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Raimondo Rossi AKA Ray Morrison

Un umbro alla conquista di Los Angeles

Di Denisa Kucik
Pubblicato il 26 Ott. 2020 alle 16:26 Aggiornato il 26 Ott. 2020 alle 16:44
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Immagine di copertina

1) Nato a Perugia, ma cittadino adottivo di Los Angeles. Quando e perché hai deciso di seguire l’American Dream?
Los Angeles mi ha conquistato sin da subito. Essendo cresciuto a Perugia, un gioiello di piccole dimensioni, ho provato da sempre un’attrazione verso le città grandi e i paesi caldi. Soffrendo poi di una dermatite fastidiosa che reagisce negativamente all’umidità il mio corpo avverte la necessità di stare al caldo asciutto. La California in particolare mi ha colpito per la sua mentalità accogliente e aperta. Ci si può perdere e ritrovare più volte senza avvertire il peso degli sguardi altrui. Così, dopo il primo viaggio, ne è seguito un altro e un altro ancora, fino a quando le mie trasferte sono diventate più frequenti.

2) L’incontro con la persona giusta al momento giusto. Ci puoi raccontare il tuo?
In realtà non c’è stato un incontro che mi ha cambiato la vita. Credo invece che incontrare me stesso abbia fatto la differenza. Negli anni ho acquisito una maggiore consapevolezza delle mie capacità e dei miei interessi, e ho iniziato a seguirli. Devo ringraziare i fotografi di street style che a mia insaputa mi hanno inserito come icona di stile nelle varie riviste internazionali come GQ, Vogue o il New York Times. Parlo in modo specifico di Andrew Barber, Lee Oliveira e Jeroen van Rooijen. Vedermi pubblicato ha accresciuto il senso di fiducia verso il mio stesso gusto estetico.

3) Qualcosa che ti porti nella valigia e qualcosa che ti porti nel cuore di Perugia quando sei a L.A. e viceversa.
Ogni volta che vado a Los Angeles capisco quanto sia importante la tradizione italiana a partire dall’amore per il cibo di qualità, sano e gustoso. Devo ammettere però di avere anche delle paure. Mi spiego meglio. Sono cresciuto in Italia con l’idea che quando si ha qualche problema di salute sia necessario avere delle conoscenze negli ospedali per avere la certezza di essere seguito e curato nel migliore dei modi. Confesso che l’idea di poter stare male all’estero mi mette un po’ ansia nonostante basti una buona assicurazione. Ogni volta che rientro da Los Angeles mi porto invece dietro l’energia e la passione ad aprirmi a nuove conoscenze e a creare delle belle sinergie oltre ad un modo di agire più dinamico.

4) Ma… all roads lead to Rome… Ray Morrison e Roma… raccontaci qualcosa del tuo rapporto con la città eterna.
Amo Roma soprattutto di notte perché rivela un fascino incredibile. A parte i paesaggi, gli scorci, i dettagli che Roma offre, quando passeggio di notte e le strade e i vicoli son semideserti, avverto la sensazione di non essere mai solo. E’ come se le pietre per i camminamenti o le mura delle case intorno a me abbiano una storia da raccontare. È una città che mi scalda anche nel silenzio più straziante.

5) Hai dichiarato che non ti piace il lavoro di modello, sei passato quasi subito dall’altra parte della barricata. Cosa pensi di noi modelli? Senza censure.
Il lavoro di modello, in realtà, mi piace. Quello che non mi piace è l’uso strumentale che a volte i media, le case di moda e gli stessi fotografi fanno dei modelli. Un uso che stride con il mio modo di essere. Da parte mia cerco di dare risalto alle emozioni tanto che amo raccontare attraverso gli scatti quei dietro le quinte che normalmente il pubblico non può vedere. Mi ricordo che in un backstage di Prada avevo realizzato un reportage sulla storia di alcuni modelli che al termine della sfilata erano tornati nei loro paesi d’origine dove sarebbe iniziato il normale anno scolastico. E pensare che questi modelli sono diventati volti importanti per quel brand tanto da essere presenti nei negozi di tutto il mondo. Quando alcuni fa uno dei direttori di una maison romana mi chiese: “Ma tu cosa fai nel backstage di solito?” ed io risposi “Faccio ricerca emozionale” lui sorrise schernendomi. Sono contento che i miei ritratti di backstage e il mio punto di vista siano stati apprezzati anche all’estero, come in Cina o negli Stati Uniti, a dimostrazione che quel sorriso non ha avuto poi tanto peso.

6) Con quale top model hai lavorato? Puoi raccontarci qualche curiosità su di lei?
Ho incontrato alcune top model nei backstage delle sfilate. Di Gigi Hadid mi ha colpito la signorilità. Devo confessare che quando la vidi non l’avevo riconosciuta anche se avevo notato che rispetto alle altre modelle esprimeva una grazia particolare. Ho scambiato con lei due parole e mentre si cambiava le ho fatto qualche scatto. Una ragazza acqua e sapone, con i piedi per terra e senza la puzza sotto il naso. Ho avuto modo di incontrare invece in alcune occasioni Naomi Campbell ma non è stato proprio piacevole. Infatti cammina con passo deciso e rude atteggiandosi da diva. Ho sentito letteralmente il suo tacco sul mio alluce.

7) Sei un Pitti Peacock? Ci racconti qualche storia folle legata ai personaggi eccentrici che frequentano Firenze durante le settimane della moda maschile?
Non sono affatto un Pitti Peacock. Anzi devo ammettere che faccio il possibile nella moda così come in fotografia per abbattere gli stereotipi. Pitti ha senza dubbio un difetto. Infatti una parte degli utenti e visitatori manifestano una spiccata vena narcisistica tanto che il loro interesse sta nel farsi fotografare piuttosto che nel conoscere le tendenze di moda maschile. Personalmente ogni volta che vado preferisco variare passando da un elegante a un hip hop o a qualcosa di più destrutturato e di avanguardia. Sono dell’idea che la moda dovrebbe essere piacere e divertimento. Per questo mi sono ritagliato il mio spazio creando outfit non collegati alla moda del momento. Direi che vado più a Milano vestito da Pitti che a Firenze vestito da Pitti. Di folle a Pitti ricordo la gente accalcata nella speranza di farsi fotografare e la loro capacità di riuscire a stare ore sotto il sole cocente di giugno. Una vera pazzia.

8) Quanto il passato da matematico ti aiuta nella ricerca della bellezza e dell’armonia nel fashion? Penso alla sezione aurea, soprannominata la “divina proporzione”, e alla successione aurea di Fibonacci.
Hai davvero colto l’essenza di quello che mi porto dietro dalla matematica. L’armonia delle proporzioni, tipiche della sezione aurea, fanno parte sia della mia fotografia che dei miei lavori di styling. È per questo motivo che anche nei video o nelle fotografie prediligo modelli che rispettino i canoni classici. Il mio obiettivo nella fotografia è di esaltare ciò che si nasconde dietro ad un’immagine piuttosto che l’immagine stessa e nello styling invece i singoli capi che compongono l’outfit.

9) Ray Morrison e il post-lockdown. Vacanze? Progetti? Sogni nel cassetto?
Spero di partire presto perché tra una fastidiosa ernia alla schiena e il coronavirus è tanto tempo che non faccio viaggi. Ho un paio di progetti negli Stati Uniti a cui tengo particolarmente. Uno richiede la mia presenza in Book a Million, una catena di librerie americana. Dovrei poi far parte di un progetto per la moda maschile per The Sartorialist, precursore e inventore della fotografia street style moderna. Per quanto riguarda il mio sogno nel cassetto, mi piacerebbe potermi dividere con più regolarità tra Italia e Los Angeles in modo da trascorrere sei mesi da una parte e sei mesi dall’altra.

10) Non possiamo lasciarti andare senza che tu ci abbia rivelato i trend in fatto di moda. I do’s & don’ts per il prossimo autunno inverno? Un do e un don’t per donna e per uomo.
Anche nella moda la formula tutto torna funziona. Infatti, ciclicamente gli anni passati ritornano in voga. Il mio consiglio è di stimolare la creatività usando tutti i capi che si possono avere a disposizione, sia nel proprio armadio, sia in quello dei genitori o dei nonni. Ai ragazzi direi di abbandonare i cappelli da pescatore, ormai scontati, e i gioielli “trap” per tornare a visiere più voluminose e morbide. Per le ragazze, la stessa cosa. Tenderei ad uniformare per il daily outfit la moda donna-uomo. A proposito di moda femminile sono contrario ai vestiti floreali perché oscurano il viso. Di sera invece consiglierei di osare un po’ di più non solo nell’abbigliamento ma anche con gli accessori. Quello che davvero vorrei fosse un “do” sarebbe di potersi esprimere con i tagli e qualche colore, nei capelli o nelle barbe. E’ pur sempre un modo di giocare con la propria personalità ma anche un modo di reinventarsi.

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