobbiamo guardare semmai ai tassi di crescita del Pil generato dal settore privato: finché quella crescita era alta – dal 3 fino al 5% all’anno nelle economie capitalistiche più sviluppate – lo Stato sociale e il capitale riuscivano a convivere bene. Ma da quando i tassi di crescita si sono pressoché dimezzati, non c’è più la base fiscale per sostenere lo Stato sociale con la tassazione progressiva. È lì che nasce la frattura».

Oggi – lei scrive – questo conflitto è entrato in una nuova fase storica: quali sono i segnali più evidenti di questo cambiamento?
«Ci sono dei segnali di tipo simbolico: penso alla motosega di Javier Milei, brandita anche da Elon Musk, che rimanda all’idea del “fare a pezzi lo Stato”. Su un piano più sostanziale, il punto sta nel fatto che con la transizione demografica delle nostre società (molti meno giovani rispetto alla forza lavoro che va in pensione), con i tassi di interesse da pagare sul debito pregresso, con il rallentamento delle transazioni internazionali e con una situazione geopolitica sempre più complicata, la base fiscale non è più sufficiente a sostenere il livello di welfare a cui ci siamo abituati. Questo dicono tutti i modelli di previsione, dal Fondo Monetario Internazionale all’Ocse: per mantenere i livelli attuali di welfare, servirebbe aumentare la spesa pubblica di un valore compreso tra i 6 e gli 8 punti di Pil. Per un Paese come l’Italia, significherebbe spendere dai 120 ai 200 miliardi di euro all’anno in più. Il problema è che questi soldi non ci sono. E non ci sono anche perché gli ultra-ricchi hanno fatto chiaramente sapere che non sono minimamente disposti ad aumentare la loro contribuzione».

Sembra un paradosso, ma la spesa pubblica è cresciuta più del Pil anche durante la fase neoliberista.
«Sì, è così. Anche se trovo che l’espressione “neoliberismo” non sia aderente alla realtà dei fatti. Vede, il liberismo presuppone che vi sia una forte concorrenza tra le aziende, ma dalla fine degli anni Settanta il nostro sistema economico è andato in una direzione opposta, è diventato sempre più oligopolistico e quindi meno dinamico: in tutti i settori industriali – e sottolineo, tutti – nel corso degli ultimi venti/trent’anni la quota di mercato delle prime quattro imprese è fortemente cresciuta e in alcuni settori è addirittura raddoppiata».

Questo cosa ha comportato per lo Stato?
«In un sistema oligopolistico, le poche imprese che dominano il mercato non sono incentivate a espandere le quantità: badano principalmente a sfruttare la propria posizione dominante per aumentare i margini di profitto. A fronte di questo contesto, lo Stato è stato di fatto costretto a svolgere moltissime funzioni di supplenza: il risultato è che – nonostante i grandi annunci di taglio della spesa pubblica – in realtà, dati alla mano, oggi in Europa lo Stato gestisce più del 50% dell’economia. Persino negli Stati Uniti, che hanno un modello di Welfare State molto diverso dal nostro, da Reagan in poi la spesa pubblica è cresciuta. La grande differenza tra Stati Uniti ed Europa è che gli Usa, grazie anche alla forza del dollaro, hanno aumentato l’indebitamento pubblico in misura maggiore rispetto a noi, tanto che oggi il Governo federale deve pagare interessi sul debito che sono addirittura superiori alla spesa per il Pentagono: parliamo di qualcosa come 1.000 miliardi di dollari all’anno».

Eppure, nel frattempo, su entrambe le sponde dell’Atlantico le disuguaglianze sociali si sono allargate e l’industria si è contratta. Significa che la spesa pubblica è aumentata ma nel modo sbagliato?
«Lo Stato ha rincorso una situazione di crisi strutturale della dinamica del capitale, ma ha imboccato il sentiero sbagliato: quello delle privatizzazioni. Sono stati ceduti al settore privato – e in particolare al settore privato di tipo finanziario – beni pubblici che rappresentavano un’infrastruttura portante dell’economia. La retorica alla base di queste operazioni era che i privati li avrebbero gestiti meglio, invece il risultato è stato disastroso: i privati li hanno gestiti molto peggio e questo ha fatto scendere il rendimento complessivo del capitale nell’economia. In Italia abbiamo esempi in tal senso ormai riconosciuti da tutti, da Telecom Italia in giù».

E perché le privatizzazioni hanno fallito?
«Le racconto un episodio significativo. Qualche anno fa, mentre lavoravo a un mio precedente libro (The Great Divestiture, Mit Press), andai a Londra a intervistare i manager di una importante impresa che era stata privatizzata: chiesi a chi facesse capo la proprietà; loro mi guardarono spaesati e sul momento non mi seppero dare una risposta. Tempo dopo, mi fecero gentilmente avere la lista completa degli azionisti: si trattava in gran parte di fondi americani. Il punto è che con la stagione delle privatizzazioni il management pubblico è stato sostituito da opache burocrazie finanziarie. La finanza del nostro tempo non è una finanza di tipo imprenditoriale: è una finanza di accaparramento di rendite. Ed è questo che sta enormemente rallentando la dinamica del capitalismo stesso».

Quali sono le caratteristiche peculiari, oggi, dell’attacco del capitale nei confronti dello Stato?
«La deriva strutturale che ha preso il capitalismo è quella di un sistema oligopolistico, ma oggi i rischi sono amplificati rispetto ad esempio all’oligopolio dell’Oil&Gas di inizio Novecento. Gli oligopolisti dei nostri tempi – quelli del settore digitale – hanno una potenza di fuoco talmente penetrante che mira a rovesciare qualsiasi tentativo di regolamentazione: non vogliono che i governi interferiscano con i loro affari».

Per far fronte a una spesa sociale destinata a crescere ulteriormente, lei propone di spostare la base fiscale dalle tasse alla produzione pubblica di reddito, ad esempio attraverso l’istituzione di imprese a missione pubblica.
«Cercare di inseguire gli oligopolisti per tassarli rischia di essere una “impresa di Sisifo” perché questi soggetti hanno estrema facilità nello spostare i propri capitali da un Paese a un altro. È giusto cercare di regolamentarli e di tassarli, ma la strada è in salita. Sarebbe invece molto più semplice fare concorrenza a questi oligopolisti dando vita a infrastrutture pubbliche che li sfidino apertamente. In Italia abbiamo avuto degli ottimi esempi in questo senso: senza l’Eni di Enrico Mattei, saremmo stati ancora più “colonizzati” dall’oligopolio dell’Oil&Gas degli anni Cinquanta. Ma anche guardando al presente, avremmo tuttora le capacità manageriali e le basi strutturali per sfidare sul mercato le forze oligopolistiche: nel libro faccio una quindicina di esempi, dal settore dell’energia al digitale, dalle telecomunicazioni alla sanità, fino ai trasporti. Oggi in Europa ci sono molte imprese pubbliche che funzionano bene, generando reddito e occupazione. Non capisco perché dovremmo lasciare che gli oligopoli privati occupino tutto il campo».

Tuttavia la soluzione che lei propone sembra incontrare forti resistenze. Nell’aprile 2024, ad esempio, il Parlamento europeo ha bocciato la proposta di istituire un’infrastruttura pubblica europea per gestire le politiche relative a farmaci, vaccini e ricerca biomedica. Lei era stato tra gli ideatori di quella proposta.
«Insieme al Forum Disuguaglianze e Diversità e ad altri proponevamo di dar vita a una sorta di Cern della Salute: l’idea era che, così come abbiamo un’agenzia spaziale europea, potremmo avere anche un’agenzia europea per la ricerca e lo sviluppo di farmaci e vaccini, focalizzata soprattutto su certe patologie poco redditizie per il settore privato. Oltre 150 europarlamentari votarono a favore, ma – complice anche l’astensione di un altro centinaio di rappresentati – non si raggiunse la maggioranza necessaria. Contro la proposta ci furono forti pressioni da parte della lobby della farmaceutica».

Che differenza c’è la sua visione e il modello cinese?
«Quello cinese è il modello economico che negli ultimi decenni ha avuto il maggiore successo secondo praticamente tutti gli indicatori: dal tasso di crescita del Pil all’allungamento della speranza di vita alla nascita. Tecnicamente possiamo definirlo un capitalismo di Stato di tipo autoritario, ossia un sistema economico con meccanismi di accumulazione e investimento orientati al profitto ma in cui lo Stato – rappresentato dal Partito Comunista cinese – mantiene un controllo ferreo e autoritario: i privati che “sgarrano” vengono immediatamente richiamati all’ordine dal Governo».

Quello che lei auspica è invece uno «Stato post-capitalista» che abbia come paradigma l’«intelligenza sociale». Come funzionerebbe?
«L’impresa a partecipazione statale che abbiamo conosciuto in Occidente ha almeno un grande punto debole: la società non è sufficientemente coinvolta nella governance dell’impresa stessa. Io penso invece che, soprattutto in Europa, potremmo sperimentare una diversa modalità di governo delle infrastrutture e delle imprese pubbliche: una modalità che coinvolga molto di più le comunità nei sistemi di governo».

Tradotto?
«C’è una proposta del Forum Diseguaglianze e Diversità che mi pare vada nella direzione giusta: la proposta prevede che in queste grandi imprese pubbliche siano istituiti dei consigli dei lavoratori e della cittadinanza che possano dialogare con il management pubblico rappresentando le proprie proposte. Oggi le comunità locali sono tagliate fuori dai processi decisionali che le riguardano: se fossero ascoltate, invece, potrebbero canalizzare quella che io chiamo appunto l’intelligenza sociale, ossia la coscienza propria delle comunità rispetto al fatto che il “pubblico” è qualcosa che appartiene loro. Questa strada può ridare un senso alla democrazia in Europa. Se la democrazia diventa semplicemente votare ogni tot anni, ma non si traduce in un effettivo coinvolgimento, nel sentire come proprio l’apparato dello Stato, viene minato alla radice il senso stesso della democrazia».

Alla luce di tutte queste riflessioni, che giudizio dà delle politiche economiche dell’Unione europea negli ultimi vent’anni?
«Guardi, io sono un europeista convinto. Sono tra i pochi italiani ad aver più volte vinto la cattedra d’eccellenza Jean Monnet e ho una lunga storia di collaborazioni con la Commissione europea, con il Parlamento europeo e la Banca Europea degli Investimenti, quindi ho visto da vicino qual è il problema fondamentale».

E qual è?
«Il fatto che la burocrazia di Bruxelles è spaventata: da un lato, è catturata dagli interessi di lobby varie, dall’altro l’allargamento dell’Ue ha aumentato la paura. E negli ultimi anni la crisi energetica e dell’Ucraina hanno addirittura creato il panico. Oggi Ursula von der Leyen è l’espressione di questa risposta terrorizzata rispetto alle sfide del presente. Le istituzioni europee – non le sembri esagerata l’espressione – sono in preda al panico. E il panico non è un buon consigliere per progettare a lungo il futuro. Così il progetto europeo è venuto svuotandosi di un’autonoma capacità di progettare».

Lo Stato post-capitalista che lei auspica dovrebbe essere il faro dei partiti di sinistra?
«Quello che io propongo è il coraggio di ripensare il pubblico. Una sinistra che non ha il coraggio di ripensare il pubblico, ma che ritiene di poter sollecitare ai margini il capitalismo privato, ha perso ancora prima di iniziare a combattere. Il capitalismo privato oligopolistico è troppo forte per aver bisogno di partiti di sinistra moderata che un po’ regolano e un po’ lasciano fare. Serve una sinistra che faccia un discorso sul pubblico e sulla democrazia come modello radicato nella società. Il socialismo era mettere la società al centro, al contrario di Thatcher, che diceva “La società non esiste”. La sinistra dovrebbe dire “La società esiste e lo Stato, alleato con la società, è l’unica alternativa che abbiamo alla deriva oligopolistico-oligarchica del capitalismo contemporaneo”».

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