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“Avrei dovuto dire io basta”, la dolorosa lettera di una hostess dopo il disastro Air Italy

La lettera di Flavia Presta, assistente di volo della compagnia che ha deciso la messa in liquidazione lasciando a casa 1.268 dipendenti

Di TPI
Pubblicato il 29 Feb. 2020 alle 15:38 Aggiornato il 29 Feb. 2020 alle 15:44
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Immagine di copertina
Un momento della manifestazione degli operatori di AirItaly davanti il Ministero dei Trasporti in occasione del tavolo con la ministra delle Infrastrutture e Trasporti Paola De Micheli, i sindacati di settore, Regione Sardegna e Regione Lombardia sulla vicenda AirItaly, Roma, 20 febbraio 2020. ANSA/ANGELO CARCONI

“Avrei dovuto dire io basta”, la dolorosa lettera di una hostess dopo il disastro Air Italy

Sono ormai diciotto giorni che stento a dormire..18 giorni che puntualmente mi sveglio nel cuore della notte, sudata, di soprassalto. Accendo la luce perché spaventata: “cazzo, ancora un incubo” mi dico. Poi realizzo, e il vero incubo lo sto vivendo ogni giorno, sveglia, lucida, non sudata. La vita reale. Quella che l’11 febbraio è drasticamente cambiata. A me e a 1500 miei colleghi.

Assistenti di volo, piloti, uffici, marketing, programmazione, maintenance, lo staff del ground, ingegneri, ecc… la vita di 1500 persone collassa, da un momento all’altro. Ero a Miami quel maledetto 11 febbraio, l’aria che tirava non era fra le migliori da mesi, vero. Vuoi un po’ per il fuso orario, vuoi per un certo sesto senso mi svegliai alle 3 di notte.. non riuscii più a dormire, una vocina insistente mi urlava nell’orecchio di godermi a fondo qualsiasi momento da quell’istante in avanti perché sarebbe stata l’ultima volta. Lì. In quella realtà.

I dialoghi fatti il giorno prima in volo con i colleghi continuavano a frullarmi in testa. Pensavo, pensavo, pensavo…

“Ragazzi hanno cancellato tutte le Lagos/Accra della stagione, qualcuno sa qualcosa????”. “Ragazzi mi stanno dicendo che oggi hanno cancellato la NY in partenza, cosa sta succedendo?” Cercavamo risposte tra di noi, concrete, a 11mila metri di altezza. “Mancato load factor, troppi pochi passeggeri e i passeggeri sono stati riprotetti.. succede.”

Sarà, ma quando mai cancelliamo una New York a poche ore prima della partenza??!? “Ragazzi, io la butto lì, se riusciamo a tornare in servizio a casa il 12 è già una bella cosa” le solite frasi disfattiste, dai! Il senso di inquietudine però, si faceva sempre più fitto. Pensavo, pensavo, pensavo…

Decisi di alzarmi, nel cuore della notte, me ne andai a bordo piscina a riflettere.. l’ansia mi stava divorando, ammetto. Andai in palestra. Dalla vetrata, dopo circa un’oretta, vidi il mio comandante in tenuta ginnica parlare animatamente al telefono. “Beh ci sta, è notte e in italia è mattino presto, sicuramente accusa il fuso orario anche lui e non dorme” mi dissi… ma no, Flavia no, lo sai. Sta succedendo qualcosa. Entrò in palestra. Il volto preoccupato.

“Ciao…brutte notizie dall’Italia vero?” Domandai diretta. “Gli azionisti oggi si riuniscono e si deciderà il da farsi.. e ora lo sfondo questo tapis roulant, devo sfogarmi un po’!!!” La sua risposta, la sua battuta per sdrammatizzare l’attimo. Tornai in camera. Un bel respiro, una doccia e scesi per fare colazione, dove c’era anche tutto il resto dell equipaggio.

11 fantasmi. Questo eravamo. Pallidi, preoccupati. Tutti incollati ai nostri telefoni, non che in genere non lo fossimo, ma questa volta era diverso. Il punto era avere info sulla situazione di Airitaly. Ci spostammo in piscina, non faceva particolarmente caldo. Nessuno di noi parlava. Ci raggiunse il collega. “Ragazzi, è arrivata la mail. Chiudiamo.” Di massa è partito un “ ahahahah, ma che cazzo dici dai?? Non è il momento piantala”

Non lo conoscevo tanto, era la prima volta che ci volavo insieme, ma si sarebbe meritato un Oscar per la sua interpretazione, se mai avesse davvero deciso di scherzare proprio in quel frangente. Improvvisamente, il buio. Lo shock. L’aria che manca. Soffoco. Non è vero. È uno scherzo. “Ma veramente?! Ma che cazzo dicono?? Aspetta rileggiamo insieme, non può essere.”

Tutto crolla. Sei al centro del mondo e vedi frantumarsi tutto intorno a te. Solo polveri. Illesa fuori, ma distrutta dentro. Mai e poi mai, dalla sera alla mattina, nessuno si sarebbe aspettato di ricevere un foglio A4 logato, una mail con scritto “signori chiudiamo, pagheremo tutto e tutti, grazie per il vostro lavoro, arrivederci e tante belle cose”.

A stento, ancora, faccio fatica a crederci e probabilmente non ho ancora ben realizzato, perché non può finire così. Mai e poi mai avrei pensato che quello sarebbe stato il mio ultimo volo da titolare. Siamo tornati fuori servizio in Italia il giorno dopo, da passeggeri, con un’altra compagnia che operava il nostro volo per conto nostro. “On behalf of Airitaly, welcome to this flight to Milan Malpensa operated by Vamos Air” l’annuncio dell’assistente di volo.

“Cosa?!??! Non è vero.”

Sto cercando di elaborare un lutto, perché di fatto questo è. Ultimamente mi sentivo parecchio stanca, è un lavoro che ti dà tanto ma che ti toglie anche tanto. Vede succhiarti via tante energie, innumerevoli notti perse, ritmi frenetici disumani… ma è come una droga, non c’è un cazzo da fare. Lo maledici quando lo fai, ti manca immensamente quando non lo fai.

Avrei dovuto dire io basta a questa “love story malata”, a lamentarmi per i servizi di bordo pesanti, a prendermi male pensando che il mese prossimo avremmo ricominciato i voli su Los Angeles e San Francisco, e solo Dio sa quanto può essere pesante fare 12h e 30 di volo, rimanere in stop 19h e tornare indietro a casa, affrontando un volo notturno e 9h di fuso orario.

Avrei dovuto dire io basta al freddo preso in aereo di notte, ai litri di the bollente bevuti x scaldarmi durante i turni di assistenza con la coperta addosso, a sedermi al briefing prima del volo con l’ansia di sentire dal capocabina ormai la consueta frase “chi lavora in business oggi con me?” (panico), che cercavamo di evitare tutti come la peste!

Avrei dovuto dire io basta a questi ritmi frenetici, agli aerei, ai continui sbalzi di fusi orari. Alle soste, ai problemi che riscontravamo a bordo, ai giorni passati fuori casa, alla maledetta business class con tremila servizi e duemila piatti, piattini e posate e cocktail che nemmeno ad un matrimonio…

Avrei dovuto dire io basta a 4 tratte nazionali il giorno prima di partire per un volo di lungo raggio.

Avrei dovuto dire io basta alle turbolenze che immancabilmente arrivavano con l’uscita dei carrelli (“perchè la turbolenza lo sa. Lei sa quando devi fare il servizio e arriva”)

Avrei dovuto dire io basta alla vita privata sacrificata.

Avrei dovuto dire io basta al compleanno del fidanzato o dell’amica perso, al “no cavolo, dopodomani non ci sono, organizziamo la settimana prossima??”, allo sguardo dei miei cani vedermi varcare la soglia di casa con la valigia…

Avrei dovuto dire io basta.

Non voi.

Non così.

#salviamoairitaly
#avreidovutodireiobasta

La lettera di Flavia Presta è stata pubblicata qui e pubblicata su TPI con il consenso dell’autrice.

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