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Storia di Abou, morto a 15 anni in Italia dopo il viaggio sul barcone e due settimane di quarantena in nave

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 6 Ott. 2020 alle 18:18
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Immagine di copertina
Credit: Ansa foto

Abou aveva 15 anni, era ivoriano, e in Italia era arrivato come molti, salvato dalla Ong Open Arms, che lo aveva soccorso insieme ad altri 82 migranti. Abou è morto ieri, lunedì 5 ottobre, all’ospedale Ingrassia di Palermo.

Sabato scorso Abou è entrato in coma, spiegava lo stesso giorno Alessandra Puccio, tutrice legale del minore non accompagnato, dopo che le sue condizioni sono “peggiorate” sulla nave quarantena Allegra. Il calvario in territorio europeo di Abou comincia l’8 settembre scorso, quando Open Arms soccorre e salva 83 naufraghi, partiti da Zuara, in Libia. Tra loro, spiega la ong spagnola in un comunicato di quel giorno, vi è “una persona dalla Costa d’Avorio”. “Per ora – spiegava lo staff di Emergency riferendosi ai migranti salvati – riscontriamo per lo più problemi di malnutrizione e scabbia. Un altro ragazzo presenta una lesione da decubito sulla natica sinistra a causa di tutto il tempo passato seduto nelle prigioni libiche”.

Due giorni dopo Open Arms effettua un altro soccorso “dopo aver atteso invano l’assegnazione di un porto di sbarco sicuro, più volte richiesto alle autorità maltesi”. Sulla nave della ong salgono il 10 settembre 87 persone e lo stesso 11 settembre 116 persone. Sul ponte di Open Arms sono in quel giorno in 276 ad attendere l’assegnazione di un porto di sbarco sicuro. Il 18 settembre, finalmente, dopo “il rifiuto di Malta e Italia” avviene il trasbordo dei migranti sulla nave Allegra, in rada a Palermo, ma prima, 123 naufraghi si erano gettati in acqua nel tentativo di raggiungere la costa a nuovo. Sulla nave restano in 140, “estremamente provati dal viaggio e dalle condizioni di vita, e spesso di detenzione, precedenti”. Comincia la quarantena.

Il 28 settembre Abou viene visitato dal medico, “chiamato dai compagni del paziente visibilmente allarmati dalle sue condizioni”. “Mi riferiscono – riporta l’Agi – che non parla e non si nutre da circa tre giorni. Il paziente è apiretico, apparentemente disorientato, poco collaborante…all’ispezione sono visibili numerose cicatrici verosimilmente conseguenti a torture subite in carcere in Libia. Si sospetta un coinvolgimento renale conseguente a stato di disidratazione”.

Il 29 settembre “le condizioni generali del paziente appaiono peggiorate”, scrive il medico nel referto, 11 giorni dopo il trasbordo e 21 giorni dopo il salvataggio. “I compagni  – prosegue il documento – riferiscono che si rifiuta di bere arrivando a sputare l’acqua che gli viene offerta. Rifiuta terapia di qualsiasi tipo…il paziente necessita urgentemente di ricovero in struttura adeguata pe studio approfondito di apparato urinario e reintegro alimentare per stato di grave malnutrizione e denutrizione volontaria”. Il medico chiede lo “sbarco urgente” del ragazzo. Il 30 settembre Abou viene fatto sbarcare. Il giorno dopo viene portato in ambulanza all’ospedale Cervello.

Abou muore all’ospedale Ingrassia di Palermo dove viene trasferito una volta entrato in coma, perché all’ospedale Cervello non c’erano posti in rianimazione. Al trasferimento la tutrice aveva commentato: “Mi auguro che ce la faccia, ma non posso non pensare a quei 15 giorni in cui in quarantena non ha ricevuto cure”. Ma Abou, 15 anni, non ce l’ha fatta.

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