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Home » Cronaca

Gherardo Colombo a TPI: “Da magistrato ho capito che il carcere non serve a niente”

Immagine di copertina
credit:FLAVIO LO SCALZO ANSA

Gherardo Colombo, 76 anni, brianzolo, è stato uno dei più conosciuti magistrati dell’Italia repubblicana. Ha seguito inchieste che hanno fatto la storia del nostro Paese, dalla P2 a Mani Pulite. Ma nel 2007 si è tolto per sempre la toga, quattordici anni prima dell’età di pensionamento: «Voglio incontrare i giovani e spiegare loro il senso della giustizia», spiegò. Nel 2011 ha scritto un libro dal titolo dirompente: “Perché il carcere non serve a nulla”. Poi ha firmato la prefazione di un altro libro, scritto da Luigi Manconi, che ci va ancora più pesante: “Abolire il carcere”.

È un modo per liberarsi dal peso di tutte le persone che, da magistrato, ha fatto mettere in prigione?

«No. Semplicemente, attraverso l’esperienza che ho vissuto da magistrato, a un certo punto sono arrivato alla conclusione che il carcere non serve a niente».

Si riferisce al carcere in generale o al carcere così com’è oggi in Italia?

«Al carcere in generale».

E l’alternativa quale sarebbe?

«Chi è pericoloso deve stare in un luogo dove sono rispettati tutti i suoi diritti che non confliggono con la sicurezza della cittadinanza. E deve starci solo finché permane la sua pericolosità».

E questo luogo in cosa sarebbe diverso da un carcere?

«Nel fatto che non vi si sconta una pena, ma si previene l’esercizio della pericolosità. E che sono garantiti tutti i diritti che non confliggono con la sicurezza della collettività. Diritti che, invece, in carcere non sono garantiti».

Può essere più preciso? Pensa a un luogo senza sbarre?

«Vada su Internet e cerchi le immagini dei carceri norvegesi. Ce n’è uno che è panottico come quello di San Vittore, ma non c’è paragone per come è attrezzato all’interno… Altri, come quello di Halden, ospitano qualcosa come 400 detenuti su una superficie di 157mila metri quadrati».

I nostri carceri violano la Costituzione?

«L’articolo 27 dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Sicuramente non corrisponde al senso di umanità far rimanere, per un minimo di 12 ore al giorno, quattro persone in una cella di 12 metri quadrati con due letti a castello per parte e con un corridoietto – chiamarlo bagno sarebbe fargli un complimento – in cui si trovano un wc o una turca e un lavandino che serve anche per fare da mangiare. Per non dire di tutto il resto».

Cos’altro?

«Igiene, tutela della salute, istruzione, relazioni con il mondo esterno, affettività».

Intende dire che ai detenuti dovrebbe essere concesso di avere rapporti sessuali?

«Intendo il diritto di avere rapporti intimi con il proprio partner. L’Italia confina con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia: in Francia, Svizzera e Austria il diritto all’affettività esiste, in Slovenia non so, da noi no».

Lei non concepisce il carcere come punizione.

«La punizione, ammesso e non concesso che educhi a qualcosa, serve ad educare a obbedire. Ma l’obbedienza e la democrazia non stanno bene insieme: in democrazia le regole si osservano per condivisione, non per obbedienza. La risposta alla trasgressione deve essere un percorso attraverso il quale si arriva a condividere l’idea che agli altri non si fa del male».

Obiezione: la sua teoria è perfetta in un mondo ideale, ma nella realtà ci si può trovare davanti a persone che non hanno tutta questa disponibilità a cambiare.

«Se sono soggetti pericolosi, devono stare da un’altra parte, dove però sono tutelati tutti i loro diritti che non confliggono con la sicurezza delle altre persone. Ma se non sono soggetti pericolosi, allora non si capisce perché non dovrebbero essere riammessi alla collettività».

Lei ha dichiarato: «Credevo nel carcere, ma poi in 33 anni di professione ho cambiato idea: la pena non serve a dissuadere dal commettere reati». Quand’è avvenuta la conversione?

«Non sono stato folgorato sulla via di Damasco. È arrivata attraverso esperienze personali, attraverso la conoscenza di persone, la lettura di libri e così via… Questo cambiamento profondo ha cominciato a manifestarsi più o meno verso la fine del 2000».

Cosa è accaduto quell’anno?

«Ho un ricordo precisissimo di una discussione animata che ho avuto con Adolfo Ceretti, uno dei padri della giustizia riparativa in Italia, durante un convegno delle Nazioni Unite a Vienna. Allora ero ancora dell’idea che il carcere servisse, per quanto anche prima per me fosse una sofferenza mettere in prigione le persone. Dopo il 2000, le esperienze professionali, insieme a letture ed incontri di persone che la pensavano diversamente, mi hanno portato a cambiare idea».

Sempre lei ha raccontato: «Ho chiesto l’ergastolo una volta sola, per un omicidio. Per fortuna il tribunale non l’ha inflitto. Oggi, se facessi ancora quel mestiere, un ergastolo non lo chiederei più. Probabilmente solleverei una questione di legittimità costituzionale».

«In alcuni Paesi non c’è l’ergastolo. In Norvegia Andres Breivik, l’autore della strage di Utoya, è stato condannato a 21 anni di reclusione. Scontata quella pena, si verificherà se è ancora pericoloso e, se lo sarà, non verrà rilasciato».

Contrario anche all’ergastolo ostativo per i mafiosi?

«Se per me è incostituzionale l’ergastolo tout court, a maggior ragione lo è quello ostativo».

Ma l’ergastolo ostativo è una peculiarità che risponde a un’altra peculiarità che abbiamo in Italia: la mafia.

«Se c’è una persona la cui pericolosità impone di limitarne i contatti con l’esterno, allora quei contatti vanno limitati. Ma per quella persona lì, non per tutte le persone che hanno commesso quello stesso reato. Va considerata la singola persona».

Lei ha fatto parte del pool di Mani Pulite. A distanza di trent’anni, pensa che abbiate esagerato con la carcerazione preventiva?

«Nei primi due anni abbiamo chiesto complessivamente circa un migliaio di ordinanze di custodia cautelare in carcere. Per le poche che sono state rifiutate, quando noi ritenevamo che fosse essenziale la custodia cautelare, abbiamo fatto ricorso in Cassazione: la Cassazione ci ha dato ragione. Significa che in tutti quei casi i requisiti previsti dalla legge sussistevano».

Quindi nessun eccesso?

«Consideri che, solo a Milano, in quei due anni le persone entrate in carcere per altri reati saranno state almeno 9mila. Capisce le proporzioni? E i reati che noi contestavamo erano di una gravità eccezionale, si parlava di somme di denaro altissime per corrompere funzionari pubblici, per ottenere appalti… Sicuramente avremo commesso qualche errore, ma io guardandomi indietro non ne vedo. Vorrei ricordare che esistono regole sulla base delle quali applicare la custodia in carcere».

Sull’inutilità del carcere qualche suo collega non sarà d’accordo con lei.

«Credo siano tanti, soprattutto se si occupano di penale. Se condividessero, avrebbero il problema di prendere decisioni conseguenti».

Ne ha mai discusso col collega Davigo?

«Ci ho scritto un libro insieme».

Intitolato “La tua giustizia non è la mia”. Cosa pensa delle sue posizioni? Eccesso di giustizialismo?

(Ride). «Non mi faccia litigare con Davigo… Lui pensa che si educhi attraverso la punizione, io invece penso che la punizione non serve a niente. Siamo su posizioni molto diverse».

La riforma Cartabia va nella giusta direzione?

«Data la situazione politica, è assolutamente il meglio che si poteva fare».

Come voterà ai referendum sulla giustizia?

«Devo ancora pensarci».

Anche sul quesito che riguarda la custodia cautelare?

«Sinceramente non è che l’abbia capito fino in fondo».

Si propone di eliminare dai requisiti la reiterazione del reato.

«Immagino che proprio fra coloro che vorrebbero eliminare quel requisito ci sarebbe qualcuno che poi si lamenterebbe dei borseggi in metropolitana».

La Consulta non ha invece ammesso il quesito sulla responsabilità civile dei magistrati.

«Il tema è serio, dovrei pensarci. Sono dell’idea che la responsabilità civile dei magistrati sia troppo poco agita. Lo dico anche sulla base della mia esperienza in Cassazione».

Gli ultimi due anni in magistratura li ha trascorsi al Palazzaccio.

«Avevamo anche il compito di decidere sugli indennizzi per ingiusta detenzione. Ci trovammo a doverci pronunciare su alcuni casi che facevano davvero impressione. Ecco, che per casi come quelli nessuno sia responsabile secondo me non va bene».

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