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Dietro il massacro di Pasolini non c’è Petrolio: le lettere col terrorista neofascista che nessuno vuole vedere

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

«Dimmi se sì o se no» scriveva Pier Paolo Pasolini all’ordinovista Giovanni Ventura in una lettera, parte di un epistolario avviato da tempo e insolito, vista la distanza ontologica tra i due personaggi. È il 24 settembre 1975, lo scrittore che aveva iniziato il suo Petrolio nella primavera del 1972, in quel momento era impegnato a trasferire sul Corriere della Sera i suoi pezzi brucianti sulle stragi. Da giornalista.

Ventura, coinvolto nella strage di Piazza Fontana insieme all’ideologo della destabilizzazione Franco Freda, lo aveva contattato nel marzo 1975 con in mente una precisa strategia: quella di fargli sposare la sua causa. Un lento, puntiglioso accerchiamento al quale farà partecipare anche i suoi collaboratori della sinistra extra parlamentare a sua volta da lui infiltrati. Tecnica collaudata questa come uomo allora del SID (servizio informazioni difesa) e appurata dalle sentenze sulla strage: infiltrare la sinistra per farle compiere operazioni in realtà di matrice fascista.

Dal marzo all’ottobre del 1975 si alterneranno così le lettere del Ventura e gli articoli di Pasolini, sono i mesi in cui lo scrittore si accanisce sulla DC, le mafie, la CIA, il Vaticano, la criminalità e i sequestri di persona. In un caso lo scrittore utilizza le stesse parole di Ventura, come nell’articolo del 28 ottobre 1975, in particolare la parola pleonastico in riferimento al processo alla DC nello stesso senso utilizzato dall’ordinovista in una sua lettera precedente.

Petrolio doveva costituire la summa letterario giornalistica pasoliniana, un lascito che avrebbe consegnato in cinque o sei anni. Il lavoro parallelo di inchiesta invece era un’altra cosa e aveva il suo sbocco naturale, immediato, sul giornale più borghese e autorevole di tutti. L’urgenza era lì. Dimmi cosa sai delle stragi, chi c’è dietro gli eccidi, lo invitava il Pasolini-giornalista degli ultimi mesi, scelto dal detenuto come interlocutore per attirarlo nella sua rete, portarlo dalla sua parte con argomenti convincenti e dei quali sapeva molto. I suoi collaboratori interverranno successivamente in questo “dialogo”, da loro preparato, per farli incontrare anche in carcere, dove Ventura era rinchiuso in forma preventiva, senza riuscirci.

Interventi che hanno poi prodotto oltre a quelle lettere, scritte fra il 2 marzo e l’8 ottobre del 1975 (rimaste inedite per 40 anni), anche altre missive arrivate fino ad alcuni giorni di poco precedenti il massacro a Pasolini. Documenti e un dossier sulla DC – questo sì scomparso dagli archivi dello scrittore ma ritrovato da chi scrive in casa del Ventura – e le bombe: è il tunnel nel quale entra Pasolini per non uscirvi più. Ad esempio nelle ultime due lettere inviate da Ventura a Pasolini nel settembre e nell’ottobre del 1975, l’ex neo fascista faceva riferimento a delle integrazioni e delle verità da svelargli.

Non solo, in una di quelle corrispondenze, datata 19 settembre 1975, Ventura indicava chiaramente allo scrittore le cordate politiche che si celavano dietro la strategia della tensione. Siamo nel 1975, non nel 2022, a conti già fatti con la storia recente (anche se mai del tutto saldati), come rivelano le inchieste monche, i colpevoli (pochi) presi e i mandanti (quasi mai) svelati. Materia scottante, con il sistema Paese che poteva crollare allora su certe verità svelate.

C’è di più. Quel dialogo sarà intercettato in carcere sia dai servizi segreti del tempo tramite dei neofascisti collegati a Ventura, sia dal nucleo antiterrorismo di Bari, nel cui carcere era rinchiuso. Un carteggio del quale verrà a conoscenza, pochi giorni dopo l’omicidio dell’Idroscalo, anche la magistratura, informata dal nucleo barese, che in quel momento si stava occupando del processo alla strage di Milano a Catanzaro, ma che non aveva pensato di far acquisire alla procura di Roma, impegnata da par suo a indagare sull’omicidio.

Roma-Milano-Catanzaro: saranno le rette che viaggeranno parallele e non si incontreranno mai quelle delle verità mancanti sul caso Pasolini. Nessuno fa niente, nel frattempo lo scrittore riceverà delle telefonate di minaccia e il 2 novembre, attirato da una trappola, verrà ucciso.

Queste alcune delle novità importanti che a quasi 47 anni dalla morte non si vogliono vedere, eppure esistono tracciate su carte vere, non presunte né avanzate per ipotesi; carte che svelano il percorso parallelo tra le lettere stesse e gli articoli che Pasolini stava scrivendo su Il Corriere della Sera. È lì che il Pasolini-giornalista, accanto al cui corpo verrà trovato anche il suo tesserino dell’ordine, poteva scrivere con immediatezza ciò di cui era venuto a conoscenza.

Ma perché bisogna capire che il romanzo (anche oggi) non è e non può essere un testamento di verità? Un romanzo così importante, denso, specchio del decennio 60-70, d’accordo, ma la cui forma Pasolini doveva ancora ben immaginare nella sua completezza, mentre l’urgenza da giornalista lo aspettava lì sulle pagine quotidiane. Lo spieghiamo.

Perché Petrolio non c’entra

Il grande romanzo sul potere di Pier Paolo Pasolini, scritto dal 1972 fino alla fine dei suoi giorni tra le mura di una fortezza a Viterbo, testo incompiuto e uscito postumo a 17 anni di distanza dal suo omicidio, compirà 30 anni nel 2022. E il 2022 segnerà anche il centenario dalla nascita dello scrittore e regista. Sono numeri, questi, ai quali si va ad aggiungere quello sommato dagli anni trascorsi dalla notte dell’omicidio, tra il 1 e il 2 novembre del 1975, e i nostri giorni: 47 anni nel 2022.

Tutti numeri che concorreranno a riempire le diverse iniziative dedicate a Pasolini il prossimo anno. Tra queste, la quarta edizione aggiornata del romanzo, curata dal critico e scrittore Walter Siti, e in uscita per i tipi di Garzanti, è forse quella che più crea grande attesa, seguita in pole da film e documentari biografici o d’inchiesta in arrivo; ché sarebbe la prima volta in tanti anni in cui un libro, così datato poi, sia più atteso di una produzione video. Questo la dice lunga sulla forza di quel testo percepita ancor oggi e sulla forza stessa di Pasolini che ancora a distanza di anni riesce a battere tutti.

Ma Petrolio, appunto, sarebbe uscito dopo cinque anni di gestazione, non subito, come dichiarato alla stampa dallo scrittore stesso nelle poche occasioni in cui ne parlava, se sollecitato. Nel frattempo tutto il resto scorreva: i processi sulle stragi, le morti collaterali, i depistaggi. Questi 47 anni sono anche stati quelli attraversati da varie inchieste preliminari della magistratura romana sull’omicidio, compresa quella inclusa negli atti dell’unico processo celebrato tra il 1976 e il 1979 e che ha visto la condanna di un unico colpevole, Giuseppe Pelosi, passato a miglior vita nel 2017.

Dove però, come abbiamo visto, non confluirà la corrispondenza scottante con l’ordinovista Ventura, fatto che impedirà di seguire già allora altre piste diverse da quella sessuale. In tutto quattro le successive indagini aperte (1985-1995-2005 e 2010) mai approdate a un nuovo processo. Mentre una inchiesta altra, aperta a Pavia per l’omicidio del Presidente dell’Eni Enrico Mattei, morto nel 1962 in quello che ormai possiamo definire un attentato, aveva dedicato alcune pagine a un eventuale collegamento tra i due fatti. E in effetti, il trinomio Morte Pasolini/Petrolio/Morte Mattei è quello maggiormente trattato dalla pubblicistica giornalistica (e non) degli ultimi anni per indicare il movente di quell’omicidio, a partire dal 2005 e con più insistenza dal 2009, ma per lo più costruita su soli ragionamenti logico-deduttivi e pochi elementi concreti a sostenerli e a collegarli.

Diverse le analisi utilizzate a suo favore: l’appunto (o capitolo) nr. 21 che è sempre e solo esistito come titolo, “Lampi su Eni”; alcuni riferimenti a questo nelle pagine successive e la mancata integrazione nel romanzo da parte dei primi curatori (la cugina e filologa Graziella Chiarcossi e il critico Aurelio Roncaglia) di alcuni discorsi o pronunciamenti dell’industriale Eugenio Cefis: a detta di alcuni volutamente non inseriti insieme al capitolo “mancante” che, sempre a detta di alcuni, sarebbe stato sottratto dopo l’omicidio.

Poi c’è la domanda da sempre persistente, legittima, sul lungo periodo di tempo trascorso dalla morte (75) alla prima stampa del romanzo (92), domanda che ogni volta viene ripetuta come se non fosse mai intervenuta una risposta. Anche di recente (sul Domani in “Come Petrolio ha anticipato l’evoluzione del nostro mondo”).

In realtà uno dei curatori di quella prima edizione, il critico Aurelio Roncaglia, così ha scritto in una nota, ribadendolo anche durante una delle prime presentazioni di quell’anno. Una spiegazione dunque era stata data. Può non convincere o non piacere, andare contro una tesi, ma eccola per intero: «Abbiamo atteso tanto – ha scritto Roncaglia – prima di tutto per i temi scottanti, sia dal punto di vista politico che erotico, che Pasolini tratta; in secondo luogo perché un’opera di una tale incompiutezza poteva anche nuocere all’autore. Ma non potevamo censurarlo. Anche Piero Gelli, direttore editoriale di Einaudi, ha ammesso di aver avuto qualche perplessità trattandosi di un’opera scomoda».

La stessa cosa riferisce di recente a chi scrive la Chiarcossi stessa:« Nella prima edizione di Petrolio, pubblicata da Einaudi, trovandosi davanti a un testo incompiuto, il compito del filologo era di fare una trascrizione il più possibile “fedele” delle carte, senza riferimenti e note che esulassero dal puro scritto. Non c’erano note relative a personaggi, autori ecc.».

Esiste intanto un aspetto “tecnico” da sempre sottovalutato: di capitoli mancanti o solo accennati, incluso il 21, Petrolio – che doveva consistere alla fine di 2.000 o 3.000 pagine e che alla morte dello scrittore ne contava 522 (contro le 600 citate da Pasolini in una intervista) – ne contiene 32, alcuni redatti soltanto a livello progettuale o schematico, mentre la maggior parte consistenti solo del mero numero o del titolo, come l’Appunto 21.

Soprattutto poi, aspetto questo sostanziale, molte sono le pagine dedicate al sistema di potere retto da Eugenio Cefis, sistema di cui non era comunque l’unico tessitore. Pagine non sottratte. Sottrarre dunque una parte per lasciarne delle tracce consistenti non ha un senso né logico né investigativo, se si vuole a forza legarne la scomparsa al movente.

Esiste poi a questo proposito una curiosità a cui nessuno ha fatto caso, benché pronunciata proprio da Walter Siti, e riguarda la prossima edizione aggiornata di Petrolio. Siti, intervistato dalla Fondazione Ghisleri, ha rivelato una novità: “[…] all’edizione Roncaglia (quella Einaudi del 1992) era stata esclusa una pagina che io adesso ho deciso di inserire nella nuova edizione Garzanti, in cui si dice espressamente che Carlo dovrebbe aiutare Cefis nell’assassinio di Mattei e dopo, addirittura, collaborare all’assassinio di Cefis stesso. Solo che, in fondo alla pagina, Pasolini ha scritto tra parentesi tonde ‘appunto da distruggere’, ed era la ragione per cui era stato tolto. Io però lo rimetto: non sono affatto sicuro che questo ‘appunto da distruggere’ volesse effettivamente dire ‘distruggilo’, poiché altrimenti Pasolini l’avrebbe preso e buttato nel cestino. Potrebbe invece trattarsi di un gioco meta-letterario, che lasci nel testo definitivo appunti cosiddetti ‘da distruggere’. Pasolini, tuttavia, fa un oggetto linguistico, dicendo che è una messa in discussione del romanzo tradizionale […]».

Altro elemento, dunque, che spiega come la sottrazione materiale dei passaggi su Cefis, come spesso indicato da alcuni, non possa esservi stata da parte di mani altre, esterne, visto che esistono: pubblicati o da pubblicare. La sottrazione di quella pagina è stata, come spiega Siti, una scelta di chi ha curato la prima edizione.

Chi è Carlo in Petrolio intanto? È il protagonista doppio del romanzo rappresentato dalle due facce del potere economico, Mattei e Cefis, contrapposto ogni volta a una sorta di alter-ego che al posto dell’uno compie operazioni sporche. In questo caso il Carlo che vuole uccidere Mattei è appunto Cefis. Nessun mistero quindi. Il tema del “doppio” politico e criminale è quello da sempre esplorato da Pier Paolo Pasolini. Pagina che dal punto di vista letterario e filologico sicuramente aggiunge bellezza e completezza, ma non dal punto di vista concreto e investigativo.

Nel 1974, inoltre, nella raccolta politico-letteraria “Descrizione di Descrizioni” Pasolini fa riferimento a due discorsi pronunciati da Cefis, uno del 23 febbraio 1972 presso l’Accademia militare di Modena sulla nascita del potere capitalistico, più citato rispetto all’omicidio, e l’altro il 14 giugno 1974 presso il Centro Alti Studi Militari, che a questo sembra antitetico, come a voler “recitare una specie di prudente e gesuitico mea culpa”m scrive Pasolini che però poi chiosa: «Era la fine della destra classica italiana. Era ed è. Perché la crisi economica e l’eventuale recessione non impediranno che questa, delineata da Cefis nel ’72, non sia la reale ipotesi del potere capitalistico per il proprio futuro». Come dargli torto col senno del poi.

Ma insomma Pasolini non faceva mistero di conoscere questi discorsi, ne scriveva, ne parlava in pubblico e uno di questi interventi lo pubblicò, quando ancora in vita, nella raccolta “Scritti Corsari”. Si tratta dell’articolo “Il genocidio”, trascrizione di un intervento estivo del 1974 alla Festa dell’Unità.

A confermare infine a chi scrive l’importanza della tempistica in Petrolio, separando così la fiction dalla realtà, è la critica Silvia De Laude, che insieme a Siti curò la seconda edizione del 1998 e, da sola, quella del 2005, la più completa finora, integrata da note copiose e aggiornate sulle fonti utilizzate da Pasolini: «Se si guarda alle date degli appunti programmatici inglobati nel romanzo – mi scrive De Laude – l’ossessione per le stragi e le trame del Potere entra di prepotenza nella strutturazione del libro piuttosto tardi. E i pensieri sugli attentati di Stato e sul necessario processo alla Democrazia Cristiana (con paralleli negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”) sono tutti posteriori al novembre del 1974. Si può dire, quindi, che solo nell’ultimo dei circa quattro anni in cui Pasolini ha lavorato al libro il tema della collusione tra ceto politico e servizi segreti deviati diventa decisivo: prima, la zona del testo socialmente impegnata sembra piuttosto muoversi sul terreno battuto già da anni della critica dell’omologazione consumista e della rivoluzione antropologica. Il presidente di ENI e Montedison, in quest’ottica, aveva attirato l’attenzione di Pasolini soprattutto per il discorso della globalizzazione industriale e la fine delle nazionalità»

L’ultimo dei cinque anni, il 1975, attraversato nei periodi più intensi, marzo-ottobre, da quel carteggio quello che lo porterà infine all’Idroscalo quella notte.

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