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Home » Cronaca

L’affare d’oro delle armi: la guerra in Ucraina è la scusa perfetta per riarmare l’Europa

Immagine di copertina
credit: REUTERS/Zohra Bensemra

Il conflitto in Ucraina è diventato la scusa perfetta per riarmare l'intera Europa. Un business miliardario per i signori della guerra

«La minaccia portata oggi dalla Russia in Ucraina è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora. Noi vogliamo creare una difesa europea. Per farlo, vogliamo adeguarci all’obiettivo del 2 per cento che abbiamo promesso alla Nat. È il 1° marzo 2022, il premier Mario Draghi nel suo discorso alle Camere annuncia l’intenzione di incrementare le spese militari italiane fino al 2 per cento del Pil, con un aumento di oltre 10 miliardi l’anno. La corsa alle armi è ufficialmente iniziata. Aumentare la spesa militare per fronteggiare le nuove minacce internazionali e, soprattutto, perché è la Nato che ce lo chiede. Miliardi che vanno a ingrassare il mercato dell’industria delle armi, uscito comunque indenne dalla pandemia, e rinvigorito oggi da questo ennesimo conflitto, abbeveratoio per tutte quelle aziende che in questi anni sono riuscite ad andare avanti specie grazie alle commesse del governo. Cifre da capogiro, frutto di decisioni prese ben prima dello scoppio della guerra in Ucraina, ma che trovano proprio nel conflitto il migliore alibi per poter essere ufficializzate e accettate da tutti. I più scettici nutrono dubbi sull’utilità di investimenti di tale portata sia in termini di reale sicurezza europea, sia sul piano economico nazionale: quanto c’entra questo aumento con la guerra in Ucraina? Può questo piano di esborsi per la Difesa essere in linea con un Paese che soffre ancora i devastanti effetti economici della pandemia? Sono necessari? Come verranno distribuiti? Per il momento, il valore delle armi cedute all’Ucraina dall’Italia si aggira intorno ai 150 milioni di euro. Pochi spiccioli in confronto a ciò che viene messo sul tavolo dell’aumento delle spese militari, che avranno comunque una realizzazione su base quinquennale o decennale.

Cosa inviamo all’Ucraina

I dettagli sulle forniture inviate all’Ucraina sono allegati al decreto legge del 2 marzo 2022 e il valore stimato è tra i 100 e i 150 milioni di euro. Altri tre milioni di euro sono già stati stanziati per le iniziative di protezione civile: verranno inviate 200 tende da campo per un totale di mille posti letto. Il trasporto delle armi, dell’equipaggiamento e del materiale sarà gestito dalla Nato. L’Unione europea ha deciso l’acquisto di armamenti per l’Ucraina per 450 milioni di euro, gli Stati Uniti hanno promesso prima 350 milioni di dollari di aiuti e poi altri 800. La Germania per la prima volta dal secondo conflitto mondiale ha deciso di inviare 1.000 razzi anti-carro e 500 missili terra-aria Stinger per la contraerea da parte della Bundeswehr, l’aviazione tedesca. Se tutti gli altri Paesi dell’Ue hanno reso trasparenti il dettaglio del materiale inviato, il governo italiano ha deciso di secretare gli allegati. Da quanto abbiamo scoperto grazie a fonti qualificate della Difesa contattate da TPI, abbiamo inviato: lanciatori Stinger, mortai da 120 mm, mitragliatrici pesanti Browning, colpi browning, razioni K (cioè il pasto militare giornaliero), mitragliatrici leggere, colpi anticarro, lanciatori anticarro, radio, elmetti e giubbotti. Il numero degli anticarro e degli ‘Stinger’ dovrebbe essere nell’ordine delle centinaia. Migliaia dovrebbero essere invece le mitragliatrici pesanti Browning o le più leggere Mg pronte a finire nelle mani di militari ucraini.

materiale inviato e da inviare comprende per lo più armamenti in giacenza nei magazzini delle forze armate. Armi che l’Italia ha acquistato prevalentemente da Israele e Regno Unito e alcune di fabbricazione italiana. Da almeno tre depositi di armi italiani l’esercito ha organizzato i convogli con il materiale bellico. Il viavai di militari, gru e camion ha interessato soprattutto le caserme di Alessandria, Mortara e Milano. Una parte dei materiali è stata trasferita in un deposito allestito appositamente vicino all’aeroporto militare di Pisa, da dove è partito tutto alla volta della Polonia, anche tra le proteste dei lavoratori. Una volta giunto in Polonia il materiale è gestito dalle forze della Nato. Le armi, i mezzi e gli equipaggiamenti arrivano in Ucraina principalmente dalle strade e dalle ferrovie che collegano la Germania a Kiev, attraverso la stessa strada che molti ucraini stanno percorrendo per lasciare il paese. È una via d’accesso piuttosto rapida e con pochi problemi dal punto di vista logistico. Uno dei punti di accesso a Sud è il confine con la Romania, mentre a Ovest si può entrare dalla Slovacchia e dall’Ungheria. Il capo di Stato maggiore della Difesa Cavo Dragone ha affermato che l’Italia ha aumentato la presenza numerica di Eurofighter in Romania (fronte est), per un totale di otto velivoli dedicati alla sorveglianza aerea, che si aggiungono ai 250 alpini in Lettonia, oltre a tre unità navali per la sorveglianza navale dell’aereo sud.

L’aumento delle spese militari

Per il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il 2022 è iniziato così come era finito l’anno passato: con una valanga di programmi di riarmo inviati al Parlamento per un’approvazione rapida e scontata. Si trattava di programmi targati ancora “SMD 2021”, annata che stracciava ogni record storico con ben 31 richieste presentate per un valore complessivo di oltre 15 miliardi di euro (e in proiezione un onere complessivo di oltre 30 miliardi). Tra gli otto ulteriori programmi trasmessi l’11 gennaio alle Commissioni Difesa di Camera e Senato spiccano quelli per i due nuovi cacciatorpedinieri lanciamissili classe Orizzonte da circa 1,2 miliardi l’uno che saranno prodotti da Fincantieri. Con la Guerra in Ucraina l’aumento delle spese militari, però, sembra aver avuto una spinta motrice senza precedenti.

L’era Draghi- Guerini

Si passerà, secondo i dati dell’Osservatorio Milex, da una spesa di 26 miliardi (68 milioni al giorno) a 38 miliardi annui (104 milioni al giorno). L’aumento delle spese militari dovrebbe iniziare già dal 2023 gradualmente fino ad arrivare a quota 38 miliardi nel 2027-2028. Da dove arriva l’impegno del 2 per cento? L’indicazione di spesa in percentuale del PIL in ambito Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della Difesa dei Paesi membri dell’Alleanza poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles (obiettivo da raggiungere entro il 2024), in cui si è anche indicata una quota del 20 per cento di tale spesa da destinarsi ad investimenti in nuovi sistemi d’arma. Queste dichiarazioni di intenti al momento non sono mai state ratificate formalmente dal Parlamento italiano con un voto avente forza legislativa e quindi non costituiscono un obbligo vincolante per il Bilancio dello Stato. In Italia a inizio anni Cinquanta alla difesa veniva destinato tra il 3 e il 4 per cento del PIL, dato che poi è sceso nel tempo con un minimo dell’1,2 per cento nel 2015. La quota indicata del 2 per cento rispetto al PIL non ha nei fatti una giustificazione specifica ma è stata usata come segnale verso una nuova crescita di spesa. Per il responsabile della Difesa le esigenze di ammodernamento «sono da anni al centro dei richiami che non solo gli specialisti di settore, non solo i vertici militari della Difesa e delle Forze Armate, hanno più volte evidenziato».

Militari ignorati

La visione di Guerini è poco condivisa da chi può raccontare tutte le carenze di un settore – quello militare – che per anni ha visto dirottare la spesa a favore dell’industria delle armi e poco o nulla verso il personale. «Aumentare la spesa militare oggi è assolutamente inutile. Bisogna eliminare gli sprechi e quei fantasmagorici e inutili programmi di spesa pluriennale che spesso sono frutto delle manie di grandezza di qualche generale prestato all’industria bellica», dice il sindacato dei militari. «Le plurime e sempre più insistenti richieste di maggiori stanziamenti economici che sedicenti esperti e politici vanno sbandierando a destra e a manca per incrementare il già grasso bilancio della difesa, che nel 2021 ha superato i 28 miliardi di euro, appaiono chiaramente dettate dagli interessi che ruotano….

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