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Poste Italiane, dopo l’inchiesta di TPI continuano le denunce dei lavoratori: “Mascherine senza certificazione”

Di Giuliana Sias
Pubblicato il 24 Nov. 2020 alle 16:09 Aggiornato il 24 Nov. 2020 alle 16:12
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Tre diversi tipi di mascherine attualmente in dotazione a Poste Italiane

Da Palermo a Cuneo, passando per Matera e Pescara, e ancora Napoli, Salerno e Oristano, dal Lazio alla Toscana fino alla Lombardia: esiste senza dubbio un caso mascherine in Poste Italiane, denunciato da migliaia di dipendenti lungo lo Stivale che non si sentono sufficientemente tutelati dalla loro azienda sul fronte dei dispositivi di protezione individuale (DPI) – considerati non idonei o comunque non sufficienti – e più in generale per quanto concerne le misure di contenimento del contagio, prima di tutto tra gli sportellisti degli uffici aperti al pubblico. Soprattutto ora che la curva dei positivi è tornata pericolosamente ad impennarsi e che il numero dei morti da Covid-19 ritorna inesorabilmente a crescere.

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“A noi le danno senza marchio e con scritte cinesi”, “anche in Piemonte, una ogni 3 giorni”; “al nostro sportello danno una FFP2 ogni tre giorni in effetti, in una delle regioni più colpite”»; “è assurdo lavoriamo con la stessa mascherina per tre giorni: 18 ore e 30 minuti!”, “La mia, ricevuta lunedì, riporta sigla N95 e basta, per il resto sulla confezione ci sono solo le scritte in cinese”.

I messaggi di preoccupazione si sprecano e confermano tutti due dati già documentati da TPI: Poste – come d’altra parte inciso a chiare lettere anche su una circolare interna – fornisce una sola mascherina facciale ogni tre giorni lavorativi, mentre non fornisce le certificazioni relative ai DPI distribuiti ai lavoratori. DPI che, in base alle numerose testimonianze, sarebbero “dubbi”: cioè non recherebbero sulle confezioni le sigle (marchio CE, modello, notify body relativo all’organismo che ha eseguito il test, codici NR o R per monouso o riutilizzabile) necessarie per stabilire se si tratti di prodotti idonei, certificati e autorizzati Inail, seppure in deroga, oppure tarocchi, come invece parrebbero ad un consulente contattato dal nostro giornale.

Che le protezioni facciali – almeno tra gli addetti agli sportelli – debbano essere utilizzate per tre giorni lavorativi (invece che eliminate dopo le classiche 6/8 ore, come caldamente raccomandato a chiunque altro) e che non siano rigorosamente marchiate è un fatto verificato e ampiamente confermato dai dipendenti di un grandissimo numero di sedi. Ma ricomporre il puzzle è abbastanza complicato perché la tipologia di mascherine distribuite da Poste Italiane cambia da regione a regione, spesso da ufficio a ufficio.

In alcune sedi ad esempio gli sportellisti indossano delle FFP2, in altri delle KN95 (le quali, lo ricordiamo a chi ci legge, sono da considerarsi due prodotti assolutamente differenti per standard di sicurezza). In altre filiali ancora, non si sa nemmeno se si tratti di FFP2 o di KN95, come spiega un’impiegata: “Da noi una mascherina ogni tre giorni, con firma di ricevuta, e la mascherina che ho avuto ieri addirittura non aveva marcato nulla. Né FFp2 né KN95. Praticamente anonima”.

Il motivo, secondo molti, è che in Poste Italiane esistono uffici di serie A e uffici di serie B: uffici con personale addetto specificamente alla misurazione della temperatura o alla sanificazione e uffici definiti “di frontiera”, in cui “molte volte bisogna andare dall’altro lato, ad aiutare i clienti, ad esempio quelli un po’ più anziani, anche perché non abbiamo nemmeno guardie giurate, quindi facciamo noi da polizia etica, morale e civile, soprattutto in questo momento storico”.

Dal canto suo Poste Italiane, contattata da TPI, garantisce di essere in possesso di regolare certificazione per tutti i 13 milioni di mascherine consegnate ai dipendenti da marzo ad oggi. Anche se l’azienda rifiuta di mostrarle alla stampa: “Abbiamo fatto un lavoro gigantesco, installato 14mila pannelli nell’arco di due settimane quando a marzo è scoppiato il caos, quindi tra protezioni in plexiglass e DPI i dipendenti sono assolutamente tutelati”.

Per quanto riguarda le FFP2 o KN95, il responsabile che ha gentilmente risposto alle nostre domande non è attualmente in grado di dire se la circolare interna del 6 aprile – secondo cui deve essere consegnata una mascherina ogni tre giorni lavorativi – sia stata nel frattempo superata da una nuova comunicazione, ma giustifica comunque la scelta di Poste di non fornire quotidianamente nuovi dispositivi di protezione agli addetti al banco in questo modo: “Eravamo ad aprile e non sapevamo niente di questa situazione, non eravamo certi di poter avere sufficienti mascherine da distribuire ogni giorno”. E adesso? “Adesso ne abbiamo in grande quantità”.

Quando infine chiediamo a chi si sia affidata l’azienda per reperire le mascherine attualmente in dotazione, il dirigente afferma: “A chiunque, siamo andati fisicamente a prenderle in Cina, ci sono un numero infinito di fornitori. All’inizio della pandemia ci siamo mossi privatamente, come ha fatto il resto del mondo. Abbiamo comprato tutto quello che c’era sul mercato. Ne abbiamo comprate di tanti tipi diversi”, spiega. “Tutte certificate, anche se alcune hanno il marchio e altre non lo hanno”.

Ma Poste può escludere che nessuna di questi 13 milioni di mascherine, reperite in Cina in una fase tanto delicata e caotica, sia tarocca? “Ma non scherziamo”. É possibile che almeno una non sia adeguata o idonea? “No”.

Tuttavia, a partire da dicembre la società cambierà registro e tutti i dipendenti avranno un unico tipo di semimaschera facciale – quella chirurgica, già utilizzata da portalettere e impiegati dei centri di smistamento: “Oggi le sostituiscono ogni tre giorni, ma fra un mese o al massimo a gennaio potremo avere per tutti, quotidianamente, mascherine azzurre”.

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