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Home » Cronaca

Vladimir Luxuria a TPI: “Mi sento donna anche col pene”

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La paura dell’operazione finale e la decisione di non cambiare del tutto sesso, scegliendo di restare in uno spazio “terzo”. Il racconto dell’ex deputata e attivista

Quanto devi essere gay in Iran per essere condannato a morte? Se nel rapporto sei stato attivo (ovvero lo hai dato e non lo hai preso) te la cavi con un centinaio di frustate, se sei passivo e recidivo rischi la vita: la quarta volta che vieni colto in fallo (scusate il gioco di parole) potrai finire appeso al cappio se colui che ti stava sodomizzando dichiarerà che è stato costretto a farlo, un reato di stupro discutibile considerato il ruolo attivo dell’accusatore che così dicendo si prenderà qualche frustata in meno. Eppure, nella stessa nazione dove l’omosessualità passiva viene punita con la pena capitale esistono cliniche dove si può cambiare sesso: grazie a una fatwa dell’ayatollah Khomeini nel lontano 1964, quando era ancora in esilio, e diventata legge nel 1979, quando la rivoluzione islamica giunse al potere.
Uno si chiede perché gay passivo no e trans sì? Ci sono tre spiegazioni: 1) secondo gli sciiti (a differenza dei sunniti) ciò che non è espressamente condannato dal Corano (come l’omosessualità) non è da punire, infatti nel testo sacro non si fa mai menzione della transessualità. 2) Molte persone trans arabe (e non solo) vanno in queste cliniche pagando per l’operazione fino a 6.000 euro, cifra ragguardevole per l’economia del Paese: solo le cittadine iraniane hanno uno sconto di circa il 25 per cento. 3) Se una persona nata maschio si sente donna la operiamo così viene ristabilito l’ordine, una volta “vaginata” potrà sposarsi e sebbene non sarà in grado di partorire potrà crescere e sentirsi madre dei figli delle altre donne che il suo stesso marito sposerà.
Il sistema binario è ristabilito, l’ordine è assicurato: ma in campo sessuale non si fa ordine come quando si fanno le grandi pulizie in casa e ogni oggetto è lucido, nella sua giusta posizione e tutto ciò che resta fuori dalla “riattribuzione genitale” continua a essere discriminato, escluso, punito. Quante persone anche in Italia si sono operate nel passato per poter ottenere documenti al femminile, un’esistenza più tranquilla, la speranza di ottenere un posto nel mondo nel lavoro e nella società. Le persone transgender da tempo si sono riappropriate di quel concetto di autodeterminazione così caro al movimento femminista: “Il corpo è mio e decido io”. Non mi faccio la fica per assecondare il sistema, ma perché la voglio io. Così come chi (ed è il mio caso) può decidere di cambiare i tratti sessuali secondari ma mantenere il pene, oppure ancora non modificare nulla ma rivendicare la propria femminilità percepita o addirittura non volere essere né l’uno né l’altra o essere entrambi. Ecco perché “transgender” è parola più complessa e inclusiva rispetto al termine “transessuale” che nonostante non sia offensivo o inesatto riduce l’identità di genere meramente alla carne, al corpo ignorando ciò che è “genere”: ciò che sentiamo e sappiamo di essere attraverso l’abbigliamento, il comportamento, la voce. In altre parole non esiste solo il “maschio” e la “femmina” e quelli che deragliano da riportare sul giusto binario attraverso il cambio totale del sesso. Esistono anche tante altre realtà. Altro che “tertium non datur” qui esiste un quarto, un quinto, un decimo… Esistono tanti modi di essere transgender.
Le nuove generazioni trans si stanno dirigendo verso la fluidità di genere, il no-binary o gender-free e tante altre definizioni che riassumeremo con l’acronimo NB. Non sono né uomo né donna e sono uomo e donna: mentre io ho fatto una battaglia per poter essere definita “donna trans” e declinata al femminile la “new no-binary transgeneration” lascia libertà di scelta oppure il plurale, o ancora la “non definizione” con la “u” (buongiorno a tuttu, sono molto bravu, sono andatu a casa) e nello scritto con l’adozione dello “schwa”, la /ə/ capovolta che sostituisce le declinazioni maschili e femminili soprattutto nelle lingue neolatine dove più parole sono sessualizzate rispetto alle lingue anglosassoni. In sempre più luoghi aperti al pubblico a Londra o a San Francisco (da dove sono appena rientrata) ognuno può decidere di essere “he”, “she” o “they”, ovvero “lui”, “lei” o “loro” anche se non si è sottoposto a cambiamenti dei caratteri sessuali, primari o secondari. Così scopro di avere anche io un carattere “gender fluid” visto che sebbene mi faccia declinare al femminile ho conservato il mio nome di battesimo maschile: Vladimir, solo perché mi piace il suono (Vladimira è cacofonico) e perché in russo vuol dire “la potenza della pace”, una definizione così bella da essere universale e “agender”.
Molto frequenti anche i wc all-gender, senza quella segregazione urinaria tanto cara all’onorevole Gardini quando tentò di cacciarmi dalla toilette femminile con l’unico risultato di aver costretto i questori per tutto il clamore suscitato di esprimersi favorevolmente sull’uso dei bagni in base alla propria identità di genere.
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