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Erdogan rimanda i profughi in Siria e se ne frega degli accordi: signori, ecco a voi l’orrore del sovranismo

Il commento di Giulio Cavalli

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 21 Ago. 2019 alle 15:48 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:21
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Se qualcuno ha ancora bisogno di rendersi conto che sovranismo è la parola usata da alcuni Paesi europei per sdoganare l’egoismo internazionale, allora vale la pena andare dalle parti della Turchia dove il presidente Recep Tayyip Erdogan (l’amichetto con cui Salvini chiacchierava amorevolmente nel cuore di Milano, per intendersi) ha deciso di fregarsene degli accordi presi con l’Europa (e dei 20 miliardi che ha intascato) e ora sta rimandando a casa i profughi siriani convinto che la guerra in Siria sia ormai conclusa (falso) e che i profughi debbano darsi da fare “per riappacificare e ricostruire il proprio Paese”.

In un rapporto datato 26 luglio la Ong Human Rights Watch ha accusato il governo di Ankara di avere costretto i profughi a firmare moduli di rimpatrio volontario e di “averli scaricati in una zona di guerra”.

Il governo di Erdogan ha ovviamente negato, ma che ci sia stato un evidente cambiamento di rotta (anche dopo la batosta elettorale presa da Erdogan alle elezioni amministrative di Istanbul) è evidente anche nella nuova narrazione filogovernativa che vede proprio negli immigrati la principale causa del malcontento generale.

Eppure ancora una volta gli immigrati sono solo lo scudo dietro cui nascondere le pessime politiche economiche turche e il braccio di ferro che Erdogan da tempo sta portando avanti con l’Europa per ottenere l’esenzione del visto d’ingresso nei Paesi UE per i cittadini turchi.

A questo si aggiunge l’interessamento di Ankara per il gas al largo di Cipro che Bruxelles invece preferirebbe non regalare a Erdogan. È del 22 luglio scorso l’annuncio del ministro degli Esteri turco Çavusoglu della sospensione dell’accordo sui migranti con l’Europa rinunciando alla tranche di 6 miliardi di euro per continuare a bloccare la rotta balcanica dei profughi.

A farne le spese, come al solito, sono i poveri disperati (definiti “illegali” dal governo Erdogan) che in Siria sono stati ammassati a migliaia nei campi profughi al confine in attesta di essere trasferiti a Idlib, rastrellati nel Paese (come riporta l’Asia Times) con metodi poco democratici.

Del resto la Turchia (come la Libia) ha usato le migrazioni come arma di ricatto nei confronti dell’Europa fin dall’inizio, aprendo e chiudendo i rubinetti per esercitare pressioni politiche alla bisogna. E chissà se la lezione turca servirà per capire che i sovranisti, come dice la parola stessa, sono i peggiori alleati che si potrebbero trovare in giro.