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Dopo 2 anni le indennità degli infermieri sono ancora bloccate: “Inutile chiamarli eroi se non li paghiamo”

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Turni di lavoratori estremamente pesanti e stipendi tra i più bassi d'Europa: così l'Italia maltratta i suoi infermieri. "La politica ha dato un pessimo segnale" ammette Barbara Guidolin, ex operatrice sanitaria e senatrice 5 Stelle, che in un'intervista a TPI spiega perché "è indispensabile dare un segnale forte, valorizzando e gratificando economicamente questi lavoratori"

La lunga, tragica emergenza del Covid ha portato alla ribalta la figura dell’infermiere. Li abbiamo idolatrati, celebrati, chiamati eroi. Ma, come tante cose italiane, dietro quella valanga di chiacchiere c’è una realtà ben diversa: i nostri infermieri sono i peggio pagati d’Europa (un infermiere tedesco guadagna quasi ventimila euro in più all’anno, e persino uno spagnolo ne guadagna circa settemila in più), e sono decisamente pochi, il che comporta quei carichi di lavoro diventati disumani durante i picchi dell’epidemia. 

Eravamo commossi dinanzi alle immagini che immortalavano gli operatori sanitari in trincea notte e giorno, in uno scenario da Matrix, dove interi reparti di terapia intensiva traboccavano di esseri umani larvalizzati dalla sedazione, rovesciati a pancia sotto, intubati, immobili fra la vita e la morte.

Abbiamo pianto, commossi dal dolore dei malati e dei parenti, ma anche dal valore di chi li assisteva. E abbiamo detestato chi invece scendeva in strada per gridare che il virus nemmeno c’era. Pian piano, forse ancor più dei medici, OSS e infermieri sono diventati il simbolo di questa novella guerra di liberazione. Li abbiamo immortalati in fotografie che sembrano scattate su campi di battaglia: sfiniti, svenuti con la testa sul tavolo, intabarrati nelle loro divise anticontagio (anche quelle degne dello scenario di un film di fantascienza). Li abbiamo osannati come partigiani, simbolo della resistenza contro un nemico infido e sanguinario. Ma adesso, come avviene troppo spesso in questo mondo egoista, distratto e frettoloso, dopo tanto clamore, rischiamo di scordarceli.

E allora, per fare il punto sullo stato delle cose, al di là delle chiacchiere, abbiamo incontrato in esclusiva la senatrice 5S Barbara Guidolin, e lei stessa ex operatrice sanitaria, da anni impegnata nella valorizzazione dei professionisti dell’assistenza infermieristica.

“Nel luglio scorso”, spiega la Guidolin, “dopo una dura battaglia politica, gli OSS hanno finalmente fatto ingresso nel ruolo sociosanitario, mentre in precedenza rientravano in quello tecnico. Un riconoscimento fondamentale per valorizzarne funzioni e competenze. La norma riguarda i dipendenti della sanità pubblica, ma avrà una ricaduta positiva in ogni comparto. L’ultima legge di Bilancio riconosce inoltre il lavoro dell’OSS come gravoso, il che significa che, in presenza di alcuni requisiti (63 anni di età, 36 di contributi, e l’aver svolto l’attività di OSS per un periodo di almeno 7 anni negli ultimi 10) si potrà accedere al prepensionamento. Tutto questo proviene da un tavolo tecnico presso il Ministero del Lavoro, voluto dal ministro Catalfo durante il Conte II. Ma resta da omogenizzare la formazione degli OSS nell’intero territorio nazionale e da revisionarne il mansionario, vecchio di più di vent’anni e non più aderente alla realtà.

Malgrado questo trattamento inadeguato, i nostri infermieri sono fra i più qualificati d’Europa. Tuttavia, mentre noi sopportiamo il costo della loro formazione, altri Paesi gli offrono retribuzioni più vantaggiose: “In Italia un infermiere guadagna mediamente 27.382 euro l’anno, contro i 32.092 della Francia, i 34.212 della Spagna, gli oltre 45mila della Germania e i 48.167 dell’Irlanda. Gli ultimi dati OCSE (relativi al 2019) evidenziano una forte disomogeneità tra gli stipendi di infermieri in Europa (ma anche oltreoceano) e vedono l’Italia agli ultimi posti della classifica. Dopo di noi solo Grecia (19.067 euro) ed Estonia (16.653 euro). In più, gli infermieri italiani sono fortemente sottodimensionati. Secondo il Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA), nel 2018 in Italia operano 5,5 infermieri per 1.000 abitanti contro i 7,8 del Regno Unito, i 10,8 della Francia ed i 13,2 della Germania. Solamente la Spagna si attesta a un tasso simile al nostro, pari a 5,8 ogni 1.000 abitanti”.

“In pratica abbiamo una carenza di oltre 237.000 unità di personale. Ma non possiamo certo attribuire alla pandemia tutte le gravissime difficoltà della Sanità. Il problema sono stati i tagli indiscriminati, la carenza di personale ausiliario che costringe gli infermieri a occuparsi di incombenze extra, con pesanti ripercussioni sull’assistenza diretta ai pazienti. I turni di lavoro sono estremamente pesanti e questo sta generando una fuga dalla professione”.

“Molti preferiscono trasferirsi all’estero, ma altri si dimettono direttamente. La responsabilità di questo status quo evidentemente è della politica. Non si è saputo investire su queste fondamentali figure professionali e il trend va invertito. La pandemia è come uno stress test che ha messo a nudo i problemi della nostra Sanità e il primo punto è risolvere le carenze di organico, altrimenti l’assistenza territoriale, che è al centro del sistema sanitario di domani nel PNRR, ne risulterà fortemente penalizzata”.

“È indispensabile dare un segnale forte, valorizzando e gratificando economicamente questi lavoratori. Io stessa ho presentato un emendamento all’ultima legge di bilancio, finalizzato ad erogare immediatamente due indennità, una per gli infermieri, l’altra per gli OSS e altri professionisti del comparto sanità eppure, benché lo stanziamento risalisse al 2020, la proposta non è passata. Voglio anzi sottolineare che il rifiuto appare del tutto immotivato, dal momento che i fondi c’erano e che avevamo l’ok dei Ministeri coinvolti. È stato il Mef che lo ha rigettato, e la politica tutta ha dato così un pessimo segnale a un’intera categoria”. 

Malgrado tutto questo, i nostri maltrattati eroi eccellono non solo per professionalità, ma anche per umanità verso i pazienti: “Io stessa provengo dal mondo sociosanitario e so cosa significa svegliarsi al mattino e andare in reparto, dimenticando i problemi della propria vita quotidiana, per occuparsi di quelli delle persone ammalate. Dall’esterno è impossibile immaginare cosa ha vissuto il personale sanitario in questi anni di pandemia: turni massacranti, gestione di situazioni estreme di dolore, altissimo stress. Chi si dedica a queste professioni paga un prezzo alto anche in termini di vita privata. Se vogliamo cambiare passo, dobbiamo investire sulla formazione, adeguare gli stipendi agli standard europei, e aumentare gli organici aggiornando immediatamente la programmazione degli accessi universitari. Tuttavia, ai giovani voglio dire che, nonostante le difficoltà, se sentono nel loro cuore la volontà di intraprendere questa professione, che li porterà ad occuparsi del prossimo, fare l’infermiere è ancora la scelta giusta. Le cose miglioreranno, e l’emozione di aiutare qualcuno, di rendere la sua vita migliore e ricevere uno sguardo sincero di gratitudine, non ha l’eguale”.

Insomma, felice quel Paese che non ha bisogno di eroi. Ma soprattutto quello che non li dimentica.

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