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Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, voti comprati, concorsi truccati: ecco l’inchiesta che scuote la Puglia

Immagine di copertina
Credit: Gaetano Lo Porto - AGF

Altro che Eldorado d'Italia: ecco perché l’ultima indagine della procura di Lecce è solo la punta dell’iceberg

È il 6 giugno del 2020 e negli uffici della Toma Srl, un’azienda specializzata nell’estrusione di profilati in alluminio che opera nel settore della metallurgia, il proprietario Salvatore Ruggieri, allora assessore al welfare della Regione Puglia, già deputato e senatore Udc un decennio prima, spiega come truccare un concorso pubblico.

Siamo a Muro Leccese, un comune poco più di 4mila anime che si estende verso sud all’interno del così detto basso Salento, lasciandosi alle spalle il capoluogo, Lecce, e Maglie, che da queste parti coincide con il feudo dell’ex governatore Raffaele Fitto; è da qui, infatti, che nel 1990 l’ex ministro berlusconiano aveva cominciato la sua scalata in politica, diventando a soli 21 anni consigliere regionale, succedendo al padre, Salvatore, ultimo presidente Dc della Regione. Trent’anni dopo e con diversi scranni di potere conquistati -l’ultimo da europarlamentare con quasi 100mila preferenze – Fitto nel maggio del 2020 ritorna a Maglie, alla “casa del padre”, per candidarsi al governo della Regione, ma viene sconfitto dal governatore uscente, Michele Emiliano.

Ecco, si deve partire da questo contesto politico-territoriale di tipo familistico se si vogliono comprendere fino in fondo i motivi che hanno portato qualche giorno fa la procura di Lecce a mettere in stato di accusa alcuni dei vertici della politica e delle amministrazioni locali. Ipotizzando reati che vanno dalla corruzione al voto di scambio, dal traffico di influenze al falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici. Sono venti finora gli indagati in una “inchiesta terremoto” che ha portato subito dopo gli arresti alle dimissioni del funzionario al vertice della Asl di Lecce, Rodolfo Rollo, tirato in ballo nella vicenda e sotto accusa per l’assunzione del figlio ingegnere.

Candidato muto

Tornando alla mattina del 6 giugno del 2020, l’allora assessore regionale al welfare, Salvatore Ruggieri, parla davanti alla sua interlocutrice, Francesca Bracciale, assessore nel comune di Squinzano, e dice – riferendosi al marito di lei – Vittorio Capone: «Mi ha fatto fare un casino, guarda, non ha detto una parola, porco giuda». Capone è un geometra che aveva sostenuto qualche settimana prima la prova di selezione per un incarico di lavoro presso il consorzio di bonifica e irrigazione Ugento-Li Foggi, uno di quei carrozzoni della burocrazia regionale buoni soltanto ad accumulare incarichi, clientele, e debiti. A gennaio di quest’anno, infatti, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, nel presentare il bilancio dell’ente, aveva stimato in 233 milioni di euro i passivi accumulati negli ultimi dieci anni dai quattro consorzi esistenti. E per tutta risposta ne aveva tagliato in parte i fondi, scatenando per questo le proteste delle organizzazioni dei produttori agricoli, Coldiretti in testa. Nel frattempo, come ha denunciato la Cisl nel maggio scorso, gli agricoltori pugliesi si erano visti inondare le cassette postali dalle cartelle di pagamento inviate dai Consorzi di Bonifica; questo dopo che prima l’epidemia di xylella e poi gli incendi della scorsa estate avevano trasformato il Salento agricolo in un deserto produttivo: gli esperti hanno stimato che oltre 160mila ettari di campagne sono state abbandonate.

Per aiutare il geometra Vittorio Capone a superare il concorso, nonostante «non avesse detto una parola», si sono mossi invece in molti. Dall’ex assessore regionale al Welfare, appunto, a due commissari succedutisi nell’incarico all’interno dello stesso consorzio regionale. «Abbiamo trovato il sistema per farlo arrivare lì», rassicura l’ex senatore Salvatore Ruggieri, intercettato dalla Guardia di finanza mentre nell’ufficio della sua azienda di alluminio incontra il vice-sindaco del Comune di Squinzano, Cosimo Lucio Longo, il vice-presidente del Consiglio Comunale, Giovanni De Nitto, e la stessa assessora-moglie del geometra Capone, Francesca Bracciale.

I riflettori dell’antimafia

I tre amministratori comunali di Squinzano non sono indagati nell’inchiesta della procura di Lecce che qualche giorno fa ha coinvolto, invece, tra gli altri, il sindaco del Comune di Otranto, Pierpaolo Cariddi, a cui è stato notificato un divieto di dimora, e il primo cittadino del Comune di Scorrano, sempre nel leccese, Mario Pendinelli, oltre che una decina di altri funzionari pubblici e un ex consigliere regionale Udc, Mario Romano, per cui sono stati disposti gli arresti domiciliari, insieme al figlio, Massimiliano che è consigliere comunale a Matino, ed assessore ai Lavori pubblici della Provincia di Lecce.

Ma sul Comune di Squinzano ormai da qualche tempo si è catapultata l’attenzione della Direzione investigativa antimafia. Come si legge nell’ultimo report relativo al 2021: «Gli elementi informativi e gli accertamenti eseguiti dalla Dia hanno messo in luce la sussistenza di concreti, univoci e rilevanti elementi in ordine a collegamenti diretti e indiretti degli amministratori locali con esponenti della locale criminalità organizzata riferibili ai sodalizi De Tommasi e Pellegrino, storici clan della sacra corona unita». E ancora, scrivono i detective che «nell’intera area salentina vi è un andamento mafioso che abbandonando i tratti predatori e militari, ha lasciato spazio a profili di impresa politico-criminale tendenti a ricoprire piena titolarità nei mercati». Gli investigatori hanno lanciato inoltre l’allarme sulla rete di intrecci e complicità tra «soggetti eterogenei per interessi, ruoli e competenze», che consentono alle famiglie della Scu di permeare in silenzio il tessuto economico e amministrativo. La prova – secondo la Dia – sono le numerose interdittive disposte dalla prefettura e gli scioglimenti dei consigli comunali avvenuti negli ultimi cinque anni. Sette nella sola provincia di Lecce.

Il Comune di Squinzano è dunque soltanto uno degli ultimi di una serie di comuni sciolti per infiltrazioni delle organizzazioni mafiose dal 2017 a oggi nella provincia. Qui il 15 febbraio del 2021 era stata nominata dalla prefettura di Lecce la commissione d’accesso straordinaria per la gestione dell’ente; esattamente un anno dopo è arrivata la decisione da parte del ministro degli Interni che ne ha disposto lo scioglimento. Perché gli investigatori avevano rappresentato anomalie in diversi ambiti: dall’assegnazione delle case popolari a quella dei contributi socio assistenziali, ma non soltanto. Anche nel settore degli appalti comunali per le pulizie del cimitero, e per la gestione delle strutture sportive.

Già nel 2015 la locale prefettura aveva richiesto il provvedimento di scioglimento, ma l’allora ministro Angelino Alfano si era opposto. Prima di Squinzano ci sono stati Carmiano, Neviano, Parabita, Sogliano Cavour, Surbo, Scorrano: più di un Comune ogni anno sciolto per mafia dal 2017 in poi, nel Salento considerato l’Eldorado d’Italia.

Nella Puglia culturalmente progressista in cui negli ultimi vent’anni si sono affermati e poi “spatriati” due Premi Strega, Mario Desiati e Nicola La Gioia, e un altro Premio Strega mancato come Alessandro Leogrande, scomparso troppo presto, nel solo 2021 sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose cinque comuni, tra cui un capoluogo di provincia, Foggia. E permangono, soprattutto, gravi elementi di familismo amorale nella gestione della cosa pubblica.

Chi racconta finisce male

Nel frattempo, in provincia di Lecce, chi prova ad illuminare e raccontare le zone d’ombra che esistono al confine tra amministrazioni locali e organizzazioni criminali, subisce un vero e proprio calvario. È il caso della giornalista Marilù Mastrogiovanni, già direttrice del quotidiano Il tacco d’Italia, che qualche giorno fa ha raccontato la sua storia dalle colonne del sito della Fnsi, la Federazione nazionale della stampa italiana. Così: «Sono stata querelata diverse volte, alcuni procedimenti archiviati, il giornale sequestrato e poi dissequestrato, un processo da cui sono uscita assolta con formula piena. E ora, per gli stessi fatti e per la stessa inchiesta giornalistica, sono in piedi altri tre processi», ha scritto Mastrogiovanni. Si riferiva alle denunce per diffamazione ricevute da amministratori del Comune di Casarano, più volte chiamati in causa nelle indagini della magistratura, e descritti da un pentito della sacra corona unita «come amici nostri». Fatti e personaggi di cui la giornalista ha scritto tanto, negli ultimi anni. Nonostante le gravi minacce e le tante querele.

«Non dovevo scrivere che gli inquirenti, i Carabinieri, avevano scritto un’informativa, a seguito di attività di intercettazioni telefoniche e ambientali, in cui lanciavano un allarme perché l’intero tessuto sociale del basso Salento era fortemente infiltrato dai clan, attraverso una vasta operazione di consenso sociale, portata avanti anche grazie alle amicizie con politici, imprenditori, esponenti delle associazioni culturali?», si sfoga Marilù Mastrogiovanni.

Fabiana Pacella invece è una giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno. Finora Pacella ha subito otto querele, tutte archiviate, e ha un doppio procedimento tuttora in corso, a Roma e Milano, per essersi occupata, in particolare, degli affari che ruotano attorno al Comune di Carmiano, che si trova, manco a dirlo, in provincia di Lecce. In particolare, la giornalista è finita nel mirino per avere scritto delle vicende giudiziarie che hanno riguardato l’ex sindaco Giancarlo Mazzotta, uomo politico imputato di estorsione aggravata dal metodo mafioso e che siede ancora oggi tra i banchi del consiglio comunale. E per cui la procura di Lecce, di recente, ha chiesto anche un altro processo, insieme al figlio Paride che è consigliere regionale ed è il coordinatore provinciale di Forza Italia. A loro carico sono ipotizzati i reati di autoriciclaggio, evasione fiscale, truffa ai danni della Regione Puglia.

Pacella racconta a TPI che «quando arriva il decreto di scioglimento in un Comune, le operazioni di polizia giudiziaria sono già giunte al termine, ed hanno scoperchiato in molti casi quella forte triangolazione tra imprenditoria, politica, mafia, che esiste in Salento». E poi spiega come funziona l’ingranaggio di questa triangolazione. «L’imprenditore vuole aggiudicarsi gli appalti, il mafioso il controllo del territorio tramite il primo che dà garanzia, il terzo, il politico, ha bisogno degli altri due per conquistare consensi, prima, e fidelizzare una certa parte d’elettorato, poi». Pacella lancia l’allarme sul fatto che «non meno pericoloso accanto al sigillo di mafiosità da pedigree, è la cultura mafiosa di cui è permeato il territorio, il silenzio, l’omertà, l’attitudine a chiedere il superamento di un concorso, un posto di lavoro attraverso l’elargizione di denaro e altri favori e utilità. Proprio quello che racconta, del resto, l’ultimo terremoto giudiziario che ha sconvolto la Puglia nelle ultime ore».

Serve prevenzione

In effetti, a leggere le 338 pagine dell’ordinanza firmata dalla giudice per le indagini preliminari del tribunale di Lecce Simona Panzera, disposta qualche giorno fa, che vede indagati il gotha della politica locale, vi è l’ulteriore conferma dell’esistenza di un pezzo di potere regionale maleodorante, a tratti putrescente, di cui l’arresto di Salvatore Ruggieri, che tuttora sedeva nel consiglio di amministrazione della società pubblica, Acquedotto Pugliese, è soltanto la punta di un iceberg. «Lui disse a me ti do un incarico eccezionale, che poi è l’acquedotto pugliese, tanto per capirci», diceva Ruggieri, intercettato, e riferendosi al governatore Michele Emiliano, che non è indagato nell’inchiesta.

È il sistema Puglia, in tutti i casi, che vede importanti amministratori del territorio vendere la propria posizione di pubblico ufficiale in cambio di una bottiglia di vino, di una prestazione sessuale, di dieci chili di aragoste, ma anche di interessi nella gestione delle cliniche per la procreazione assistita, degli stabilimenti balneari, degli ospedali pubblici e di quelli privati, come si apprende dalle carte giudiziarie.

«Combattere la corruzione non è una questione che compete esclusivamente alla magistratura», dice a TPI l’avvocato Vincenzo Candido Renna, docente di anticorruzione e che fa parte del coordinamento provinciale di Lecce dell’associazione “Libera, numeri e nomi contro le mafie”. «Spesso si interviene quando le condotte sono state consumate, invece la scommessa è la prevenzione, a partire dalle agenzie educative, dalle scuole». Il legale spiega che gli anticorpi esistono. Così anche le soluzioni per combattere un fenomeno divenuto endemico all’interno dei governi degli enti locali di tutta Italia. «Si possono inserire nei bandi pubblici dei meccanismi a punti che premiano la sostenibilità e l’etica delle imprese, dei requisiti etici reputazionali», conferma Renna. «Le norme che premiano la trasparenza esistono, ma sono facoltative, è lo stesso meccanismo di assegnazione delle risorse del Pnrr che le prevede, si chiamano norme tecniche di prevenzione della corruzione, ma non sempre sono applicate. Di certo questo sistema si combatte soprattutto con un cambiamento culturale», conclude l’avvocato.

Per Valentina Fragassi, segretaria generale Cgil Lecce, «le tante inchieste della magistratura condotte in questi anni sollevano un’ombra sulla gestione della cosa pubblica, che in alcune sue parti appare sempre più piegata a fini privati. Emerge la sempre più diffusa assenza di responsabilità nell’esercizio di ruoli istituzionali, volto al perseguimento dell’interesse di pochi piuttosto che al benessere della collettività». Negli ultimi giorni lo stesso sindacato aveva parlato più volte dell’esistenza di una questione morale nella Regione Puglia. Oggi, Fracassi lancia l’allarme sull’uso che si fa del lavoro, sulla sua trasformazione da mezzo di emancipazione e riscatto sociale a merce di scambio, agita per speculare sulla condizione di bisogno dei tanti». E spiega a TPI che da queste parti «esiste un magma indistinto nascosto dietro la politica ufficiale, fatto di nomine e gestione del potere, che ha tutto l’interesse a mantenere le persone in soggezione per ricattarle, alimentando così più facilmente l’opaco intreccio di interessi tra amministratori pubblici e criminalità organizzata». Parole dure che diventano pietre quando la sindacalista ricorda che questo sistema alimenta un impoverimento complessivo del territorio, «che non riesce a valorizzare le menti più brillanti, molte delle quali sono costrette a fuggire per non piegarsi a logiche deprimenti».

Di fronte all’esistenza di questa sorta di “Salento connection”, la risposta degli industriali locali è ferma, ma cauta. Il presidente di Confindustria Lecce, Nicola Delle Donne, rivela a TPI che «i miei associati hanno un codice etico molto ferreo da rispettare, a volte più ferreo della stessa norma. Poi è ovvio che le infiltrazioni ci possono sempre essere». Prosegue l’imprenditore: «la nostra organizzazione sospende anche in presenza di un avviso di garanzia. Duole constatare però che ci sono alcuni settori che sfuggono completamente ai controlli pubblici, che nemmeno chiedono il certificato antimafia, mentre so per certo, perché quello è il mio mestiere, che i costruttori devono sottoporsi a controlli ferrei e che ci sono alcuni settori che vengono attenzionati in modo particolare ed altri non lo sono affatto». E poi, riguardo alla geografia dell’impresa locale, il presidente degli industriali locali aggiunge: «Vi sono diverse aziende del territorio che sono state colpite da interdittive antimafia, però alcune tra queste ingiustamente, soltanto perché avevano assunto pregiudicati subentrando negli appalti, per poter rispettare la così detta clausola sociale». Delle Donne conclude: «Non si sono registrati particolari episodi di minacce violente negli ultimi tempi subite dagli imprenditori, e di cui ho contezza. Chi riceve un torto spesso ha paura di denunciarlo pubblicamente. E a volte i condizionamenti sono molto sottili. Si ricevono consigli, dispetti, più che violenze. All’interno di un sistema come quello di cui parlate, oggi per un imprenditore che si ribella e che potrà subire ritorsioni, è più probabile che non venga invitato ad una gara d’appalto, invece che gli venga incendiato un camion o un capannone».

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