Mister Alcott a TPI: “Le banche non danno soldi, Conte procede a tentoni. Così il lavoro muore”

Luca Telese ha intervistato Nunzio Colella, amministratore del gruppo Capri, che controlla anche il marchio Alcott: "In Cina i negozi hanno riaperto, qui si deve riaprire almeno al Sud. Facciano decidere noi, non i virologi. Serve lavoro, non sussidi"

Di Luca Telese
Pubblicato il 30 Apr. 2020 alle 07:45 Aggiornato il 30 Apr. 2020 alle 10:03
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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Alcott, Nunzio Colella a TPI: “Conte procede a tentoni. Così il lavoro muore”

Dottor Colella, come sta?

Questo paese è nei guai. Il rischio è enorme. Dobbiamo evitare di cadere nel baratro.

Ma come? Lei, imprenditore dell’anno, titolare di due catene nazionali come Alcott e Gutteridge è così drastico?

Lunedì ho sentito, ospite da Porro, lo strepitoso intervento di Renzo Rosso.

“Il signor Diesel”

Renzo è un amico, un gigante del nostro settore: ma era incazzato e preoccupato più di me.

E perché sentire Rosso l’ha confortata?

Mi sono detto: beh, allora non sono matto io!

Nunzio Colella, amministratore del gruppo Capri. Una delle tante multinazionali tascabili del nostro paese, che controlla i marchi Alcott (nel segmento medio) e Guttridge (nel segmento della sartoria per uomo) e le relative catene: 200 negozi del brand da un capo all’altro del paese (e anche in Europa). Sembrano lontanissime – oggi – le emozioni di quando un anno fa il a gruppo Capri saliva sul palco di piazza Affari (con famiglia e nipoti) tra i premiati de “l’imprenditore dell’anno”. Colella spiega perché questo crisi è già durissima anche per i gruppi molto forti, fa capire perché i finanziamenti non arrivano, e dice a Giuseppe Conte: “Ho tre proposte semplici e utili per semplificare le cose su affitti e crediti di imposta”. Il suo racconto dovrebbe essere recitato in Consiglio dei ministri.

Dottor Colella, ci spiega cosa sta provando?

È indescrivibile.

Cioè?

Tre giorni fa sono entrato nella mia azienda per la prima volta dopo lo scoppio della crisi. E…

E?

Beh, per la prima volta, nella mia vita professionale… che devo dirle? Mi sono messo a piangere.

Cosa è accaduto?

Nulla. Ho capito che vivere la Alcott in queste condizioni mi faceva così male perché non avevo mai visto l’azienda così. Non la riconoscevo. Non c’era vita.

Capisco.

No, temo che non si possa capire. Era come trovarsi davanti al cadavere di una persona cara.

Voi di Alcott l’anno scorso siete stati tra i premiati dell’imprenditore dell’anno.

Ho quattro figli, e tre già lavorano con me e con mia moglie. In questa azienda c’è il nostro lavoro di una vita.

Fino al Covid eravate una realtà forte, ricca e felice, uno dei gioielli nazionali.

Quest’anno avevamo prodotto una camicia innovativa, la “Travel”, senza bisogno di stiratura, in un tessuto pazzesco…. Neppure siamo riduciti a mandarla nei negozi!

Fino all’epidemia il vostro gruppo è un colosso.

Facevamo 250 milioni di euro di fatturato. Avevamo 1.500 dipendenti fra tempi determinati e indeterminati.

Perché usa l’imperfetto?

Perché i 500 determinati sono già scaduti. Oggi abbiamo ancora più di mille persone sulle spalle, e io non dormo la notte per il peso e la responsabilità di pagare gli stipendi in una crisi come questa.

Siete riusciti a farlo, però.

Abbiamo pagato fino al mese scorso, pagando normalmente. Abbiamo scaricato tutte le ferie, fatto ricorso a tutto. Ma adesso dobbiamo arrivare al passo più doloroso, per gente come noi, che parte dall’etica del lavoro, che ha fondato tutto sul valore del lavoro.

Quale?

La cassa.

Mi colpisce sentire questo sconforto in uno dei gruppi più forti del retail italiano.

E quale stato d’animo potrei avere? Da questo mese il 90% dei miei dipendenti andrá in cassa integrazione.

Quali?

Con Alcott e Gutteridge controlliamo oltre 200 negozi: molti sono nei centri commerciali. Finché non ci fanno riaprire, lo scenario è questo.

Mi dica il vostro principale problema?

L’ultimo in ordine di tempo, intende? Abbiamo cento milioni di euro di merci, l’intera collezione primavera estate chiusa negli scatoloni.

Un problema.

Un dramma. È merce totalmente invenduta, non è stata aperta una sola scatola. E sa cosa accade adesso?

Me lo racconti.

Dobbiamo immagazzinare tutta la collezione – salvo quel poco che riusciremo a usare se si apre a beve – per preparare lo spazio alla collezione inverno.

Quindi si raddoppia il bisogno degli spazi?

Esatto: ci servono di altri 40mila metri quadri, due milioni di euro solo per costi magazzino!

Anche se si riapre vi servirà comunque tutto questo spazio?

Sì, perché si accavallano estivo e invernale e io non ho un solo metro libero, oggi, nelle nostre strutture aziendali.

Ecco perché le lacrime.

Questo è un mestiere che si fonda sulle intuizioni, sull’innovazione, sul raccolto di quello che si semina. Perdere quello a cui hai lavorato per un anno è come subire una automutilazione.

Mi faccia degli esempi.

Quanti ne vuole… Avevamo puntato su un cotone egiziano straordinario, con dei colori nuovi: abiti di foggia sartoriale con tessuti innovativi e…

Era una scommessa?

Esatto: studio, lavoro, progettazione, ma non sapremo mai come avrebbero risposto i clienti.

Mi faccia un altro esempio.

Le camicie 100% lino. Avevamo immaginato una estate bella e colorata. Ce n’era persino una in tonalità rosso-cipolla…

Nulla da fare?

Tutto sommerso nei magazzini.

E cosa si potrebbe fare?

Ecco un esempio. Abbiamo chiesto in Spagna – abbiamo una mini catena anche lì – un milione e 200 mila euro di prestito per la prima emergenza.

Avete avuto problemi?

Scherza? In due giorni tutti i soldi erano già sul nostro conto corrente. Da non crederci. Zero burocrazia, zero condizioni: ci hanno accordato tutto quello che avevamo chiesto. Non un euro di meno.

Lei si aspettava lo stesso in Italia?

Mi aspettavo molto meno. Ma non è arrivato nemmeno quello.

Cosa serve oggi ad un gruppo come il suo?

Noi abbiamo dodici milioni di euro di costi al mese. Mi aspetto degli incentivi, delle iniziative. Per ora non vedo nulla.

Siete a rischio?

Noi siamo una azienda molto liquida. Ma se mi guardo intorno vedo tante aziende che conosco che già stanno portando i libri in tribunale.

Come lo spiega?

Bloccano i pagamenti a tutti. Chiudono il rubinetto. Ripeto, noi non abbiamo questa cultura: siamo ambiziosi, siamo presuntuosi. Ma nessuno può prescindere dal contesto che ha intorno e lo spirito che si respira è questo.

Quale?

Il peggiore. Ti può convenire più stare chiuso che essere aperto. E così ti metti nella condizione di spirito di non riaprire.

Mi spieghi il meccanismo.

Avevano appena fatto una stima di quello che avremmo perso se i negozi fossero stati chiusi fino al 4.

Quanto veniva?

Circa 25 milioni di euro. Ma se poi già si passa all’idea che i negozi riaprono il 18, e forse dopo, come si fa?

Quindi il problema non è solo avere una data.

Il problema è la prospettiva. La certezza. La sensazione che ci sia un piano serio in cui si stimano costi e benefici. Non possiamo permetterci improvvisazioni.

E invece?

Io valuto tutte queste comunicazioni contraddittorie e mi convinco che si proceda a tentoni. Molti virologi dicono: se si riapre il rischio è che i negozi restino chiusi. Forse questo dovrebbero farlo decidere a noi. Abbiamo delle stime abbastanza attendibili sui paesi asiatici dove è già accaduto, sappiamo che potremmo fare il 30% del fatturato.

Quindi lei dice: dateci la possibilità di combattere.

I miei amici in Cina questa possibilità l’hanno avuta. Il 30% non cambierebbe un quadro, ma sarebbe una boccata di ossigeno.

Metti in moto un processo.

Esatto. Tenere spento tutto significherebbe spegnere una vita di lavoro.

Per sempre.

Perché non si dice la verità? Noi addetti ai lavori sappiamo già che per i motivi che ho descritto molti non riapriranno.

Si può ancora impedire questo tracollo?

Bisogna evitare che la cosa più conveniente sia non riaprire. Dare il credito di imposta alle aziende.

Proviamo a fare altri esempi?

Io pago cinque milioni al mese di affitti. Mutui e leasing ce li hanno sospesi, ma anche questo non risolve nulla.

In che senso?

Perché se tu mi prolunghi un debito, ma io non ho soldi per pagare cosa cambia?

Ma i crediti delle banche perché non arrivano?

Noi abbiamo presentato richieste alle banche.

A quanto potevate aspirare?

Con il nostro fatturato dovremmo ottenere dalle banche 70 milioni di euro.

E perché usa il condizionale?

Perché al contrario di quello che le hi raccontato in Spagna, iniziano a porre ostacoli e condizioni.

Del tipo?

Chiedono un business plane dei prossimi due anni. Ma sono scemi?

Perché lei non riesce a farlo?

Ma certo che no! Non so quando apro, non so quando chiudo e se dovrò chiudere, e adesso mi metto a fare la stima del ricavi? Quali!

E voi siete una corazzata.

Noi siamo una azienda tripla A! Ma come fa uno che non ha i soldi in cassa!!

Prima del Covid e dopo, facciamo un altro esempio.

Noi pagavamo il denaro per i nostri ingenti investimenti allo 0,50. Mai richiesta una sola fideiussione. Fino a ieri.

E adesso?

Siamo alla follia. Adesso, che in teoria c’è la garanzia dello Stato, i soldi te li fanno sotto condizione e ce li fanno pagare al 2%! Ma siete ubriachi?

Come lo spiega?

Lo Stato sta prestando i soldi alle banche. Che fra l’altro sono già piene di soldi! E le banche non danno i soldi a chi ne ha bisogno.

Incredibile.

Io non voglio sussidi. Non voglio elemosine. Io voglio restare sul mercato per i prossimi 200 anni! Ma con 10 milioni di euro di costi fissi devo essere messo in condizione di tenere botta.

Facciamo un altro piccolo esempio.

Solo di Enel sono 130 mila euro al mese. Per non parlare di consulenze, servizi, certificazioni, sicurezza, aria condizionata, medici del lavoro, pulizie. Assistenza. Tutte spese che continuano a correre. Un altro numerino. 70mila euro solo alla Siae, per i costi della musica che trasmettiamo.

Facciamo una proposta.

Chiedo sommessamente: in Campania, in Sicilia, in Puglia, in Sardegna si può riaprire? Noi incassiamo 25 milioni di euro al mese. Il 30% di questa cifra ci permetterebbe di vivere.

E gli affitti?

Con 200 negozi retail paghiamo mal contati 5 milioni di euro al mese. Capisci perché la ruota deve tornare a girare?

Facciamo tre proposte.

Cancellino questa cosa ridicola dei business plan. Siccome nessun business plan può essere minimamente credibile in tempi così, perché mi devi chiedere di certificare una cosa falsa?

Un’altra.

Facciamo detrarre i canoni ai proprietari. A noi imprenditori non serve a nulla. Credito di imposta su cosa se il fatturato è zero?

Invece ai proprietari?

Siccome loro incassano, posso detrarre. Ovvio, non serve Einstein.

Terzo.

Noi abbiamo negozi in tutta Italia. Bisogna poter aprire, e speriamo mai – eventualmente chiudere, in modo diversificato.

Fontana dice: tenere chiusa la Lombardia e aprire gli altri crea una concorrenza sleale.

Io questa non l’ho proprio capita. Semmai è il contrario: con gli incassi del sud noi mettiamo in moto e sosteniamo anche il nord!

E la concorrenza sleale?

Ma chi è che se a Bergamo trova chiuso va a comprare un paio di jeans a Napoli? Viceversa, le aziende salvandosi dal fallimento sosterranno il rilancio nel Nord, appena possibile.

Ma lei è pronto?

Pronto? Ai primi di maggio abbiamo mandato i dipendenti in tutta Italia a sanificare, aprire, cambiare le vetrine.

E le protezioni?

Ci siamo procurati da soli i gel, le mascherine, addirittura gli elmi uguali a quelli dei chirurghi per le cassiere!

Ha altri desideri nella letterina ideale che stiamo scrivendo per Conte?

Non chiediamo che ci regalino soldi: non un euro. Ci serve solo ossigeno per respirare mentre l’Italia è in apnea.

E che altro?

Un abbattimento del costo del lavoro di almeno il 10% da dare ai dipendenti. Adesso il cuneo serve!

Per rilanciare l’economia?

Per creare ottimismo, speranza. Basta con i sussidi. Non spendiamo più in sussidi! Fate guadagnare le persone con il lavoro.

Lo dice in polemica con i redditi e casse?

Sì! Bisogna tornare a lavorare. Altrimenti il Covid sarà l’innesco di qualcosa di più grande e più greve.La guerra italiana fra garantiti e non garantiti ai tempi del Covid

Cosa?

Il rischio più terribile che vedo in queste folle crisi. Che questo sia il primo passo nel percorso che porta alla fine del lavoro.

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