Il paradosso della generazione del denaro digitale
“Grazie alla tecnologia, oggi i ragazzi usano strumenti finanziari con grande facilità. Ma spesso non ne comprendono i meccanismi. Sull’educazione finanziaria c’è da fare di più. Dalla scuola alle famiglie”. Intervista a Igor Garzesi, dg di Banca Mediolanum
Pagano con lo smartphone, acquistano online, gestiscono carte e wallet digitali con una naturalezza che spesso sorprende gli stessi genitori. Per molti giovani della Generazione Z il denaro non passa più dal portafoglio, ma da uno schermo. Mai come oggi è stato così semplice effettuare un pagamento, trasferire una somma o sottoscrivere un servizio. Ma questa familiarità con gli strumenti digitali coincide davvero con una maggiore consapevolezza economica? I dati suggeriscono prudenza.
Secondo l’ultima indagine della Banca d’Italia sull’alfabetizzazione finanziaria dei giovani, solo il 35% degli italiani tra i 18 e i 34 anni risponde correttamente a domande su concetti fondamentali come inflazione, tasso di interesse e diversificazione del rischio. E le rilevazioni dell’Ocse mostrano come molti ragazzi fatichino ancora a tradurre queste conoscenze nelle scelte della vita quotidiana.
È il paradosso della nostra epoca: una generazione cresciuta nell’economia digitale utilizza strumenti finanziari sempre più evoluti senza possedere sempre gli strumenti culturali per comprenderne fino in fondo opportunità, rischi e conseguenze. Una sfida che riguarda non solo la scuola, ma anche famiglie, istituzioni, imprese e operatori finanziari. Ne abbiamo parlato con Igor Garzesi, direttore generale di Banca Mediolanum, convinto che l’educazione finanziaria non riguardi soltanto il denaro, ma la capacità delle persone di compiere scelte più consapevoli e costruire con maggiore libertà il proprio futuro.
I ragazzi sanno usare il denaro digitale meglio dei loro genitori. Ma siamo sicuri che sappiano anche comprenderlo?
«Per la prima volta nella storia stiamo osservando una generazione che usa strumenti finanziari con una naturalezza sorprendente, spesso superiore a quella di molti adulti. I ragazzi usano piattaforme di pagamento evolute e vengono esposti fin da giovanissimi a contenuti che parlano di investimenti, risparmio e mercati finanziari. Eppure, questa familiarità non coincide sempre con una reale comprensione dei meccanismi economici che stanno dietro agli strumenti che utilizzano. Questo è il grande paradosso del nostro tempo: abbiamo reso il denaro più accessibile, più veloce e più digitale, ma non necessariamente più comprensibile. Molti giovani usano strumenti sofisticati prima ancora di aver sviluppato pienamente alcuni concetti fondamentali come il valore del risparmio, il costo del credito, il rapporto tra rischio e rendimento o l’importanza della pianificazione. Credo che la vera sfida sia proprio qui. Non possiamo confondere la familiarità tecnologica con la competenza finanziaria. Sono due cose diverse. La prima riguarda la capacità di utilizzare una piattaforma o un’applicazione mentre la seconda riguarda la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie decisioni economiche. E questa capacità diventa sempre più importante in un mondo nel quale le scelte finanziarie accompagnano ogni fase della vita».
Quindi la tecnologia non sta automaticamente aumentando la consapevolezza finanziaria?
«La tecnologia rappresenta una straordinaria opportunità. Ha semplificato l’accesso ai servizi finanziari, ha ridotto molte barriere operative e ha contribuito a rendere più immediata la relazione con il denaro. Oggi possiamo effettuare un pagamento, trasferire una somma, richiedere un servizio o gestire i nostri risparmi in pochi secondi. Ma accesso e comprensione non sono sinonimi. In alcuni casi la tecnologia rischia persino di creare una sorta di illusione della competenza. Tutto appare semplice, intuitivo, fluido. Tuttavia, dietro quella semplicità continuano a esistere concetti che richiedono conoscenza e capacità di giudizio. Pensiamo, ad esempio, alla diffusione dei sistemi di pagamento rateale immediato, i cosiddetti Buy Now Pay Later. Dal punto di vista dell’esperienza utente tutto avviene in pochi istanti e con estrema facilità. Ma la semplicità del processo non elimina la necessità di comprendere gli impegni economici che si stanno assumendo. Lo stesso vale per gli investimenti online o per l’utilizzo di strumenti che consentono di accedere ai mercati finanziari con grande immediatezza. Oggi possiamo fare molte più cose rispetto al passato, e questa è una buona notizia. Ma proprio per questo dobbiamo essere ancora più preparati. Quanto più gli strumenti diventano facili da usare, tanto più cresce il valore della cultura finanziaria. L’innovazione tecnologica e l’educazione finanziaria non devono essere viste come alternative: devono procedere insieme».
Quanto è cambiato il rapporto con il denaro rispetto alle generazioni precedenti?
«Moltissimo. Per generazioni intere il denaro era qualcosa di concreto. Lo si vedeva, lo si toccava. La paghetta arrivava in contanti e ogni acquisto comportava la percezione immediata di una riduzione delle risorse disponibili. Esisteva un legame molto diretto tra il gesto della spesa e la consapevolezza del valore economico. Oggi quella dimensione materiale si è fortemente ridotta. Un acquisto si conclude con un clic, un pagamento si autorizza con un’impronta digitale, un abbonamento si rinnova automaticamente. È quello che spesso definiamo il fenomeno dei pagamenti invisibili. Un progresso straordinario sotto molti aspetti, che però ha modificato anche la nostra percezione del denaro. Quando il denaro diventa meno visibile, rischiano di diventare meno percepibili anche alcune conseguenze delle nostre scelte economiche. Oggi molti servizi vengono attivati con estrema semplicità e continuano a rinnovarsi automaticamente. Una comodità molto apprezzata che può rendere meno immediata la percezione della spesa complessiva nel tempo. Lo stesso vale per gli acquisti online sempre disponibili e per le numerose forme di consumo integrate nelle piattaforme digitali. Per questo credo che oggi la comprensione sia ancora più importante rispetto al passato. Se il denaro diventa invisibile, la conoscenza deve diventare più visibile».
Gli studi internazionali confermano questa percezione?
«Sì, e credo che sia un elemento da non sottovalutare. C’è però un dato che considero particolarmente interessante. I giovani che parlano con maggiore frequenza di denaro in famiglia e che sviluppano gradualmente forme di autonomia nella gestione delle proprie risorse tendono a ottenere risultati migliori in termini di alfabetizzazione finanziaria. Questo ci dice una cosa molto importante, che l’educazione finanziaria non nasce in un unico luogo. La famiglia rappresenta spesso il primo laboratorio nel quale si formano le abitudini economiche delle persone. È lì che si imparano concetti come il risparmio, la pianificazione, il valore delle scelte e la differenza tra un desiderio immediato e un obiettivo di lungo periodo. Anche semplici conversazioni sulla gestione delle spese quotidiane possono contribuire a costruire una maggiore consapevolezza. Naturalmente il contesto è cambiato. Oggi i giovani non apprendono soltanto dalla famiglia o dalla scuola. Sono costantemente esposti a contenuti economici e finanziari attraverso i social media. Quotidianamente incontrano influencer, commentatori, consigli sugli investimenti o promesse di guadagni facili. È un fenomeno che richiede ancora più spirito critico e capacità di valutazione».
Sta dicendo che la scuola non basta?
«L’educazione finanziaria è una responsabilità condivisa. Coinvolge le famiglie, il sistema educativo, le istituzioni, le imprese e naturalmente anche il settore finanziario. Ognuno può contribuire a creare un ecosistema nel quale le persone acquisiscano maggiore consapevolezza nel corso della vita. Perché il punto non è imparare qualche definizione economica. Il punto è sviluppare capacità di giudizio. È imparare a porsi le domande giuste prima di prendere una decisione, a valutare le conseguenze delle proprie scelte e a distinguere tra opportunità e rischio».