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La madre di Luana D’Orazio: “Basta chiamarli incidenti, bisogna introdurre il reato di omicidio sul lavoro”

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La madre di Luana D’Orazio: “Basta chiamarli incidenti, bisogna introdurre il reato di omicidio sul lavoro”

“C’è l’omicidio stradale, perché non si può introdurre l’omicidio sul lavoro?” Lo chiede Emma Marrazzo, madre di Luana D’Orazio, l’operaia morta a 22 anni dopo essere rimasta impigliata in un macchinario tessile. A due anni da quella tragedia, il primo maggio scorso le è stato dedicato il Memorial ippico di Agnano e una borsa di studio che il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha assegnato al bimbo piccolo della ragazza.

In un’intervista al Corriere della Sera, la madre di Luana ha detto di aver spiegato “subito” al nipote cosa era successo alla madre. “Gli abbiamo detto che la mamma era stata agganciata dalla macchina che non aveva funzionato. E sa cosa ha detto? Bisogna comprare una macchina nuova. Ci arriva anche un bimbo di 5 anni. E prova a far sì che altri non si facciano male come la sua mamma, risucchiata e schiacciata nel rullo del filo. Invece…”

La donna ha poi ribadito che la macchina in cui è stata risucchiata la figlia “non era rotta”: “I blocchi di sicurezza erano stati disattivati”. “Lo ha scritto il perito. L’indagine ha ipotizzato che così c’era un risparmio dell’8%”, ha evidenziato, ricordando poi l’esito del processo. “Hanno patteggiato. La titolare ha avuto due anni e il marito un anno e mezzo. La pena è stata sospesa. Non hanno avuto nulla. Noi l’ergastolo da quel giorno”.

“Luana era un’apprendista. Non doveva essere sola davanti al macchinario. Invece per 7 secondi ha girato senza che nessuno intervenisse. E delle sicure tolte non sapeva”, ha detto ancora Emma Marrazzo, che ha ricordato quella tragica mattina del 3 maggio 2021. “Citofonarono i carabinieri. Mi chiesero se ero la mamma di Luana. Stavo facendo il tiramisù per il mio compleanno. Pensai a un errore. Urlai. Lanciai quello che mi capitava. Da allora io e marito siamo morti dentro. Viviamo per il piccolo, che ci è stato affidato. E lottiamo per gli altri ragazzi sfruttati”.

“Bisogna proteggere i giovani che non devono chiedersi se la sera torneranno o no a casa”, ha sottolineato. “E che se vedono anomalie non possono denunciare perché poi non lavorano più. Ma soprattutto si deve smettere di chiamarli tutti incidenti sul lavoro. Molti sono omicidi”.

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