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Home » Cultura

Sebastiano Caputo a TPI: “Con la letteratura racconto ciò che non posso con il giornalismo”

Immagine di copertina
Il giornalista Sebastiano Caputo. Foto per gentile concessione della casa editrice Paesi edizioni

Dal reportage alla narrativa, il giornalista racconta a TPI il suo primo romanzo "Daua"

Sebastiano Caputo ha attraversato, per lavoro, zone di guerra in Siria, Iraq, Afghanistan, Ucraina. Ma il suo lavoro di reporter in giro per il mondo non gli ha sempre permesso di raccontare tutto. «Il giornalismo insegue la notizia ma a me interessa il viaggio, l’avventura», racconta a TPI. Così per regalarci anche le sfumature, che spesso non trovano spazio sui giornali, si è rivolto alla letteratura con il suo primo romanzo “Daua”, descritto dall’autore come «un “grande gioco da tavola umano”, con regole, codici e rituali».
Com’è stato cimentarsi con il suo primo romanzo?
«Per un cronista è un esercizio straordinario, che permette di raccontare pezzi di avventura che nei reportage non possono trovare spazio per motivi di riservatezza e sicurezza, sia personali che delle proprie fonti. Attraverso le sfumature e gli escamotage narrativi, il romanzo consente di restituire al lettore il profumo e il senso di avventura e anche di pericolo del viaggio. È stato un lavoro lungo, che ha richiesto una gestazione di più di tre anni, però una volta cominciato è diventato tutto più facile».
Cosa permette la narrativa che la cronaca non consente?
«La forma narrativa è un’esperienza di scrittura completamente diversa per chi, come me, ha una formazione innanzitutto giornalistica. Per descrivere ciò che accade nel mondo su un quotidiano o una rivista, si cerca di riportare il maggior numero di dettagli possibile, dando sostanza al racconto. Quando ci si approccia al romanzo, invece, la prospettiva si capovolge per lasciare spazio innanzitutto all’immaginazione del lettore. Anche la forma assume importanza».
Il titolo “Daua” ricorre spesso nel testo. Cosa significa?
«Almeno una volta all’anno rileggo “Siddharta” di Hermann Hesse. Ho voluto scegliere un fiume come metafora dell’esistenza, dove l’acqua si fa viva e scorre come il tempo, richiamando l’unità del tutto, che regge il mondo con i suoi codici e i suoi riti. Daua scorre nel Corno d’Africa, tra Etiopia, Kenya e Somalia. L’ho scelto perché ha un nome dal sapore esotico e breve, come la mia saga preferita “Dune” di Frank Herbert. Ma questo concetto, nel romanzo, è evocato a tutte le latitudini, indipendentemente dai luoghi, dal Vaticano, a Baghdad, a Teheran, fino al deserto libico del Fezzan. È un po’ la matrice del romanzo, che muove lo spirito, il tempo, lo spazio e il destino dei personaggi».
Mantiene però sempre un alone di mistero perché non viene mai spiegato fino in fondo.
«Ogni lettore potrà trovare una propria spiegazione ma, come lo chiamava Julio Cortázar, è “il gioco del mondo”. Non a caso nel romanzo ricorrono spesso riferimenti alla teoria dei giochi, dal Grande Fratello VIP, un grande gioco da tavola su scala televisiva, al Backgammon, al Teorema di Bayes fino a Diplomacy. È un “grande gioco da tavola umano”, con regole, codici e rituali».
Nel libro, i personaggi attraversano diplomazia, intelligence, criminalità e religione come se fossero stanze comunicanti di un unico edificio. È questo il volto del potere?
«È il potere di “Daua”, capace di mettere insieme l’alto e il basso, l’Oriente e l’Occidente. Il suo linguaggio è parlato nei luoghi più insoliti, dai salotti aristocratici, ai night romani, fino alle peggiori bettole di periferia, che si trovano in ogni parte del mondo. Le storie, come la raccolta delle informazioni, avvengono nei posti dove meno te lo aspetti».

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