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“Noi, figli della politica che nulla decide e poi si volta dall’altra parte”: il comitato dei precari Alitalia a TPI

Il prossimo 21 novembre è la nuova deadline per la presentazione di un'offerta vincolante per Alitalia. Ma, al di là di come andranno a finire le trattative, quale sarà il destino dei lavoratori, soprattutto quelli in attesa di stabilizzazione? TPI ha intervistato Giancarlo Borriello, un ex dipendente membro del comitato precari della compagnia

Di Giulia Angeletti
Pubblicato il 18 Nov. 2019 alle 19:59 Aggiornato il 30 Nov. 2019 alle 16:39
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“Noi, figli della politica che nulla decide e poi si volta dall’altra parte”: il comitato dei precari Alitalia a TPI

“Vecchio carrozzone con le ali sulle spalle dei contribuenti” o “sanguisuga tutta italiana”. Sono solo due degli appellativi più utilizzati quando si parla di Alitalia, la maggiore compagnia aerea italiana attualmente in amministrazione straordinaria e in attesa di un nuovo proprietario che tenti un salvataggio di questa azienda che, di certo, ha bisogno di essere ristrutturata e non nuovamente maltrattata.

Dopo che alla aerolinea con il tricolore è stato infatti accordato un nuovo prestito ponte da parte dello Stato e dopo diverse proposte di acquisizione mai andate a buon fine, il prossimo 21 novembre è la nuova deadline per la presentazione di un’offerta vincolante per Alitalia. E se da una parte c’è la cordata composta da Ferrovie dello Stato, Atlantia, Delta Airlines e ministero dell’Economia, dall’altra ad essere interessati a rilevare Alitalia c’è Lufthansa. La compagnia tedesca guidata da Carsten Spohr, infatti, ha manifestato interesse nel dossier della dissestatissima compagnia italiana, ribadendo l’importanza di “un giusto partner commerciale” per far “tornare Alitalia una compagnia premium”.

Ma, al di là di come andranno a finire le trattative – ammesso e non concesso che andranno a finire in qualche modo – quale sarà il destino dei lavoratori di Alitalia, soprattutto quelli in attesa di stabilizzazione? Quale sarà il destino degli stagionali che “entrano ed escono di contratto” e a cui questi contratti di lavoro vengono rinnovati di volta in volta finché i vincoli legislativi non permettono più all’azienda di effettuare tali rinnovi, condannando del personale ormai formato e specializzato a un’uscita definitiva con conseguente disoccupazione? TPI ne ha parlato con Giancarlo Borriello, un ex dipendente della compagnia che, insieme a tanti altri, ha fatto parte del Comitato Precari 60 mesi, un comitato di lavoratori formatosi nel 2017, quando fece il suo ingresso nell’azienda la emiratina Ethiad Airways, la quale iniziò – fra le altre cose – a selezionare nuovo personale senza stabilizzare quei lavoratori che si avvicinavano al limite dei 60 mesi di rinnovi stagionali, oltre i quali non è possibile andare. Un comitato che è riuscito a ottenere attenzione e visibilità, arrivando ad incontrare rappresentanti politici e vertici aziendali al fine di far ascoltare quelle voci che anche i sindacati non erano riusciti a far arrivare a chi di dovere.

Giancarlo ci racconta di aver avuto dei colloqui con alcune personalità che, al tempo, correvano per le elezioni e che poi, una volta elette, si sono dimenticate di Alitalia. “Tra questi incontri non posso dimenticare quello con il signor Di Maio, che disse testuali parole: Siamo opposizione, mandateci al governo e tutto cambierà. Un po’ come l’Ilva, Alitalia è un’altra vittima di una classe dirigente che sta mandando al tracollo economico questo Paese”.

“I precari, comunque, hanno sempre avuto paura di fare parte del comitato, di metterci la faccia, motivo per cui anche nelle discussioni sui social network – il comitato ha una pagina Facebook che si chiama “Il precariato vi seppellirà” – in molti usavano uno pseudonimo. Anche il comitato, però, da parte sua faceva “paura” all’azienda. Abbiamo siglato un piano esuberi e i primi 5 di questa lista che facevano parte della dirigenza sono poi saltati, il che ci confermò che avevamo ragione. L’azienda ci ha dimostrato di avere paura quando ci ha permesso di incontrare la proprietà o i responsabili delle relazioni industriali”.

Come è finita la sua esperienza con Alitalia?

Dopo aver prestato servizio per 7 anni come lavoratore stagionale – che equivale a 50 mesi di rinnovi – non sono più stato chiamato dall’azienda. Perché bisogna dire ad alta voce che c’è una parte di personale precario, quello che ha iniziato a lavorare in Alitalia tra il 2008 e il 2010, che si è visto spostare ben quattro volte il limite legislativo di rinnovi stagionali per poi vedere, nell’ultimo accordo sindacale dei confederali, la consacrazione di una nuova figura, il “precario a tempo indeterminato”. Chi dunque si era fatto tra i 6 e gli 8 anni da precario e stava attendendo speranzoso una stabilizzazione, ha visto questo “sogno” infrangersi.

Il limite dei 60 mesi di stagionalità per un lavoratore è stato cancellato tramite un accordo in deroga dei sindacati confederali con la parte datoriale, quindi con l’azienda. In seguito a ciò sempre i sindacati hanno stilato delle liste – ovviamente non dichiarate – per far richiamare dall’azienda per primi i loro iscritti, come nel migliore esempio di “accattonaggio sindacale”.
Abbiamo assistito, infatti, a scene in cui delegati sindacali promettevano agli iscritti che avrebbero avuto molto presto la possibilità di essere richiamati in contratto, e infatti per molti lavoratori è stato così visto che i delegati avevano – e hanno – rapporti stretti con le risorse umane dell’azienda.

Di che sigle sindacali parliamo nello specifico?

Ad essersi distinti negativamente sono sia Cisl che Uil, che all’interno del bacino del personale di terra di Alitalia sono abbastanza forti. Ad ogni modo la questione legata alla stagionalità e ai suoi “limiti di tempo” è un qualcosa che è stato sperimentato solo in Alitalia, che è un’azienda dove è sempre stato possibile fare tutto. Non esistono altre realtà aziendali che hanno ottenuto attraverso i sindacati delle deroghe a leggi dello Stato. Ci sono stati centinaia di tavoli di crisi, ma la situazione si è trascinata, sempre identica, per anni, quando altre aziende di fronte a situazioni simili o meno gravi hanno dovuto chiudere i battenti. Poi per carità, un motivo c’è: Alitalia è un’azienda strategica, che serve al nostro Paese. Anche se tanti italiani questo non lo capiscono e sono sempre pronti a criticarla, Alitalia è una questione di interesse nazionale di assoluta rilevanza per la nostra economia.

Per come è stata gestita finora ci sono delle responsabilità politiche gravissime e non trovo giusto che, quando si parla di lavoratori Alitalia, si parli di “lavoratori privilegiati”. Piloti e hostess, come anche il personale di terra, fanno un lavoro particolare che deve essere riconosciuto, e che comunque viene riconosciuto nelle altre compagnie di linea. Se si mettono a confronto le buste paga di un dipendente Alitalia con uno Lufthansa o Air France è possibile vedere come lo stipendio per questi ultimi sia più alto. E questo è un fatto.

Ma nel caso in cui una soluzione per salvare Alitalia venga trovata anche questa volta, quante possibilità hanno i lavoratori precari di ottenere una stabilizzazione contrattuale? In poche parole, dato che ogni realtà che si propone per l’acquisizione – vedi Lufthansa o la cordata formata da Ferrovie dello Stato, Atlanta e Delta Airlines – ha intenzione di tagliare una grande fetta di personale e intervenire concretamente sugli esuberi, che fine faranno tutti quei lavoratori che prestano servizio per l’azienda da 40, 60 o 72 mesi?

In questo momento si sta attuando una sorta di preparazione alla ristrutturazione, innanzitutto stilando un piano esuberi. Ma quello di Lufthansa è il piano di un drastico ridimensionamento della compagnia e onestamente spero che i tedeschi pensino prima alle perdite di casa loro, visto che hanno dichiarato grandi perdite e annunciato 500 licenziamenti, ad esempio, in Austrian Airways, vettore da loro controllato.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Ad ogni modo la situazione è ormai talmente complicata che io onestamente non vedo lo spazio per delle stabilizzazioni del personale precario. Quello che può succedere nel futuro però è che i vecchi contratti di assunzione più “onerosi” vengano sostituiti da nuovi contratti part time, con il Jobs Act o le ultime riforme.

Ma se è solo un “gioco a perdere”, perché Lufthansa o altre realtà vorrebbero mettere le mani su Alitalia?

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Non è solo una questione di “marchio” o di “appeal commerciale”, perché c’è anche il discorso delle rotte e degli altri assets strategici. E poi l’Italia, per quanto riguarda il traffico aereo, è il settimo mercato al mondo, tra i più ricchi.

Chi si vuole prendere Alitalia, però, non si vuole prendere parallelamente la responsabilità di tagliare gli esuberi di personale. In questo senso Lufthansa non vuole sporcarsi le mani, perché un’operazione del genere si tradurrebbe poi, una volta acquisita l’azienda, in una scarsa presa sul personale; motivo per cui vorrebbe che questo “ingrato” compito, quello di tagliare, lo svolgessero Ferrovie dello Stato, Atlantia e Delta, per poi potersi prendere un’azienda già “sistemata” sotto questo profilo e pronta a produrre guadagni.

Anche Ethiad Airways, prima dell’ultimo commissariamento, aveva provato a ridurre i costi dell’azienda a scapito dei lavoratori…

Io sono tra quelli che hanno fortemente caldeggiato la “cacciata” di Ethiad che, lo sottoscrivo, è venuta qui e ha prodotto una bancarotta fraudolenta. In questo senso la Guardia di Finanza ha lasciato scappare i dirigenti responsabili dell’ennesimo dissesto finanziario di un’azienda già malridotta. Anche se ci sono delle indagini in corso, non sono sicuro che queste indagini permetteranno di arrivare fino in fondo alla verità o produrranno delle condanne, dato che Alitalia è un vaso di Pandora che nessuno vuole aprire.

Ma soprattutto un’azienda dove le varie classi dirigenti che si sono alternate hanno sempre fatto quello che volevano, utilizzando di volta in volta questa compagnia aerea come un ricco serbatoio di voti. Ricordo ad esempio anche Debora Serracchiani, che il comitato precari ha incontrato e che, ai tempi del “renzismo imperante”, ha tentato in tutti i modi di cavalcare l’onda dell’affaire Alitalia per trarne benefici.

In conclusione, lei pensa che ci siano speranze di una effettiva “risurrezione” per Alitalia?

L’appeal del brand Alitalia, nonostante tutto quello che ha visto e subito questa compagnia aerea, nel tempo è rimasto pressoché lo stesso. La gente sceglie di “volare Alitalia” ancora oggi perché anche nel confronto con altri competitor rimane una delle migliori compagnie aeree al mondo. Questo per quanto riguarda chi ci lavora, mentre la dirigenza è da radere al suolo. Completamente.

E anche se oggi si parla di piano di ristrutturazione sono ancora tanti i nodi da sciogliere. Si parla di data di scadenza per l’offerta vincolante, ma io penso che per le suddette ragioni si andrà ancora per le lunghe. Anche perché, parliamoci chiaro, nessuna forza politica, soprattutto prima delle elezioni, si vuole prendere la responsabilità di mettere le mani su Alitalia. Anzi, si può dire che per la politica l’Alitalia è sempre stata una vedova nera che “se la tocchi ti fai male”.

In conclusione secondo me Alitalia è non solo un’azienda che deve essere salvata, ma anche un’azienda che se messa nelle mani giuste può sia tornare a funzionare che essere quella che era nei fasti degli anni Ottanta. Un tempo Alitalia curava la manutenzione degli aerei Lufthansa e la compagnia tedesca non era certo ai livelli di quella italiana. Chi non conosce tutta la storia continuerà a pensare a questa azienda come a una “sanguisuga” e ad ignorarne l’importanza all’interno della storia della crescita economica di questo Paese.